Potere operaio (13)



Pubblichiamo un saggio di Cinzia Zennoni che affronta le Scelte diverse (dal 1972) tra Potere operaio, Lotta continua, Manifesto. In fondo all'articolo è possibile scaricare i pdf dei numeri 61-74 di «Potere operaio del lunedì»


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Durante la fase delle lotte contrattuali [del 1972] Potere operaio si trovò isolato rispetto alle scelte di quei gruppi della sinistra extraparlamentare con i quali aveva precedentemente cercato di stabilire momenti di intesa e di azione comune: Lotta continua e il Manifesto.

Per quanto riguarda il primo, i rapporti con Potere operaio si erano progressivamente deteriorati nel corso del 1971, dopo i tentativi di aggregazione o almeno di accordo sulla base della proposta dei Comitati politici, avanzata unitariamente da entrambi, ma poi naufragata per le insormontabili e reciproche divergenze di linea politica. Innanzitutto vi era un diverso modo di concepire il ruolo stesso dei Comitati politici in relazione ai Consigli di fabbrica, le strutture di base del sindacato. Nella «piattaforma di Rimini»[i] (così detta perché fu approvata al convegno del Manifesto tenutosi a Rimini nel novembre 1971), pur nell’affermazione di un totale dissenso rispetto alla strategia sindacale, si osservava:


È una fase nuova della lotta operaia che esige una nuova struttura organizzativa della classe, di cui il sindacato sia una parte e non il tutto. Per questo abbiamo difeso l’autonomia dei Consigli come organismi politici; per questo abbiamo proposto: Comitati politici.


E si aggiungeva:


In primo luogo, perché un Comitato politico nasca sul serio deve raccogliere le avanguardie reali operaie, e questo è del tutto impossibile se esso, prima ancora di esistere, presuppone una scissione dal sindacato. È una prova che hanno già fatto tutti i gruppi[ii].

Il Manifesto era consapevole del fatto che molte avanguardie operaie agivano all’interno dei Consigli di fabbrica. Per tale motivo occorreva esercitare una certa pressione sui Consigli stessi e sui sindacati, per spingerli verso posizioni più avanzate di lotta, anziché prescindere totalmente da essi. I Comitati politici avrebbero dovuto quindi proporsi «come punto di aggregazione di avanguardie che contendono alle burocrazie sindacali la direzione politica dei Consigli dei delegati», imponendo all’interno del sindacato stesso «un dibattito di linea»[iii]. Nel documento si precisava che per avanguardie operaie si intendeva

quello strato di giovani quadri operai che, dentro o fuori dal sindacato, nei Consigli, nei Comitati di base, tra i delegati, hanno effettivamente stimolato e diretto le lotte più avanzate degli ultimi anni[iv].


Questo era il tessuto sociale a cui occorreva far riferimento nel tentativo di organizzare una forza politica capace di rappresentare una vera alternativa rispetto alle strutture del movimento operaio tradizionale. Per riuscire nell’intento il Manifesto aveva lanciato la proposta politica dell’«aggregazione» tra quelle componenti del movimento che non si riconoscevano nelle posizioni dello «schieramento riformista» (così era definito), disposte ad aprire una crisi in esso e nel suo rapporto con le masse, agendo dall’esterno, una volta constatata l’impossibilità di recuperarlo a una linea diversa con una lotta interna e graduale. Da queste premesse era nato il tentativo di accordo con Potere operaio, intrapreso senza l’adeguata valutazione delle differenti prospettive a fronte dei nuovi sviluppi della situazione politica. Ad esempio, sul tema della repressione, Potere operaio riteneva che fossero ormai mature le condizioni per un attacco decisivo allo Stato, vista l’intensità dell’azione repressiva esercitata da quest’ultimo, tramite il ricorso alla magistratura e alle forze dell’ordine. Il Manifesto invece riteneva necessario un lungo lavoro a livello di massa, per rafforzare il movimento e il consenso di base all’organizzazione rivoluzionaria ancora da costruire. Oppure sul tema dell’occupazione. Per Potere operaio la lotta per la difesa dei livelli d’occupazione era un obiettivo fuorviante in quanto i proletari, occupati o disoccupati, lottavano per il reddito garantito e non per richiedere un posto di lavoro. Il Manifesto partiva da un presupposto totalmente diverso:


