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Non c'è altra scelta?

No Other Choice di Park Chan-wook


still da film
still da film

«2001» è la nuova sezione di Machina dedicata al cinema: pezzi brevi e suggestivi, letture che mettono in luce aspetti politicamente rilevanti. Non a caso il titolo: un omaggio a Kubrick e allo stesso tempo il numero di caratteri che ciascun articolo deve rispettare: 2001 esatti, spazi inclusi, né più né meno.

Oggi Gigi Roggero ci parla di No Other Choice, regia di Park Chan-wook.


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 Solo dal suo punto estremo si può vedere lo sviluppo dell’intero. Non è un caso, allora, che nel nuovo millennio i film coreani ci diano una sensazione al contempo di lontananza e di vicinanza, di irrefrenabile riso e di avvolgente inquietudine. Così è per No other choice, diretto da Park Chan-wook, con esplicito omaggio al Cacciatore di teste di Costa-Gravas. Tra i due film c’è però non solo uno spostamento temporale di vent’anni di crisi, ma uno spostamento spaziale. Ciò che in Europa era una sarcastica distopia su un futuro assurdo, in Corea diventa realtà.

Così, in un neo-realismo del grottesco, il dipendente modello Man-soo perde il lavoro nella fabbrica di carta, e con esso la possibilità di pagare il mutuo per la casa e i due cani, amati dalla piccola figlia neurodivergente. Smarrisce dunque casa e famiglia, e soprattutto l’autostima. Destino condiviso con gli altri dipendenti modello, rimasti come lui disoccupati.

Il mondo di Man-soo, quel rapporto con la carta e con il lavoro, sta sparendo. In un mondo in cui gli viene spiegato che, thatcherianamente, «there is no alternative», in cui il futuro è dell’intelligenza artificiale e la strada dell’organizzazione collettiva è bloccata, il protagonista adotta il comportamento perfettamente razionale dell’homo oeconomicus. Con sistematicità e lucida dedizione uccide uno per uno i propri competitor, riuscendo così a essere assunto come unico supervisore umano in una fabbrica di carta completamente automatizzata. Se accettiamo che non c’è altra scelta, Man-soo – al pari dei giocatori di Squid game – è il modello di un eccellente imprenditore di se stesso, il puro animal spirit di un mercato della crisi in cui bisogna continuamente reinventarsi, oggi operai di una cartiera e domani assassini nel nome dell’etica del lavoro. Se invece pensiamo che quel punto estremo non sia uno sviluppo necessario, il punto è strappare le radici di una civiltà altrimenti fottuta. Non come scelta individuale, ma come possibilità collettiva.


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Gigi Roggero è il direttore editoriale di DeriveApprodi. Pubblicista militante e curatore, per Machina, della sezione freccia tenda cammello. Ha pubblicato con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia e metodo (2019), Per una critica della libertà. Frammenti di pensiero forte (2023); è inoltre co-autore di: Futuro anteriore e Gli operaisti.

4 commenti


top game
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18 ore fa

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Expert Incognito
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3 giorni fa

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lohaszpoming376
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