Militante: la parola più bella

A proposito del libro di Natacha Michel, Le roman de la politique (La fabrique, Paris 2020)


Christopher Wood

Libro sui generis, questo «romanzo» (al momento disponibile solo in francese) è tale fino in fondo: pieno di aneddoti, scenari molteplici, sentimenti contrastanti, drammi, farse, tragedie, personaggi e circostanze sorprendenti; ma – proprio come promette il suo titolo – dalla prima all’ultima sua pagina è anche tutto consacrato alla «politica». Ovviamente, non certo a quella più tristemente conosciuta nei tempi attuali e oramai quasi unanimemente mal sopportata, sempre a caccia di consensi e voti o finalizzata alla gestione di funzioni statali. Per questo genere di politica Natacha Michel riserva la stigmatizzazione inventata ad hoc da Sylvain Lazarus, «in esteriorità»: politiche in esteriorità, cioè asservite ad altri scopi rispetto a quelli dichiarati, pensate ed esperite strumentalmente, in funzione di interessi già dati, a essa estranei, istituzionali, economici o criminali. La politica di cui questo libro dà conto è invece una politica «in interiorità», cioè promossa e sperimentata da militanti non dediti ad altro che a rendere possibile ciò che pensa gente senza potere come operai d’origine straniera o cittadini declassati.

Altro distinguo cruciale: «La nostra concezione dell’organizzazione e della politica non era totalizzante. Non tutto era politico. Né la vita personale. Né i desideri. Né il modo di vestirsi, né gli amori, né i dispiaceri. La politica era singolare e una singolarità» [1].

Natacha Michel, autrice di questo romanzo, è scrittrice e filosofa (direttrice per cinque anni del Collège international de philosophie) quasi sconosciuta in Italia, ma ben nota in Francia, con dodici romanzi e altri saggi al suo attivo, nonché promotrice e dirigente per quasi quarant’anni – «da Pompidou a Sarkozy, dal 1969 al 2007» – di un’organizzazione maoista più volte ripensata e ristrutturata nel corso di questi lunghi anni, sempre particolarmente impegnata tra i proletari di origine straniera in Francia.

Da notare è che si tratta della stessa organizzazione, dove, assieme a Sylvain Lazarus ha militato anche l’oramai universalmente famoso filosofo Alain Badiou. Così, il nutrito pubblico di lettori che lo segue grazie a questo romanzo potrà attingere a una preziosa fonte di conoscenze a proposito di una delle sue esperienze più importanti. Accanto all’arte, alla scienza e all’amore egli infatti annovera la militanza politica d’ispirazione comunista come una delle condizioni per poter filosofare con cognizione di causa. Ecco dunque che il romanzo di Natacha Michel, tra i suoi tanti meriti, ha anche quello di narrare a suo modo la quasi quarantennale esperienza che ha consentito a Badiou di costruire il suo sistema di pensiero.


Ma non è certo il rapporto tra l’autrice e questo filosofo al centro del libro. Né prevale lo stile autobiografico. A dominare la scena è sempre la dimensione corale delle compagne e dei compagni incontrati, frequentati, poi rimasti per sempre o invece scomparsi nel nulla o peggio ripudiati. Così il succedersi delle descrizioni degli innumerevoli luoghi d’intervento militante – soprattutto fabbriche, residenze per stranieri, periferie urbane ma anche sale pubbliche e aule universitarie – intessono la trama del racconto.

Il tutto però senza mai nascondere o mascherare l’«io narrante». Il lettore si trova in effetti sempre interpellato da una scrittura che espone in corso d’opera i ripensamenti dell’autrice accesi dai ricordi riportati per lo più con una estrema dovizia di dettagli. Di qui un racconto tumultuoso ma rigoroso, quasi sempre teso a comparare le motivazioni del passato rievocato con quelle presenti, non di rado divergenti. Comunque, mai nessun benché minimo pentimento. La rivendicazione chiara e netta è tutto al contrario che: «militante è la più bella parola della lingua francese», in nome della quale «vale la pena di rischiare la propria vita, la propria carriera, i propri soldi, il proprio avvenire, le proprie comodità, e finanche l’onore e la tranquillità della vecchiaia». Nella convinzione che «nessun essere umano vale se non rompe con l’insieme dell’ordine esistente». Altrimenti detto, in tono più confidenziale: «Sono stata spesso accusata di avere sacrificato la mia vita alla politica, rinunciando così a onori e riconoscimenti. No, la politica era per me la vita stessa – e non ho mai avuto bisogno di residenze secondarie».

