Nutrizioni ed estetiche. Mangiare l’altro




Esiste davvero una differenza tra ordine e disordine o è solo uno dei nostri innumerevoli tentativi di tranquillizare la mente? Andando oltre anche all’idea di complessità, nella quale troviamo ristoro, c’è un’azione che ci riporta al reale. Nutrirsi stabilisce un rapporto diretto con il mondo, oltre ogni nostro tentativo di interpretazione.


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È legge di natura che in un qualunque sistema chiuso – una cellula, un motore, l’universo – la quantità di disordine, l’entropia sia sempre destinata ad aumentare. In pratica, tutto, anche in questo istante, sta precipitando in un abisso che finirà con la morte termica.

In questo viaggio verso il nulla, tutto quello che è vita costituisce tuttavia una parziale eccezione; la vita infatti, finché dura, prevede una forte organizzazione delle sue strutture, vale a dire un elevato livello di ordine. Ciò significa che alla fine possiamo vincere o pareggiare diverse battaglie mente l’esito finale è sempre certo.

Forse che sia anche per questo che nell’uomo la distinzione tra “ordine e disordine” è tragica consapevolezza prima di diventare questione estetica?

Roma, Piazza Risorgimento in una mattina d’ottobre, cose e persone si muovono in aloni luminosi: tra ombre già allungate l’aria tersa è in ogni respiro.

Sulla strada principale, auto scure procedono allineate in lenti percorsi verso e dallo Stato Pontificio; ai lati, file composte di turisti diretti verso Piazza San Pietro. Su un muro, una freccia incisa nel marmo segna l’ingresso ai musei vaticani.

Poco distante, piccoli gruppi di persone indugiano seduti alla rinfusa lungo una panchina assolata, come ai tavolini di un chiosco bar mentre uno sciame di piccioni razzola in mezzo alla piazza; di lato, un cameriere inoperoso passa e sbadiglia.

Cose e persone di un panorama sparso che restano trattenute da una luce obliqua, come le suggestioni.

Quali sono le differenze tra ordine e disordine? E poco più in là, tra il vivere e lasciarsi vivere?

In una mattina d’ottobre il riconoscimento di una linea retta, che abbia forme umane, meccaniche o sia stata incisa sul marmo può essere la rivelazione di una stretta analogia con l’ordine euclideo, eredità e suggestione dell’antico pensiero greco. Quelle linee rette, prima di essere geometria, sono un’idea di come guardiamo la natura. Ma davvero gli sciami confusi di turisti, come quello dei colombi, possono essere una realtà in cui non si intravede alcun ordine, di cui nessun ordine si è impastato?

In una città che si dice eterna può sembrare impossibile soprattutto se ciò che ha a che fare con la vita pare reclamare maggiormente una sua identità. Ma anche al di fuori di ogni alone di sacralità, può davvero l’incessante brulicare di una città essere definito disordine?

La complessità sarebbe la parola che più si addice per descrivere la natura e i fenomeni vitali di una giungla come di una cellula. Ordine e disordine sarebbero il tentativo di districarsi in questa complessità e nella nostra ignoranza, di venire a capo di qualcosa che ci vede spettatori, sia che siamo davanti a un panorama come davanti a una linea retta immaginata tra due punti.

La comprensione di cui siamo debitori al linguaggio è poi un ulteriore suggestione quando conferma verità in realtà solo apparenti. «Mettere ordine nella giungla discartoffie, documenti, registrazioni, teorie» e altro, sarebbe infatti espressione valida per l’artificiale che ci circonda, che ubbidisce cioè più all’artificiale che al naturale.

Ordine e disordine sarebbero insomma descrizioni che adoperiamo per dare forma compiuta al mondo intero, una retta il percorso più breve tra due punti, solo la via più corta per descrivere qualcosa di quella forma.

Sì, il placido caos che si avverte in dieci, cento piazze Risorgimento, come l’analogo tumultuoso disordine di una giungla, sono solo forme di una stessa complessità. Non c’è del resto alcun caos nella direzione di una freccia, ma non c’è neanche disordine quando ogni predatore della giungla ha fatto la sua mossa, sempre la più di-retta, letale, necessaria.

Piazza Risorgimento, una sera d’Ottobre.

Lo sciame di colombi razzola sul fazzoletto di selciato davanti al chiosco bar. Di lato un paio di gabbiani reali, immobili nella luce calante, indugiano, una lieve brezza tra le piume; poco distante una coppia di taccole, diffidente, osserva la scena.

Piccolo spaccato zoomorfo delle nuove presenze che popolano le città, nelle immutate relazioni tra specie diverse.

Solo un istante e l’indifferenza del gabbiano diventa un lampo che squarcia ogni tregua apparente; fulmineo il becco screziato di rosso fa del colombo una preda fremente.

Una linea retta tracciata tra noi e altri punti può essere rappresentazione euclidea della nostra singolarità rispetto alla natura, presunzione di essere vivente posto al vertice del creato.

Eppure c’è nella concretezza dei giorni un momento e un’azione in cui una linea retta cessa di essere un’astrazione, un ordine solo formale e umano, e in grado di riassumere la relazione che ogni vivente ha con il resto. Nutrirsi, che sia il gesto del predatore, il brucare dell’erbivoro o le scelte dell’onnivoro è infatti azione sempre necessariamente efficiente, sempre l’azione più di-retta tra l’essere vivente e l’ambiente circostante. Quando scegliamo un alimento, quando ci nutriamo diamo sempre del tu al mondo. Nutrirsi per ogni essere vivente è come tracciare una linea retta tra se stessi e qualcosa che è “altro”

Così, prima e dopo la nutrizione e i suoi bisogni, nella tregua dalle “necessità delle linee rette”, il mondo dei viventi torna sempre alla sua casualità, alla reciproca indifferenza, a un respiro in cui la vita diventa altro, in mille forme in cui ordine e disordine si confondono in un tutt’uno.

Solo noi riconosciamo le differenze tra ordine e disordine; in fondo solo una questione estetica.



Immagine: Anonimo, Kaos, 1982


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Maurizio Sentieri vive tra la Liguria di Ponente e l’Appennino. Ha pubblicato diversi libri di storia e antropologia dell’alimentazione – I semi dell’Eldorado (1992), L’orto ritrovato (1993), Cibo e ambrosia (1994), Perle ai porci (2013), Cibum nostrum. Mito e rovina della dieta mediterranea (DeriveApprodi, 2019). Cura per la rivista online «Doppiozero» la rubrica «Sugo».