Christopher Wood


Carlo Picchiura (1950-2013) nei primi anni Settanta milita in Potere operaio, a Padova, poi nelle Brigate rosse, dove partecipa alla formazione della Colonna veneta. Arrestato nel 1975 durante un conflitto a fuoco, che provoca la morte dell’agente di polizia Antonio Niedda, sconta oltre vent’anni di carcere. Picchiura, qui ricordato da un «ritratto» rigoroso e insieme commovente di Fabrizio Nizi, è stato l’estensore di un testo collettivo pubblicato in questi giorni da DeriveApprodi a cura di Silvia De Bernardinis: Brigate rosse: un diario politico. Riflessioni sull’assalto al cielo. Si tratta di un rendiconto critico e autocritico della storia delle Brigate rosse a opera di alcuni suoi autorevoli dirigenti e militanti. Il documento, corredato da un ampio apparato di note, ricostruisce dal biennio 1968-69 alla metà degli anni Ottanta i convulsi mutamenti del contesto storico-politico italiano, permettendo di comprendere le dinamiche ancora oggi sconosciute della complessa storia delle Brigate rosse.


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Come si racconta un’amicizia? Ma poi si può raccontare? Forse si può spiegare quello che ti ha lasciato, le sensazioni condivise, le emozioni vissute insieme. Il ricordo. Il ricordo di un persona che ha attraversato la tua vita, con cui hai fatto un pezzo di strada. Ma non è il suo di ricordo, è il tuo, o meglio quello di un legame che ha fatto di te quello che sei. È questo in fondo che chiamiamo amicizia, un tributo alla nostra umanità, alla scoperta che siamo quelli in cui ci riconosciamo.

Quindi per parlare di Picchio devo parlare di me, di come l’ho conosciuto e la cosa non mi entusiasma per niente. In genere sono abbastanza restio ad esternare sentimenti forti, ci combatto da anni con scarsi risultati. In fondo è lo stesso motivo per cui raramente racconto da dove vengo. Probabilmente ancora devo fare tutti i conti con la mia esperienza politica, perlomeno da un punto di vista personale. Ma forse per Picchio posso provarci.

Tra l’altro glielo devo. Il rischio di condannare le sue riflessioni sicuramente datate all’incomprensione o peggio al dibattito di noiosi addetti ai lavori è troppo grande per non tentare di dargli un senso compiuto alla luce della persona che era, del militante rivoluzionario che ha passato in carcere più di 30 anni dei 63 che ha vissuto. Lo sforzo di analisi meticoloso e a tratti tedioso che Picchio fa sulla nostra storia è del 1986, il linguaggio e le categorie che usa sono quelle del tempo, anche se con una sua particolare accezione. Quindi serve una chiave di lettura che le renda intellegibili in un’epoca in cui quell’universo concettuale e immaginario a cui lui fa riferimento non è più previsto nel novero delle possibilità attuali. E non parlo in particolare dell’esperienza delle Brigate rosse, di cui Picchio fa la genesi e le pulci, ma della possibilità di una trasformazione rivoluzionaria nei paesi a capitalismo maturo. Perché di questo scrive, come può farlo un militante delle Brigate rosse che si rivolge ai suoi compagni in attività ponendo domande e quesiti di natura politica generale che chiede di sciogliere prima di decidere cosa fare.

E per farlo ripercorre meticolosamente la storia politica della Brigate rosse, i diversi contesti in cui si è inserita e i risultati raggiunti o meno. Fino a chiedersi se ha ancora senso quella esperienza dentro i possibili scenari nazionale e internazionali che si aprono nel 1986. Poi come sono andate le cose lo sappiamo e che la sconfitta della lotta armata fosse una eventualità Picchio lo indica esattamente, consigliando il tal caso di lasciare alla storia l’esperienza della guerriglia nelle metropoli della quale peraltro dà un giudizio netto parlando di fallimento delle motivazioni che ne decretarono la nascita. Il percorso di scrittura intrapreso da Picchio è l’occasione di una riflessione profonda, vera, che lo coinvolge completamente. Non è solo l’esposizione di convinzioni maturate nel corso del tempo, che adesso espone in forma compiuta dandogli una giustificazione metodologica. È il percorso di una persona intellettualmente onesta che riconosce di essere prigioniero di una scommessa fallita, ma lo fa senza rinnegare le scelte fatte e mettendo il suo contributo a disposizione di chi da quelle scelte è ancora coinvolto. Come fa un dirigente politico: assumendosi le responsabilità senza farsi sconti. Come ha sempre fatto in tutta la sua vita.

