Marie Durand, prigioniera nella Torre di Costanza

Una storia di resistenza


In questo articolo, Bruna Peyrot, storica delle culture e saggista, tratteggia il ritratto di Marie Durand, protestante francese, imprigionata nella Torre di Costanza perché tra le protagoniste della resistenza delle donne ugonotte dopo la revoca dell’Editto di Nantes (1685).


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Il Settecento francese si identifica solitamente con il cosiddetto «secolo del Lumi» che aprì la società alla tolleranza. Oppure si concentra l’attenzione sulla Rivoluzione francese che fondò l’identità moderna. In realtà, il secolo fu segnato dalla politica, prima di Luigi XIV, poi di Luigi XV, ispirata dalla visione totalitaria di una Francia unita oltre che dai confini geografici, da una sola legge, una sola fede e un solo sovrano, la cui potenza era riflessa nel teatrale scenario della reggia di Versailles, metafora di questa Francia imbattibile. Una questione irrisolta, tuttavia, offuscava la gloria del re Sole: la presenza dei protestanti – il sette per cento della popolazione – i quali avevano opposto grandi resistenze alla normalizzazione religiosa, specie dopo la Revoca dell’Editto di Nantes (1685). Concesso nel 1598 da Enrico IV che dopo trentasei anni di guerre di religione che avevano devastato la Francia, aveva legittimato il culto protestante concedendo ai riformati francesi «piazzeforti di sicurezza», difese da guarnigioni protestanti, mentre i culti della Pretesa Religione Riformata (R.P.R.) erano permessi nei sobborghi periferici delle città. La Francia poteva considerarsi cattolica, ma nelle città ugonotte di La Rochelle, Montauban, Saumur, Sedan, Nîmes... si respirava un altro stile di vita, ispirato a un’organizzazione ecclesiastica non gerarchica. Dal 1598 iniziò così una lunga serie di tentativi, da parte della Corte e del clero, organizzato nel parti dévot, di ridimensionamento delle concessioni protestanti, divieti e vessazioni continue, culminate con la capitolazione di una piazzaforte fondamentale per il mondo protestante sia militarmente che culturalmente: La Rochelle (1628), cuore e il simbolo della Francia riformata. Porto di mare e di idee, lungo le sue vie, con le mercanzie del nord correvano le nuove idee sulla tolleranza e lo stato di diritto, dibattute in Olanda e Inghilterra. Alle tavole dei nobili ugonotti la discussione, oltre che sui traffici con le Indie, indagava il significato dell’individuo soggetto di diritto, liberato dalle appartenenze di ceto, rango, corporazione e sangue. Uno degli strumenti utilizzati per sottomettere i protestanti furono le dragonnades che affiancarono gli attacchi giuridici, come il veto per le professioni a contatto con il pubblico: avvocatura, medicina, insegnamento, ostetricia. Ai protestanti non era rimasto che il proprio domicilio per pregare secondo i dettami della loro coscienza. Con la Revoca dell’Editto di Nantes, neppure questi atti privati poterono trovare spazio. Le dragonate, con le occupazioni forzate delle abitazioni, con i soldati liberi di attuare qualsiasi misura ritenuta adatta a convertire la riottosità ugonotta: devastazioni, torture, stupri, rapimenti, saccheggi, soffocarono qualsiasi manifestazione di autonomia protestante. Soprattutto il Midi venne colpito con questi metodi. Il sud della Francia era sempre stato una terra ribelle che nei secoli aveva ospitato altre razze, altre culture: arabi, zingari, mercanti da ogni dove, catari, valdesi, genti che ben si erano integrati con la civiltà di langue d’oc, un ampio territorio aperto alle culture mediterranee. Dal 1685 fino alle soglie della Rivoluzione francese il protestantesimo visse clandestino, manifestando una profonda resistenza collettiva in diverse forme, dalla devotio privata alla resistenza armata. Al nord, più ricco e nobile, i protestanti scelsero in massa l’emigrazione oltre confine. L’emigrazione ugonotta, infatti, spopolò un terzo della Francia, portando forza lavoro artigianale e industriale verso Amsterdam, Berlino, Ginevra… città dove germogliò la coscienza dell’Europa che, infatti, ha una radice fondamentale proprio in quei Réfuges, luoghi di accoglienza e circolazione di idee oltre che di solidarietà. Nel Midi, invece, la trasmissione della fede riformata avvenne dentro le pareti domestiche, attraverso la narrazione orale dei testimoni. Inoltre, si convocarono, specie nelle Cevenne, «assemblee clandestine» che si tenevano nel cuore della notte, in luoghi nascosti e protetti, raggiungibili dalle città e dai paesi vicini, senza dare nell’occhio, soprattutto in quello dei dragoni di stanza nelle città più eretiche. Le prime assemblee scoperte dai dragoni disegnarono una geografia religiosa protestante condensata intorno a Nîmes, nei boschi di Uzès, nei valloni del Vigan, lungo il Rodano che allungava la Linguadoca fino