Militanza operaia (1)



[Nota redazionale]

Con Militanza operaia (1) e Militanza operaia (2) si vogliono esemplificare alcuni stili della militanza che hanno caratterizzato il corso del decennio Settanta. Nel primo caso l’oggetto a riferimento è il grande insediamento industriale con un arco temporale compreso tra il 1968 e il 1973, nel secondo la cosiddetta fabbrica diffusa che si snoda tra il 1974 e la fine del decennio.

L’espediente usato nei testi è la combinazione di testimonianze dirette di militanti che hanno utilizzato strumentari analitici, paradigmi e metodologie dell’«operaismo italiano» nato con i «Quaderni rossi».



Mario Dalmaviva: Lo stile della militanza nel lungo Sessantotto [1]


«Anche se noi l’avessimo capito, e non lo capimmo o non lo potevamo capire perché eravamo rivoluzionari, il processo avvenne secondo me in maniera così rapida ed estesa, cioè questa nuova composizione di classe divenne una fucina di avanguardie politiche così estesa e così di massa che noi non potevamo comprenderlo. […] Fa parte se vuoi di questi ritardi storici tra l’avanguardia politica e i movimenti di massa, per cui quando leggi Lenin poi dici “che bravo!” e subito dopo “che culo!”, perché ci fu una coincidenza storica, i quadri, la formazione, le batoste, il nucleo del partito, poi con l’ingegno di Lenin per l’organizzazione, ma poi la guerra, la sconfitta e tutto quanto, fu un mix e un amalgama incredibile» [2].

Mario Dalmaviva



Intanto dobbiamo dire che militanza deriva da miles: ciò è significativo in termini sia di dedizione che di disciplina. Io mi soffermerò su una militanza di tipo particolare, che riguarda me così come centinaia di migliaia di persone. Parlerò poco del movimento studentesco del ’68, comincerò invece del ’69, delimitando geograficamente la mia analisi a Torino, Mirafiori (45.000 operai). Parliamo dunque della grande fabbrica e dell’incarnazione di quella figura che gli operaisti avevano anticipato con grande lucidità: l’operaio massa. Lì lo vedevi, lo sentivi, lo toccavi, esisteva davvero.

Io venivo da una condizione piccolo borghese. Con un gruppo di compagni (che prima non sapevano bene di esserlo), di studenti-lavoratori iscritti all’università di Trento, ci affacciammo al ’68 per gli studenti e al ’69 per noi senza formazione politica. In qualche modo eravamo dunque alla pari con gli operai del Sud, spaesati, provenienti da una realtà contadina e di piccoli borghi, messi sulla catena di montaggio, costretti a un lavoro alienante, isolati nella città – «non si affitta ai meridionali» c’era scritto sui cartelli, e quando si affittava i bravi piemontesi pretendevano cifre da mozzare il fiato. Era quindi per loro una situazione terribile sia dentro che all’esterno della fabbrica.

Per me, come credo per molti, a portarmi alla militanza politica è stata una serie di avvenimenti in parte casuali e in parte no. Ero tutt’al più un lettore dell’«Espresso» e dirigevo la filiale di un’azienda a Roma; i panorami politici mi si sono aperti con il libro di Baran e Sweezy, Il capitale monopolistico. Successivamente ho avuto modo di criticarlo, ma allora era una scoperta. Dopo di che ho visto un pestaggio a una manifestazione romana, con i poliziotti che picchiavano anche bambini e vecchi alla rinfusa, ho fatto un po’ di turismo rivoluzionario a Parigi nella primavera e il mio lavoro mi è diventato insopportabile. Difatti nell’autunno del ’68 ho lasciato Roma e il lavoro, e con una vespa scassata sono rientrato a Torino, la mia città. Lì sono peraltro incorso in alcuni incidenti: non sapendo dove andare mi sono affacciato a una riunione del movimento studentesco vestito ancora da dirigente d’azienda, vedevo che si davano di gomito, successivamente ho saputo che pensavano fossi della polizia.