È così che Picchio ha affrontato la prigionia da quando è stato arrestato, nel settembre del 1975. Per lui i rivoluzionari in prigione devono solo pensare a scappare e non essere ostacolo per la guerriglia. Punto. Da materialista quale è non concepisce l’idea che dalla prigione si possa dirigere l’andamento dello scontro fuori. I prigionieri al massimo possono contribuire, dare una mano a leggere le dinamiche generali, ma non possono decidere la linea, la strategia, la tattica di un’organizzazione rivoluzionaria. Un concetto talmente basico diremmo oggi, lapalissiano, da sembrare troppo deterministico e meccanicista per essere assunto dalla maggioranza dei prigionieri politici delle Brigate rosse che si sentono di star innovando la politica rivoluzionaria. Per questo il nome di Carlo Picchiura non compare quasi mai, nonostante sia uno dei fondatori della colonna veneta e prima ancora della Brigata Proletaria «Erminio Ferretto» a Mestre. Non è solo una persona schiva, che non ama esibirsi, è consapevole che in quanto prigioniero è un ostaggio in mano al nemico che ha il controllo delle sue azioni. E non ha nessuna intenzione di facilitargli il compito. Anzi.

Se questo lo rende un po’ naif agli occhi dei militanti rivoluzionari, per la popolazione detenuta che incontra nel suo peregrinare negli speciali avviene esattamente il contrario. È umile, sa parlare con tutti e mette le sue competenze a disposizione di chi ne ha bisogno. Ma allo stesso tempo è una persona determinata, che non si tira mai indietro quando ce n’è bisogno. È l’archetipo del «bravo ragazzo» che nella quotazione carceraria è il massimo della considerazione, così come «tragediatori» e «infami» occupano gli ultimi posti.

La chiave di lettura quindi è la persona che è stata, il suo laicismo come il suo forte attaccamento alla vita. Era un marxista puro Picchio, uno per cui il fine della vita è la vita stessa. Uno per cui gli affetti e l’amicizia venivano prima della politica, nonostante la politica sia stata la scelta fondamentale della sua vita. Una persona talmente affascinata dal mistero della vita, da volerla vivere tutta fino in fondo, combattendo come un leone contro la malattia maledetta che in poco tempo se lo è mangiato, senza mai lasciarsi andare a un momento di sconforto.


Ero a Itaca in vacanza con Ale quando Picchio se n’è andato. Stava molto male e Anna aveva insistito affinché facessi una videochiamata per un saluto. Non volevo vederlo così, sarei andato a trovarlo a settembre e avrei passato qualche giorno con loro come avevo fatto tante volte. In realtà era proprio quell’insistenza di Anna, solitamente così discreta, ad agitarmi. Non era giusto cazzo… non Picchio. Perché?

Quando mi hanno arrestato non sapevo neanche chi fosse Carlo Picchiura, il suo nome non compariva nel gotha del «nucleo storico delle Br» che si affacciava ogni tanto dalle pagine dei giornali e non mi ricordo di averlo mai letto nei comunicati dei compagni processati. D’altronde non è che fossi particolarmente preso dai nomi, mi colpivano più che altro i volti e le storie dei compagni arrestati. Facce come quelle di tanti e tante che conoscevo, vite simili alla mia: studenti, lavoratori precari, giovani operai…schiavi che si ribellavano a un destino di merda decidendo di fare la guerra allo Stato. Per una società migliore certo, per il «comunismo», ma soprattutto perché a vent’anni le ingiustizie diventano facilmente insopportabili e bastava così.