alla sua foce, in Camargue. In queste assemblee, poiché mancavano pastori ufficiali, furono i laici a prendere la parola. Il sacerdozio universale concedeva loro questo diritto, la repressione li elevò a leader religiosi. La loro teologia era molto semplice, non risentiva di formule accademiche, né di lunghi studi nelle Facoltà ormai chiuse da anni. Si basava su esercizi di memoria biblica, appresa nei culti familiari delle serate invernali o nelle riunioni estive alla garrigue, territori selvaggi e assolati nel Midi che suscitava l’idea del Deserto, reale e biblico: la prova divina alla propria fede. Fra questi predicatori popolari, molte erano le donne che con i loro «itinerari di sbieco» (Natalie Zemon Davis, Arlette Farge, Introduzione, in George Duby, Michelle Perrot, Storia delle donne. Dal Rinascimento all’età moderna, a cura di Natalie Zemon Davis e Arlette Farge, Bari, Laterza 1991, p. 9), a trovare un ruolo «naturale» di collegamento fra casa e casa, fra famiglia e famiglia, fra persona e persona. In città, mentre uscivano in cerca di carne e verdure a buon prezzo, e nei borghi paesani, mentre lavavano al lavatoio, lasciavano passare la parola d’ordine che convocava tutti alla garrigue. E in casa, la sera accanto al fuoco, confutavano, Bibbia alla mano, frase per frase ciò che il prete aveva raccontato ai figli al catechismo obbligato. Proprio l’oralità divenne uno strumento prezioso per incitare alla fede, tanto che suscitò una fase di profetismo che si fa iniziare nel Delfinato, soprattutto fra i bambini e le bambine dagli otto ai dodici anni. Questi petits prophètes, in trance, incitavano alle lotte, un profetismo esortativo, strumento di autoconservazione religiosa che a lungo ha interrogato gli storici. Il loro ritrovato attivismo religioso si riversò in politica. Gli uomini validi si sentirono chiamare in sogno a essere strumenti nel prendere le armi per ristabilire la «verità». Divennero camisards, quelli dalle camicie bianche che vendicavano le offese recate ai protestanti. Dal 1703 al 1710 tennero in scacco le truppe reali, grazie alla solidarietà di compaesani e alla carica mistica delle incitazioni profetiche. Philippe Joutard (La légende des Camisards. Une sensibilité au passé, Gallimard, Paris 1977) ha ricostruito questa fase guerrigliera, individuando la «légende noire» e la «légende dorée» che hanno riscattato non solo la fantasia popolare, ma la vera capacità di resistenza del popolo protestante del Midi. Sconfitto dai dragoni, disapprovato dai ministri protestanti che, tornati da Ginevra, intendevano ristabilire la chiesa riformata ispirandosi a Calvino come nella città elvetica, quel popolo, alla fine, decideva di intraprendere la via della non violenza, arduo e complesso percorso, che escludeva da un lato il profetismo degli ispirati e dall’altro la resistenza armata camisarda. I pastori iniziarono una capillare campagna di dissuasione dalla libera profezia per ricondurre il proprio gregge all’ortodossia riformata. Ritenevano che soltanto una manifestazione di forza collettiva, prima clandestina, poi sempre più scoperta, avrebbe indotto la Corte a ripristinare l’antico Editto di Nantes e che soltanto lasciando sul campo martiri innocenti l’eco delle brutalità avrebbe colpito l’opinione pubblica francese e internazione, costringendola a intervenire in favore della concessione della libertà di coscienza ai protestanti. In questo contesto, pur mantenendo la massima sicurezza e la massima sorveglianza, le «assemblee clandestine» furono convocate sempre più di frequente e sempre più vicine alle città. Il loro numero aumentò nel corso dei decenni, finché dopo la seconda metà del secolo furono osate in pieno giorno. Questa chiesa protestante che stava rinascendo non poteva che definirsi Eglise du Désert a ricordo della biblica prova del popolo d’Israele prima di raggiungere la Terra Promessa. Uomini e donne si radunavano così nelle «assemblee clandestine». Sovente erano scoperti per delazione degli spioni professionisti che i major delle guarnigioni pagavano affinché pedinassero soprattutto le donne ai mercati, o per strada, per carpire dai loro sussurri il segreto dell’ora dell’incontro collettivo. Quando la guarnigione piombava, i protestanti fuggivano nel buio, poiché gli uomini validi erano impediti di portare armi con sé durante la funzione non erano però in grado di reagire. Nelle mani dei dragoni restavano pertanto donne e vecchi, non abbastanza veloci a fuggire. I pastori, se catturati, finivano sul rogo, gli uomini alle galere, le donne nella Torre di Costanza, prigione femminile di Aigues Mortes in Camargue. In questo luogo inizia una storia dentro la storia, perché in questo spazio angusto prese forma la resistenza delle donne ugonotte che avevano frequentato le «assemblee clandestine» come Marie Durand, la donna che divenne simbolo di resistenza.