Da subito ho avuto una grande diffidenza per il discorso terzomondista che informava il movimento studentesco, che captava gli input provenienti dalla Germania: gli operai erano ritenuti integrati e non c’era più niente da fare. Mi rifugio nella Lega studenti-operai, che definire minuscola è un eufemismo: eravamo in quattro. Lì alcune persone di grande valore, reduci dai «Quaderni rossi», tenevano viva la fiammella dell’operaismo a Torino, sbeffeggiati nelle assemblee studentesche dai leader che venivano dallo Psiup: «Perché ci venite a parlare degli operai? Parliamo del Vietnam che è molto più importante!». I nomi della Lega sono quelli di Vittorio Rieser, Dario e Liliana Lanzardo e il sottoscritto, che contribuiva all’attività del gruppo scopando il pavimento, perché non ero in grado di dare un contributo teorico e politico. Avevo però dalla mia l’esperienza di venditore. A fine settembre del ’68 andiamo a volantinare davanti alla fabbrica Lancia, che a quei tempi era un rottame che i padroni si scambiavano tentando di rifilarsi l’un l’altro un bidone; c’era lì una classe operaia vecchia, sottopagata, data per sconfitta dal sindacato, che non andava nemmeno più davanti agli stabilimenti. Noi siamo andati ad agitare la questione del salario uguale per tutti, distribuendo volantini firmati dalla Lega. Gli altri tre alle 8.30 vanno a lavorare e mi lasciano lì da solo, io avevo tempo perché mi ero licenziato e vivevo della liquidazione presa. Forte appunto della mia esperienza di venditore comincio a megafonare sulla strada dove affacciavano i reparti: «Operai, uscite dalla fabbrica, formate il corteo». Ero tranquillo del fatto che nessuno si sarebbe mosso. Invece, con mio grande spavento, si apre un portone ed esce un corteo operaio. Io mi trovo così alla testa di un corteo che non avevo la minima idea dove portare, compagni più esperti non ce n’erano, sindacalisti manco a parlarne: ho fatto l’unica cosa sensata che si potesse fare, siamo andati al grattacielo della direzione. Dopo tre ore sono arrivati i sindacalisti per dire che la lotta era già sconfitta: erano proprio dei corvacci. Questa classe operaia vecchia, snobbata da tutti, sconfitta, ha fatto quaranta giorni di sciopero per aumenti salariali uguali per tutti.


Nel frattempo mi infilo nel gruppo di studenti-lavoratori che si erano iscritti all’università di Trento e andavo a fare gli esami. Mi sono messo a lavorare con questa trentina di compagni, andavamo all’università a fare gli «esami», cioè circondavamo il professore, raccontavamo delle lotte alla Fiat e, grazie alla sua paura, andavamo via con 30 sul libretto. A natale del ’68, noi quattro della Lega insieme a studenti di Medicina occupiamo le Molinette, l’ospedale più grande di Torino; c’era con noi anche un quadro operaio, Ottavio. Continuavamo a essere in pochi e ad andare alla fabbrica per ascoltare quello che succedeva, forti però dell’indicazione che ci aveva dato la lotta alla Lancia.