Carlo lo incontro a Badu ’e Carros, lo speciale di Nuoro dove mi mandano per il mio 21esimo compleanno, dopo appena un mese di Rebibbia. Con Piero, Mario e Pierino sono il riferimento politico mio e di Mario B. con cui sono arrivato da Roma insieme a Viero, un compagno uscito da tempo dall’organizzazione che si è consegnato per scagionare la moglie e si è trovato accusato di due omicidi. E che ovviamente ci terrà svegli per tutta la traversata del Tirreno, mischiando la sua ansia alla nostra.

Il resto dei compagni che troviamo nello speciale è in maggioranza del Partito guerriglia, compresi molti ex detenuti comuni che in carcere hanno sposato la lotta armata. Poi alcuni di Prima linea, Azione rivoluzionaria e altre sigle della galassia armata di quegli anni insieme a qualche detenuto comune che si è guadagnato sul campo il trasferimento a Badu ’e Carros, dove la gestione è improntata a convincerci a suon di bastonate che era ora di finirla.

Per chi ha vissuto queste vicende è facile capire di cosa sto parlando, per la maggioranza degli esseri umani del pianeta un po’ meno. Quindi provo a dare un idea del contesto in cui ci troviamo. È l’estate del 1982, l’altro secolo, qualche mese prima a Padova la polizia ha liberato il generale Dozier, vice-comandante della Nato per il Sud-Europa che abbiamo sequestrato dichiarando «guerra alla guerra imperialista». Non era mai successo che in Europa qualcuno facesse un tale affronto agli americani che la prendono decisamente male. La reazione è l’utilizzo esteso della tortura come tecnica di interrogatorio per liquidare l’opposizione armata nel paese. Le informazioni ottenute causano l’arresto di centinaia di compagni e l’azzeramento di intere strutture, ed è anche il motivo degli arresti mio e di Mario.


Accusando il colpo l’organizzazione decide di fermarsi per riflettere sul da farsi perché non è una cosetta quella che è avvenuta. In un bar di periferia ci saremmo detti che avevamo «preso una sveja che metà bastava» e nessuno avrebbe avuto nulla da ridire, ma nel nostro lessico dell’altro secolo l’abbiamo chiamata «ritirata strategica», e questo non è piaciuto a tanti compagni. Eravamo diventati «arresi», concetto quanto mai vago e indeterminato ma che nel linguaggio dell’epoca significava solo una cosa: infami, traditori. E per i traditori, diceva il Partito guerriglia, l’unico rapporto era l’annientamento.

In 6, su una popolazione di un centinaio di detenuti, non c’era da stare allegri a sostenere la «ritirata strategica», senza sapere poi che cazzo significava. Con questa leggerezza d’animo affronto la mia entrata nella maggiore età nello speciale di Badu ’e Carros. Il primo giorno al passeggio Viero sente il bisogno di confessare che si è consegnato e si suiciderebbe per la cazzata fatta. Qualcuno gli ricorda che se proprio vuole farlo almeno si portasse appresso qualche secondino, uno zaccagno si rimedia, poi ci penseranno le guardie a suicidarlo e verrebbe ricordato come martire della rivoluzione. Questo era il clima insomma, con molto poca propensione alla compassione.

In questo clima diciamo «plumbeo», trovare affinità elettive con qualcuno è un’impresa anche per un ventunenne anomalo come me. Trovo giusto Peppone, un compagno milanese dei Pac che più tardi si dissocerà. Siamo coetanei, veniamo entrambi dal movimento del ’77, basta poco per capirsi e la follia di comportamenti che ci circonda fanno presto a diventare motivo di ilarità. È anche un modo per stemperare la tensione. Anche con Sandrone faccio subito amicizia. Un ragazzone veneto grande e grosso finito in carcere per rapina, che le vicende carcerarie hanno fatto avvicinare ai compagni e portato a Nuoro. È un buono Sandro, una persona gentile costretta a nascondere questa sua mitezza d’animo dietro una scorza da duro per sopravvivere in quei posti maledetti, ed è lui prima di Picchio che mi invoglia a fare ginnastica. Tutti i santi giorni, che facesse caldo o si gelasse dal freddo, arriva all’aria con la sua tuta e fa almeno un’ora di attività fisica: corsa in circolo lungo il muro, poi flessioni, addominali, stretching… correva sempre Sandro. Spesso appresso a Picchio, che però è meno costante perché più preso dalle discussioni e dalla fauna che volteggiava nel cielo di Nuoro. Nel cielo… nello spicchio di cielo che si scorge attraverso le inferriate che ricoprono i cortili dell’aria, talmente fitte che d’inverno la neve le ricopre fino a formare un tetto compatto di mezzo metro di ghiaccio.