Il tragitto del racconto, ritmato dalle rievocazioni delle svariate campagne condotte, dell’infinità di opuscoli pubblicati e delle insistenti persecuzioni subite, corre avanti e indietro in quello che la stessa autrice chiama il «giardino» dove «crescono i ricordi» del passato militante: una crescita attestata dai reiterati ripensamenti disseminati lungo tutto questo romanzo sulle questioni teoriche e strategiche affrontate nel corso degli anni militanti e rimaste tutt’oggi in sospeso.

Una cronologia appare comunque ben precisamente. Procedendo a ritroso in questo romanzo troviamo fin dalle prime pagine l’anticipazione della conclusione nel 2007 di tutto il ciclo di esperienze che dal 1985 venivano compiute sotto il nome minimalista di Organisation politique. A sancire questa conclusione viene riportata una lunga e dettagliata lettera di congedo scritta da Alain Badiou, il quale dopo essere stato per quasi quarant’anni un «militante fecondo e vivace – commenta Michel – si metterà a organizzare la sua celebrità con lo stesso impegno un tempo dedicato a scrivere volantini faziosi». E ciò – veniamo a sapere alla fine del romanzo – nel momento stesso in cui anche il più attivo animatore della stessa organizzazione, Sylvain Lazarus, pur a seguito di un meeting di «sans papiers» pienamente riuscito, decide di «ritirarsi», facendo così ritrovare la nostra autrice «sola e strafuriosa», secondo le sue stesse parole.

Rimontando invece agli antecedenti precedenti al Sessantotto di tutta questa notevole e appassionante avventura, ella si ritrae particolarmente influenzata dalla figura di un padre regista, André, già partigiano, e sempre assai riservato su questo suo passato, ma anche pronto a riattualizzarne le lezioni quando necessario. Ma come episodio cruciale nella sua prima formazione militante l’autrice racconta anche del suo coinvolgimento nei movimenti di sostegno alla resistenza algerina contro il colonialismo francese.


Quanto poi al Maggio Sessantotto, ne Le roman de la politique, non si trova nessuna concessione alla vulgata secondo la quale il tutto sarebbe riducibile a una fiammata di rivolte studentesche sulla rive gauche della Senna. Avvalendosi anche della testimonianza diretta di Robert Linhart, al tempo leader dell’Ujcml (Unione giovanile comunista marxista-leninista), dove militavano anche non pochi degli allievi di Althusser e Lacan, Michel rievoca l’immensa esaltazione allora provata dalle rivolte operaie insorte in tutte le maggiori fabbriche francesi. Ma il «Joli Mai» è da lei rivendicato non solo come Maggio anche degli operai (specie quelli non specializzati e d’origine straniera), ma soprattutto come «Mai Mao», cioè come momento di rottura di tutte le nozioni politiche fino ad allora in corso, cui solo la successiva e prolungata esperienza maoista organizzata avrebbe saputo dar seguito.

Ora, certo è che quest’ultima tesi sulla preminenza del maoismo nelle esperienze anticapitalistiche post-Sessantotto non è da noi di facile ricezione. A condizionare in tal senso il gusto nostrano c’è inevitabilmente il fatto che in Italia prima e dopo il Sessantotto a dimostrarsi protagonista tra le svariate esperienze politiche extraparlamentari è stata tutta un’altra impostazione teorica e pratica, ossia quella dell’operaismo. Un’impostazione che come ben noto, originatasi attorno alla redazione dei «Quaderni rossi» si è poi sviluppata in Potere operaio, convertendosi in seguito in quella dell’Autonomia operaia, assumendo nel terzo millennio come tema distintivo l’antagonismo tra «moltitudine» e «impero», per giungere fino agli attuali sviluppi senza mai incappare in interruzioni irrimediabili. Un’impostazione che ha in Toni Negri il suo personaggio intellettuale principale e che ha saputo superare molteplici crisi giungendo più recentemente a godere di un prestigio praticamente planetario, anche grazie alla sua etichettatura sotto il marchio americano di «Italian Theory».

Ma c’è anche un altro motivo del discredito del maoismo in Italia. Si tratta delle esperienze politiche con le quali questa parola viene identificata: quelle dei partitini dogmatici e filocinesi o quella poco felice che aveva come giornale «Servire il popolo». Insomma, da noi in nome del maoismo nulla è accaduto di simile a quanto racconta Natacha Michel. Proprio per questo e per le incertezze che specie in tempi di covid serpeggiano in ogni tipo di militanza politica un buon consiglio mi pare potrebbe essere suggerire una lettura comprata del suo romanzo con quelle memorie che lo stesso Toni Negri ha raccolto negli ultimi anni [2].


Note [1] La traduzione è mia. [2] Specie nei due volumi, entrambi a cura di Girolamo De Michele, Storia di un comunista (2015) e Da Genova a domani (2020), entrambi editi da Ponte alle grazie.

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