La lotta contro il lavoro, che anche noi sosteniamo, è lotta contro l’organizzazione capitalistica del lavoro, e solo un lungo processo […] può portare al superamento del lavoro salariato e, alla fine, del lavoro in quanto tale. Tale superamento esige un diverso e superiore modo di produzione, non la fine della produzione. […] Questa lotta la fanno e la possono fare efficacemente i proletari non in quanto poveri o bisognosi, ma in quanto protagonisti essenziali della produzione. La disoccupazione toglie invece alla classe unità e rende la sua lotta meno incisiva[v].


La distanza tra la linea di Potere operaio e quella del Manifesto emerse con chiarezza in occasione delle manifestazioni del 12 dicembre 1971 e dell’11 marzo 1972, a proposito della necessità o meno del ricorso alla «violenza rivoluzionaria», che nel caso di Potere operaio si traduceva spesso nella ricerca deliberata e programmata di momenti di scontro con le forze dell’ordine (rendendo impossibile distinguere con certezza, da entrambe le parti, il confine tra reazione e provocazione), al fine di verificare la validità della propria linea «insurrezionalista». Ciò provocò l’uscita del Manifesto dal «Comitato contro la strage di Stato», presto seguito dagli altri gruppi che ne facevano parte, lasciando isolato Potere operaio.

Ma la decisione del Manifesto che maggiormente Potere operaio criticò fu quella di partecipare alle elezioni politiche del 7 maggio 1972, con liste proprie, in quanto Potere operaio riteneva la competizione elettorale un terreno perdente per le forze del movimento. All’indomani dell’insuccesso elettorale il Manifesto pubblicò un documento[vi], scritto nel giugno 1972, di sostanziale autocritica ed esame degli eventuali errori compiuti, insieme all’individuazione di nuove prospettive lungo le quali muoversi. Il documento ribadiva la proposta politica avanzata nella piattaforma di Rimini del novembre 1971, ma nello stesso tempo cercava vie d’uscita alla pericolosa situazione di isolamento che si era venuta a creare, attraverso l’elaborazione di una strategia che coniugasse insieme la proposta di un’aggregazione alternativa e quella di un’iniziativa unitaria che coinvolgesse anche le organizzazioni del movimento operaio tradizionale. L’iniziativa era illustrata nei seguenti termini:


Per quanto riguarda le forze, deve restar fermo che il Manifesto non è oggi in grado di garantire l’ampiezza e la qualità del movimento che serve per resistere e preparare la nuova fase offensiva. Gli obiettivi immediati (…) sono realizzabili se si riesce a impegnare su di essi una parte importante delle forze che militano nelle organizzazioni tradizionali. La realizzazione del nostro programma politico non dipende solo dalla capacità di rappresentare un polo di aggregazione alternativa, ma anche dalla capacità di sviluppare una iniziativa unitaria[vii].


La linea unitaria veniva elaborata «contro l’illusorietà della proposta riformista di una nuova maggioranza di governo, contro la vacuità e pericolosità della proposta estremista di uno scontro violento con lo Stato»[viii] .