La situazione migliorerà decisamente con l’arrivo dei compagni romani, Paolone e Plinio soprattutto, a cui dopo si aggiungeranno Marcello, Gigi e Piero man mano che vengono arrestati. Ma Paolone e Plinio faranno la differenza portando Roma a Nuoro, anzi proprio Cinecittà e Centocelle. Paolone è di Guerriglia comunista, alto, secco e pelato sembra Raimondo Vianello, se non fosse per un barbone da eremita che gli arriva al petto e i bellissimi tatuaggi ricordo di viaggi esotici. Contrariamente a questo suo aspetto è un romano doc, generoso quanto scanzonato, con la battuta sempre pronta. Plinio invece è di Centocelle, un ragazzone biondo con un passato libertario prima di entrare nelle Br. Ha frequentato il liceo San Francesco di Assisi a viale della Primavera dove finivano spesso i cortei del mio istituto tecnico. Conosciamo le stesse persone, abbiamo camminato negli stessi posti. È casa.

Ma prima che tutto ciò accada ho modo di conoscere Picchio. Mi ha mandato a dire dal «bimbo» con cui divido la cella in cui mi hanno messo, se il pomeriggio esco all’aria per fare una chiacchierata, visto che le mattine le passavo a dormire. Così quando le guardie aprono le celle un po’ scoglionato e in ciabatte mi dirigo verso il passeggio. Picchio sta facendo le vasche come fanno i detenuti andando su e giù tra i muri del passeggio, con le mani raccolte dietro la schiena e il passo veloce. Mi fa segno di seguirlo e mi accodo, ma intanto si accorge delle ciabatte e comincia a scuotere la testa sghignazzando sotto i baffi. Tra lo stupito e il divertito continua a fissare ciabatte e me e sghignazza. Mi pare ancora di vederlo… poi mi dice che forse non è proprio il caso di venire all’aria in ciabatte, che è facile che ci si fermi all’aria per protestare contro un pestaggio e in quel caso le guardie prima ci innaffiano con gli idranti a pressione e poi entrano nel passeggio per riportarci in cella a manganellate. Quindi è meglio farsi trovare pronti per correre. Ecco, ’sta cosa mi era sfuggita, non l’avevo proprio presa in considerazione. Lì per lì mi sono detto che forse non volevo arrendermi all’idea del carcere, ma la verità è che non ero pronto per quello che mi aspettava. Ammesso che lo si possa mai essere.

Ovviamente non scenderò mai più all’aria in ciabatte, ma Carlo da quel giorno mi ha adottato. Devo avergli fatto tenerezza o forse ha semplicemente pensato da buon dirigente che era meglio non perdere d’occhio il pischello per evitare che si mettesse nei guai. Poi siamo diventati amici, dividendo tutto fino a che non sono uscito e poi anche dopo quando è uscito lui e lo andavo a trovare a Brescia, a Peschiera del Garda, a Bologna, a Padova. Non so quanti chilometri di autostrada ho fatto per andarlo a trovare, per non lasciarlo solo, anche solo per scambiarci un’impressione, per condividere i mutamenti del mondo e i nostri, così come avevamo fatto per cinque anni. In carcere era stato il mio secondo padre, mi aveva dato gli strumenti per affrontarlo, provando a dare senso politico al mio ribellismo giovanile. Ora era diventato il fratello che non avevo avuto, con cui condividere gioie e dolori della vita, dalle piccole alle grandi. E di tutto questo gli sono grato, anche se non gliel’ho mai detto. In realtà come tutti gli introversi abbiamo condiviso anche un certo imbarazzo nell’esprimere i sentimenti.