A quel punto è sorto il problema: come ci firmiamo? Nasce l’idea di firmarsi con uno slogan: La lotta continua. Abbiamo tolto l’articolo, è restata Lotta continua. Nel gennaio ’69 escono dunque i volantini firmati Lotta continua, sempre fatti dai quattro di cui parlavo prima. Andiamo dunque davanti a Mirafiori con i volantini sulle 50 lire di aumento uguale per tutti. Avviene il miracolo: si formano capannelli di operai che leggono e discutono i volantini. Antropologicamente erano piccolotti, tarchiatelli, incazzati come belve, prevalentemente del Sud. I capannelli si ingrandiscono, troviamo la sede in un bar lì vicino. Gli operai ci usano – e noi ci lasciamo usare felicemente – per capire come potevano lottare contro questa condizione di fabbrica intollerabile, contro ritmi impossibili e la nocività del lavoro. Dopo le epurazioni di Valletta degli anni Cinquanta in fabbrica restava solo la struttura organizzativa dell’operaio qualificato, sindacale e soprattutto di partito, costituita dalle commissioni interne. Era una élite operaia che rivendicava la propria conoscenza del ciclo produttivo e trattava carriere e aumenti salariali esclusivamente per sé, cioè per un operaio qualificato ormai ridotto a una minoranza in alcuni reparti di una fabbrica che era di 45.000 operai. Cominciamo quindi con la formazione degli operai non parlando direttamente di politica, ma di rivendicazioni, di salario, di possibilità di lottare contro la propria condizione. E gli operai iniziano a prenderci gusto, a entrare nel vivo della discussione, a chiederci e a chiedersi come si può lottare con questo stato di cose. In fabbrica c’era un dominio assoluto dei capireparto e dei capiofficina, dominava ancora la tradizione vallettiana delle purghe.

Stampiamo sempre più volantini, dalla porta 1 alla porta 32: immaginate due città da più di 20.000 persone ciascuna, separate da un grande corso, con le catene di montaggio che corrono sotto la strada e portano motori alle carrozzerie, dove vengono assemblati, poi c’è la verniciatura e il collaudo. Era dunque richiesto un enorme dispendio di energie nella giornata del militante. Alle 6 del mattino si andava a distribuire il volantino che raccontava cos’era successo nel secondo turno del giorno prima, dunque raccontava se c’erano state delle lotte e dove, qual era l’obiettivo, se c’erano delle scadenze. Facevamo cioè girare l’informazione in una fabbrica in cui le informazioni non c’erano, nessuno poteva spostarsi da un reparto all’altro. L’unica cosa che parlava era quando non ti arrivavano i pezzi sulla catena di montaggio, allora capivi che stava succedendo qualcosa, ma non sapevi dove e perché.


Eravamo decisamente troppo pochi. Coprivamo le porte 1 e 2, due porte delle meccaniche, la porta delle presse e basta. Lo stabilimento di Rivalta, di 7000 operai, non lo potevamo toccare. Nel frattempo si era consolidato il rapporto con i compagni di quello che sarà Potere operaio: da varie situazioni, da Marghera, da Milano e qualcuno da Roma, vengono a Torino. Cominciamo così a coprire le porte nei vari turni. In questo processo gli operai si formavano, da ascoltatori diventavano relatori, turno dopo turno ci raccontavano cioè cosa c’era nel loro reparto, che lotta era scoppiata o avevano fatto scoppiare. Un punto nevralgico e d’avanguardia a Mirafiori era la verniciatura, in cui gli operai lavoravano in condizioni terribili: il tema della sicurezza e della nocività veniva portato avanti innanzitutto lì. La catena di montaggio ci presentava la grande possibilità, a partire da un punto, di bloccare tutto.

Sofri, quando arriva a Torino, ha la capacità di ricucire varie realtà, da Trento alla Statale di Milano, convincendo i leader locali del movimento studentesco a considerare superato il terzomondismo e portandoli davanti alle porte. Ci troviamo così di colpo con un personale di intervento triplicato, e l’assemblea studenti-operai cresce talmente che il bar non ci basta più: ci spostiamo dunque alle Molinette, con assemblee partecipate da 100-150 operai a fine turno. Avviene un salto nel processo di formazione di cui parlavamo prima: questi compagni operai, digiuni di tutto, iniziano a diventare dei leader operai all’interno della fabbrica, si parlano tra di loro, organizzano autonomamente le forme di lotta. Discutono con noi, certo, ma prende vita un’autonomia decisionale, c’è il «noi che siamo interni» e il «voi che siete esterni». Vediamo con gran favore questa crescita, era la possibilità per lanciare parole d’ordine ricavate dalla nostra assemblea che diventavano operative all’interno della fabbrica.