La distanza da Potere operaio era ormai divenuta incolmabile. Durante la lotta contrattuale iniziata nell’autunno 1972 (ma già da giugno per i chimici), la strategia seguita dai due gruppi fu opposta. Il Manifesto così motivò la propria scelta:


È certo che la nostra linea di fondo non passerà nell’autunno del 1972, né a livello di accordi […] e neppure a livello di piattaforma (perché la linea dei sindacati è ormai ancorata all’asse dell’inquadramento unico) […]. Dopo un chiaro scontro nella fase preparatoria, si presenterà perciò il dilemma fra il dissociarsi dalla lotta che il sindacato, i Consigli, gli stessi lavoratori condurranno, accompagnando la vertenza con una permanente denuncia per raccogliere poi i frutti politici d’una probabile sconfitta, oppure partecipare a una lotta, di cui pure critichiamo l’impostazione e prevediamo il parziale insuccesso, per cercare di assicurare il controllo dal basso e di tenerne fermi i punti più qualificanti. Siamo per questa seconda scelta[ix].


Potere operaio optò invece per il superamento della figura del delegato e per il rifiuto di considerare i Consigli di fabbrica come strumenti efficaci di lotta al servizio degli operai.

Inoltre il Manifesto, all’indomani delle elezioni, avviò una fase di dialogo con i resti del Psiup, guidati da Vittorio Foa e Silvano Miniati[x]. Era una ripresa del tentativo di porsi come primo nucleo di un processo unificante delle forze della nuova sinistra, dopo la sconfitta elettorale che aveva riguardato anche il Psiup. Il gruppo dirigente di quest’ultimo aveva proposto, di fronte ai deludenti risultati, l’immediato autoscioglimento e la confluenza nel Pci. Una parte significativa del partito, circa il 20 per cento, rifiutò questa scelta e, in novembre, a Livorno, fondò il Pdup, insieme a quella parte dell’Mpl che si era opposta a una confluenza nel Psi. Il voto contribuì a sviluppare in alcune organizzazioni della nuova sinistra una tensione verso il coordinamento e l’unità, nel tentativo di arginare la frammentazione e la debolezza che avevano caratterizzato le elezioni precedenti. Il Manifesto e il Pdup sancirono il processo di avvicinamento nel luglio del 1974, unificandosi dopo la convocazione dei rispettivi congressi di scioglimento e dando vita al Pdup per il comunismo.

Per quanto riguarda Lotta continua, a partire dall’autunno del 1972 si posero le premesse per un superamento della fase estremista e militarista sancita dal 3° convegno nazionale tenutosi a Rimini nei primi tre giorni di aprile del 1972, il quale aveva visto un avvicinamento tra le posizioni di Potere operaio e di Lotta continua e la promozione di iniziative comuni. Il processo di revisione iniziò nell’ottobre 1972, con la presentazione, a una riunione del comitato nazionale, di un documento fortemente autocritico rispetto alla linea politica fino ad allora seguita Il primo punto posto in discussione fu quello dei delegati e dei Consigli sindacali. Lotta continua, che aveva sempre sostenuto la necessità di un’organizzazione autonoma degli operai in fabbrica, ora riconosceva nella struttura dei Consigli l’organizzazione di massa degli operai, all’interno della quale occorreva impegnarsi per un serio confronto con le altre componenti di movimento in essa presenti[xi]. Fu la lotta contrattuale dei metalmeccanici a offrire a Lotta continua una via d’uscita da una situazione di progressivo isolamento nella quale l’organizzazione rischiava di chiudersi. Nuclei di Lotta continua presenti in fabbrica iniziarono a impegnarsi all’interno dei Consigli, spesso nel tentativo di condizionarne la linea o rifiutandosi di assoggettarsi alle decisioni prese collettivamente[xii].

Un ulteriore punto di svolta fu un nuovo atteggiamento nei confronti del Pci e in generale del movimento operaio. Le previsioni di Lotta continua circa uno sbocco rivoluzionario immediato non erano più così ottimistiche: si comprendeva come lo «schieramento revisionista» fosse ben lontano dal perdere la propria egemonia sulle masse e come, di conseguenza, fosse necessario porsi il problema di un rapporto, di un confronto con i partiti che lo costituivano. Lotta continua si convinse che la presenza del Pci al governo avrebbe concesso maggior spazio al movimento rivoluzionario e possibilità per un suo rafforzamento. Era necessario dunque sostenere (attraverso un ragionamento un po’ forzato) la linea del governo delle sinistre, per ottenere un terreno più favorevole allo sviluppo dell’autonomia proletaria[xiii].