Ma c’è un altro motivo per cui gli sono grato e per cui gli sono debitori tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarlo. Carlo ci ha salvato. Il brigatista irriducibile Carlo Picchiura, condannato a 30 anni di galera più spicci per reati commessi in carcere, tra cui la rivolta nello speciale di Trani, quando tutto è tracimato e la pazzia ha contagiato la maggioranza dei detenuti politici, non ha mai smesso di richiamarci alla realtà, di criticare e ridicolizzare posizioni politiche allucinanti o proposte di lotta assurde che ci facevano precipitare ogni giorno più in basso sia sul piano generale che su quello delle condizioni di vita in carcere. Ma al tempo stesso non ci ha mai permesso di tirarci indietro di fronte a una lotta. Se si decideva di fare una cosa, anche se non eravamo d’accordo dovevamo essere in prima fila. Sempre. Ovviamente non è stato né facile né simpatico… ma è stato fondamentale perché col tempo questa coerenza politica e personale ha spostato gli equilibri interni al carcere fornendo una sponda e uno spazio di riflessione ai tanti alla ricerca di risposte alla crisi della guerriglia. Finché è stato possibile almeno, perché poi ognuno ha dovuto fare i conti con se stesso. Ma è indubbio che per tutti gli anni Ottanta, dall’82-83 in poi, prima a Badu ’e Carros e poi allo speciale di Novara, il ruolo di Picchio sia stato decisivo, sia nel dibattito interno che in quello esterno.


Ne è un esempio il libro Politica e Rivoluzione, pubblicato nel 1984 dai brigatisti detenuti Coi, Gallinari, Piccioni e Seghetti che nella prima parte propone una critica alle tesi esposte nel documento Gocce di sole nella città degli spettri,di R. Curcio e A. Franceschini, su cui si fondò il Partito guerriglia. Quelle pagine di critica politica sono state scritte da Picchio a Nuoro e portate a Cuneo da Moretti durante il trasferimento per un processo. La minuta l’ho trascritta io e mandata a Mario attraverso la «teleferica» che usavamo tra finestra e finestra per passarci le cose.

Come ne è un esempio il documento che ora viene pubblicato da DeriveApprodi nel libro Brigate rosse: un diario politico. Picchio lo iniziò a Nuoro e lo finì a Novara poco prima che venissi a Rebibbia per l’inizio del processo Moro-ter, da dove è uscito con me. Era destinato all’Organizzazione, un tentativo di aprire una discussione sui fondamenti della lotta armata con i militanti ancora in attività. Un tentativo che non sortì nessun effetto. Quello che restava dell’Organizzazione – che da lì a poco verrà smantellata – era ormai impermeabile a qualsiasi tipo di riflessione che non fosse giustificatoria dell’attività in essere, priva dell’intelligenza e dell’istinto politico che aveva caratterizzato l’esperienza politica delle Brigate rosse, sempre state poco inclini all’ortodossia e all’ideologismo di maniera.

Questo esito, insieme ad altro, consegnò al passato il mio rapporto con le Brigate rosse. E in qualche modo segnò anche il rapporto di Picchio con la sua esperienza politica, che rimarrà solo un fatto personale. Da lì in poi la vicenda di Carlo ruoterà intorno alla possibilità di uscire dal carcere prima in articolo 21, poi con il lavoro all’esterno e la semilibertà così come è accaduto per molti di noi. Anche se, diversamente da molti di noi, ha dovuto aspettare anni per vedersi concedere i benefici che gli spettavano per legge, passando attraverso lunghi rifiuti e periodi di chiusura immotivata. In questo la memoria della magistratura è stata decisamente migliore della nostra.


Per questo ringrazio infinitamente Silvia per aver voluto pubblicare questo libro e DeriveApprodi per averlo adottato. E voglio farlo anche a nome di tutte le persone che hanno conosciuto Picchio ma che non avranno la possibilità materiale di scriverlo qui. Sono sicuro che non me ne vorranno. Severino innanzitutto, che vaga libero per il pianeta terra. Bimbone e Sandrone, con cui Picchio ha mantenuto rapporti fino alla fine. Pasquale e Sante. Marcello e «il biondo». Piero e Barbara. Shogun e «il ragioniere»…

Ma anche a nome di tre compagni che invece anche volendo non potrebbero più farlo: Gigi Novelli, Piero Vanzi e il vecchio, Salvatore Ricciardi.


Ciao Picchio, ci si vede...