Va detto che gli altri attori presenti in quel momento, soprattutto la Fim, capiscono cosa sta succedendo dentro la fabbrica. Non vincolata a un quadro operaio all’interno, dunque libera da pregiudizi o remore politiche, la Fim inizia ad assumere il discorso dell’aumento salariale uguale per tutti. Si tenga presente che nell’autunno del ’69 c’era il rinnovo dei contratti dei metalmeccanici, ossia una scadenza nazionale. Si innesca un conflitto forte all’interno della Cgil tra i vecchi quadri storici e i quadri che, vivendo in fabbrica, capivano cosa stava avvenendo e il rischio di essere tagliati fuori.


Tentiamo allora di giocarci la carta pesante. 3 luglio, sciopero generale per la casa a Torino, giornata di sole splendente. Lotta continua, cioè noi, proclama lo sciopero generale degli operai. Una cosa mai vista: un conto è lo sciopero in un reparto, tutt’altro è uno sciopero generale. Io non stavo più in piedi, erano due giorni che correvamo tra le officine dell’azienda tranviaria e le altre fabbriche per distribuire volantini dando appuntamento per il 3 luglio nel luogo storico, la porta 2 di Mirafiori. Siamo lì dalle due del pomeriggio, ansiosi: non si vede nessuno, o meglio si vede una pattuglia di celerini comandati da un vice-questore, tal Voria, che mandavano sempre quando c’era da menare. Alle due e mezza, in modo sparso, le vie che conducono alla sezione nord di Mirafiori cominciano ad animarsi di operai in festa. Era stata una grande scommessa, eravamo fuori di noi dalla gioia. La futura Lotta continua era chiusa ad Architettura perché non era d’accordo con la manifestazione.

Si raccolgono 500-600 operai, ci avviamo per fare un giro dell’isolato e arrivare davanti alla palazzina di Mirafiori. Facciamo in tempo a fare due lati dell’isolato e – sicuramente una provocazione – un’ambulanza della Croce rossa entra a gran velocità dentro il corteo, che si infiamma e comincia a lanciare pietre. Il corteo si ricompone, arriva davanti alla palazzina Fiat e poi gira in corso Traiano, un corso enorme, con case di nove piani costruite dalla Fiat sui suoi terreni, piene di operai e impiegati Fiat. A quel punto la polizia comincia a caricare. Fortunatamente il centro del corso non era asfaltato e quindi avevamo a nostra disposizione le pietre. Comincia una guerriglia che andrà avanti per tutto il pomeriggio e fino a tarda sera. C’erano operai che chiacchieravano, poi prendevano pietre e le lanciavano, arrivavano vasi di fiori dai terrazzi, mentre alcuni di noi entravano dentro ai caseggiati per sfuggire alla polizia. La cosa incredibile è che mentre c’era la guerriglia su corso Traiano, nei due corsi perpendicolari la gente passeggiava come se niente fosse. Arrivati al fondo di corso Traiano, lungo oltre un paio di km, il corteo imbocca la strada di Nichelino, una città-satellite operaia di 40.000 abitanti: anche lì saltano fuori le barricate, fatte dagli operai che abitavano lì. Gli scontri sono proseguiti fino all’una di notte. Questo evento ha segnato una tappa decisiva, per la prima volta questi operai si scontravano fuori dalla fabbrica.

A fine luglio c’è un grande convengo delle avanguardie operaie sulla base della lotta alla Fiat. Con i giornali militanti si informavano gli altri poli di classe, a cominciare da Marghera, su quello che stava avvenendo a Torino. Al convegno era presente tutta la stampa nazionale, c’era ad esempio Scalfari che non voleva pagare e poi ha dovuto farlo per capire cosa stava succedendo. Avviene lì quello che era inevitabile: Lotta continua si spacca in due. Il gruppo che fa capo a Sofri prepara per l’autunno il giornale «Lotta continua», appropriandosi della sigla; dall’altra parte c’è Potere operaio, anch’esso con il proprio giornale.