L’ultima questione dibattuta tra la fine del 1972 e gli inizi del 1973 fu quella della trasformazione in partito. Lotta continua abbandonò progressivamente la vecchia tesi dell’organizzazione come espressione del movimento e incominciò a formalizzare le sue strutture.

Formazione teorica e politica dei quadri, elettività dei dirigenti, responsabilità individuale dei singoli compagni in un quadro di disciplina collettiva, divisione dei compiti e specializzazione sono i caposaldi del nuovo corso[xiv].


La precedente concezione di una leadership carismatica fu sostituita da una segreteria nazionale di militanti non operai, obbligata a risiedere a Roma; fu nominato un segretario generale (carica che fu affidata ad Adriano Sofri); furono create a livello nazionale numerose commissioni responsabili di diversi ambiti di intervento. L’originaria impostazione «movimentista» del gruppo fu così sostituita da un apparato precisamente strutturato.

Anche Lotta continua fu interessata dal processo di disgelo che stava coinvolgendo alcune formazioni della nuova sinistra (cui fu invece estraneo Potere operaio, più attratto verso l’area dell’«autonomia»). Pur nel persistere di differenze nelle rispettive posizioni politiche, cominciò a emergere la volontà di agire su un terreno comune, di creare occasioni di mobilitazione unitaria. Lotta continua concluse in questo periodo un patto informale di unità d’azione con il Pdup-Manifesto e con Avanguardia operaia, noto come «la triplice». Ma proprio da parte di Lotta continua vennero le maggiori resistenze a una prospettiva di totale aggregazione. Lotta continua ebbe difficoltà a schierarsi in modo netto con quelle forze della sinistra rivoluzionaria che miravano a costituire una «nuova opposizione» (fiduciosa di poter coinvolgere nel progetto anche una parte della sinistra tradizionale), poiché temeva che una chiusura totale nei confronti della nascente area dell’autonomia operaia avrebbe portato a un indebolimento dell’organizzazione e avrebbe significato il disconoscimento delle proprie origini. Inoltre in Lotta continua era ancora forte la presenza di una componente militarista ed estremista, propensa all’azione diretta e violenta, abituata a praticare gli obiettivi più che a teorizzarli, la quale si oppose al «nuovo corso», e soprattutto a un suo approdo nell’ambito istituzionale. Lotta continua fu costretta a muoversi nello spazio racchiuso tra queste due possibilità, nella difficile ricerca di una propria coerenza di linea[xv].



Note [i] Per un movimento politico organizzato, «il manifesto», a. III, n. 3-4, primavera-estate 1971, pp. 3-25. [ii] Ivi, p. 15. [iii] Ibidem. [iv] Ivi, p. 22. [v] Ivi, p. 11. [vi] Il documento politico del 1972, «il manifesto», settembre 1972, numero speciale, pp. 85-94. [vii] Ivi, p. 90. [viii] Ibidem. [ix] Ivi, p. 94. [x] Cfr. M. Monicelli, L’ultrasinistra in Italia. 1968-1978, Laterza, Roma-Bari 1978. [xi] Per indicazioni più precise circa le tappe di tale processo di revisione vedi L. Bobbio, Storia di Lotta Continua, Feltrinelli, Milano 1988, pp. 115-144. [xii] Sui limiti dell’azione svolta da Lotta continua all’interno dei Consigli di delegati ivi, pp. 121-122. [xiii] Dubbi sull’esattezza di tale previsione sono espressi da L. Bobbio, op. cit., p. 129. [xiv] Ivi, pp. 129-130. [xv] Ivi, p. 131.



Qui sotto è possibile scaricare i pdf dei n. 61-74 di «Potere operaio del lunedì»:


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PotereOperaioLunedì_N.62
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PotereOperaioLunedì_N.63-74
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