Le lotte nella fabbrica proseguono, ma quasi subito – rivisitando quel periodo a posteriori – sia noi di Potere operaio sia Lotta continua siamo del tutto in difesa e in subordine alla nascita dei consigli operai, dei delegati di reparto, di squadra, di officina. Si chiudono i contratti con una buona vittoria, parte da lì lo Statuto dei lavoratori. Quel livello di scontro che la classe operaia stava sviluppando non prosegue in quelle forme; nella sua generalità la classe operaia si era scelta un’interlocutore politico, il sindacato, adeguato alla forza che metteva in campo, e non erano i gruppi. Noi siamo stati un detonatore estremamente efficace, abbiamo contribuito alla formazione delle avanguardie di fabbrica, ma eravamo poca cosa rispetto alla dimensione dei fenomeni che stavano avvenendo.


Ricordo una manifestazione a Roma indetta dal sindacato che non mi aveva impressionato per la quantità di operai, ma per la quantità di piccole fabbriche presenti, ognuna con il proprio striscione. Io, che avevo fatto l’esperienza della grande fabbrica, lì vedevo quanto era diffuso il processo di organizzazione operaia. Era la cosa che preoccupava il Pci, che non poteva ammettere nulla alla sua sinistra, doveva fare terra bruciata. Si pensi che a un certo punto i consigli operai di Mirafiori sono andati nelle scuole a discutere i programmi di insegnamento per i loro figli. Si era cioè innescato un processo straordinario che presto viene bloccato. Nel ’74-’75 il Pci ordina infatti alla Cgil di fare fuori i quadri operai dei consigli per mettervi fine, contemporaneamente avviene l’offensiva della ristrutturazione padronale nella fabbrica. Queste due morse a tenaglia fanno sì che Mirafiori si impoverisce di colpo di quelle avanguardie operaie che non tolleravano più la catena di montaggio senza la componente politica di organizzazione delle lotte. Confinati in un lavoro ripetitivo e noioso, molti se ne andavano motu proprio dalla fabbrica, si licenziavano. È stata una batosta terribile. Il nostro ruolo davanti alla fabbrica era diventato di testimonianza, senza alcuna capacità o possibilità di incidere.

In questa storia bisogna dunque capire il passaggio tra il simpatizzante, la formazione, le lotte, l’avanguardia e la militanza, dentro un rapporto strettissimo tra forme di lotta, obiettivi e forma di organizzazione. Non mi sono soffermato, ad esempio, sui cortei interni che comandavano davvero in fabbrica (una volta hanno portato anche me dentro), la spazzolavano all’interno, erano momenti di ricomposizione rispetto alla divisione del lavoro (…).



Appendice


Giairo Daghini: Un’esperienza con Mario Dalmaviva

Un giorno di maggio del 1969, Sergio Bologna mi chiama in via Sirtori e mi dice che la Fiat sta scoppiando. Come l’anno prima per il maggio Francese [3] saltiamo in auto e andiamo a Torino, a Mirafiori. Alla Porta 2 incontriamo Mario Dalmaviva, un uomo grande, buono e molto deciso. Sta in mezzo agli operai che escono dal turno di notte. Un tessitore di relazioni e di lotta. Mario, poi ci accoglie e raccoglie nella sua casa. Alcuni di noi vissero per un certo periodo in quelle poche stanze come in un laboratorio, dove quasi non si dormiva, ma si scrivevano i volantini di lotta discussi con gli operai, e poi gli articoli per la «La Classe», e poi per «Potere operaio», e poi con lui infaticabile si partiva di notte e di giorno per gli incontri alle Porte di Mirafiori e per le Molinette.

L’Assemblea operai-studenti della Fiat fondata da Dalmaviva, a cui da il nome di Lotta continua, si teneva nell’Ospedale delle Molinette occupato, ed è stata un’esperienza e un posto incredibile. Iniziata con poche decine di partecipanti, nella primavera e nell’estate del 1969 diventa il punto di incontro degli operai delle linee di Mirafiori e di Rivalta. Lì arrivano poi un po’ tutti: i compagni di Padova e quelli di Roma, noi di Milano, arriva Adriano Sofri che porta nell’Assemblea i compagni dell’università di Torino…

Ogni notte, nell’Assemblea diretta per un certo tempo da Mario Dalmaviva, l’universo della fabbrica veniva aperto, discusso, criticato nella presa di parola diretta dei quadri operai di fabbrica. Un laboratorio di formazione e di comunicazione diretta per gli operai della nuova immigrazione, per i militanti dei movimenti e per gli studenti delle università. Una mobilitazione crescente dove il senso comune si potenzia con la presenza dei corpi e dove prende forma un discorso politico sulla vita sganciato dalla produttività. Per una buona vita. Forse qualcosa di greco dentro l’industria.

La ricomposizione critica di un mondo che comprende 50.000 operai non riguarda solo la fabbrica, ma la città. Nella presa di parola dopo i turni, gli operai della nuova immigrazione dicono di continuo la loro rabbia, perché invece di trovare lavoro e reddito per una buona vita erano «torchiati dentro la fabbrica, pagati con salari da fame, isolati socialmente e ghettizzati in quartieri fatiscenti con affitti molto esosi».

Su questa consapevolezza, che cresce nei mesi degli incontri alle Molinette, si forma l’egemonia del movimento dentro quella città-fabbrica e una richiesta di radicalità. Nasce così il «3 luglio 1969 a Nichelino» come un evento di autonomia operaia. Sono in corso a Torino, nel quadro di «Prendiamoci la città», delle lotte nei quartieri per gli affitti e per i servizi. Viene proclamato uno sciopero generale per la casa. Alle Molinette, con Mario Dalmaviva e i quadri operai, lanciamo uno sciopero fuori dalla fabbrica di Mirafiori che porta in strada circa 2000 operai. Si incendiano due quartieri di Torino. Nella lotta intensa di quel giorno c’è una ricomposizione fortissima tra la fabbrica e la città e l’indicazione di una linea di lotta di autonomia operaia estesa alla città-fabbrica nella sua interezza. Questa radicalità e questa indicazione non saranno mantenute, ma questa richiesta di autonomia nel lavoro e nella città continuerà a essere uno scoglio di prova. Per tutti. E ora ritorna nei «No Tav», «nello sciopero sociale», nelle «cittä ribelli».

A settembre, l’«Assemblea Lotta continua» cerca di darsi dei modi di organizzazione di movimento. Ma l’Assemblea si spezza. Noi di La Classe diventiamo Potere operaio. Quelli di Torino con Adriano Sofri formano Lotta continua movimento organizzato. Mario Dalmaviva resterà con noi di Potop fino allo scioglimento del 1974.

Con il «teorema Calogero», nel 1979 un giudice triste e falso mandò in prigione per cinque anni Mario Dalmaviva, un uomo giusto, e con lui molti altri compagni. Ma anche nelle celle della galera Mario riuscì, inventando un fumetto di parole vive e pungenti, a tessere relazioni per un’altra vita. Lo firmava «Viva»: che Dalma-Viva e con lui tutti i ribelli del mondo.

Questo è l’uomo d’amore e di lotta che ricordo e con cui ho vissuto un’esperienza appassionante di democrazia diretta e di vera politica.

Un pensiero di affetto vorrei rivolgere a Teresa, sua compagna di vita e di lotte.


2016


Note

  1. Intervento di Mario Dalmaviva al corso di formazione «Stili della militanza», organizzato da Commonware/UniNomade (Bologna, mercoledì 10 aprile 2013).

  2. Guido Borio, Francesca Pozzi, Gigi Roggero, Gli operaisti, DeriveApprodi, Roma 2005.

  3. Questa vicenda è narrata nel libro: Sergio Bologna e Giairo Daghini, Maggio ’68 in Francia, DeriveApprodi, Roma 2008.



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