La Torre di Costanza verso il 1730 diventa prigione femminile. Cilindrica, circondata da un fossato, è una delle più notevoli masse di pietra edificate nella Linguadoca mediterranea dopo la dominazione romana e la prima espressione dell’ars costruendi capetingia. Il nome potrebbe risalire a Costanza, figlia di Luigi VI, sorella di Luigi VII e sposa nel 1158 del conte di Tolosa Raimondo VI. Il suo interno è formato da due sale circolari, una bassa e una alta dove soggiornavano le prigioniere. Insalubre per gli stagni maleodoranti che la circondavano, che, specie l’estate, evaporando, causavano febbri agli ospiti della Torre, aveva un pozzo verticale che collegava i due livelli, montacarichi, camino e passaggio d’aria nello stesso tempo. A questo imponente maniero, dal quale era impossibile fuggire erano accompagnate le donne sorprese alle «assemblee clandestine». Dal 1709 al 1759 (ultimo anno in cui si verifica un ingresso per arresto), sono 88 le donne che «passano» nella Torre, con un picco nel 1730, con 14 arresti e un altro nel 1740 con 10 arresti e, infine, nel 1752 con 6 arresti. Sono cifre basse se si pensa all’alta frequenza delle «assemblee clandestine» con migliaia di persone. La media era in genere di due, tre arrestate per anno. Gli anni dei grandi arresti corrisposero ai momenti di recrudescenza della politica della Corte o anche alla politica repressiva degli intendenti di Linguadoca. L’età media delle arrestate girò intorno ai 43 anni, i motivi dell’arresto per il 57,95% dipesero dalla partecipazione all’«assemblea clandestina», dal 13,64% per causa di profezia, dal 7,95% per complicità con un predicante. I restanti motivi riguardarono: l’aver contratto matrimonio al Désert, essere relapsa cioè riconvertita al protestantesimo e aver tentato l’esilio dal regno. Le professioni testimoniano a larga maggioranza l’appartenenza delle donne al mondo artigianale e agricolo del Midi, oppure al bracciantato tessile di Nîmes. Gli anni di carcere lasciano una pesante traccia di reclusione: in media le donne vi rimasero 14 anni, con arrivi addirittura a 41 anni. La più celebre reclusa, Marie Durand, vi restò 38 anni. Come si usciva, se si usciva, dalla Torre di Costanza? Su 87 donne, 9 abiurarono, 31 scomparvero (non si conosce l’esatta fine, l’ipotesi più probabile è che morirono e non si trascrisse la loro morte), 30 risultano decedute, una evasa e 16 ottennero la libertà. Questi pochi dati, accompagnati dalla lettura di molte delle loro lettere, suggeriscono alcune considerazioni, e anche diverse domande. Le abiure, poche, avvengono dopo molti anni di carcere, di solito per proteggere figli rimasti senza padre o bambini cresciuti in carcere, bisognosi di luce e di libertà. A questo proposito, è spontaneo porsi la domanda sul perché riuscivano a resistere così a lungo. Non è possibile interrogarci su ciò che donava loro la forza di mantenere nel tempo la loro scelta di donne riformate. Perché proprio questo colpisce. Il fatto che in un’epoca ancora legata al censo e al rango, le ugonotte prigioniere agiscano come soggetti autonomi che si fanno carico di una militanza individuale. Presentatesi a nome proprio, potremmo dire, nelle «assemblee clandestine», pagano il prezzo della loro azione. Accettando prima il rischio, poi la punizione della loro scelta, si confermano persone agli occhi del mondo, pur senza essere pienamente coscienti del loro ruolo politico. Le ugonotte francesi del Settecento sono l’esempio di una presa di coscienza individuale, come singola, anche se non detta con linguaggio politico e femminista. Toccò a una donna sola, come sovente succede, diventare simbolo di altre resistenti: Marie Durand (1715-1776). Figlia di Etienne, greffier consulaire, cancelliere cittadino con il compito di registrare gli avvenimenti del paese, gli arrêts, le ingiunzioni e gli atti burocratici, sorella di Pierre, pastore al Désert, Marie discendeva da una famiglia di solida tradizione protestante che non aveva approvato né gli eccessi guerriglieri camisards, né gli slanci mistici delle profetesse. Il padre aveva scelto, dopo la Revoca dell’Editto di Nantes, di mantenere una quieta fede famigliare, raccontata fra le pareti domestiche o alle «assemblee clandestine». Fede quieta non aveva significato cedere, tant’è che il figlio Pierre era diventato ministro di culto e sia Etienne che Marie avevano pagato con l’incarcerazione la loro libertà di coscienza. Sia il vecchio padre che lei, infatti, erano stati arrestati per ricattare Pierre, stanato infine dalla sua clandestinità e mandato al patibolo. Marie era entrata alla Torre di Costanza nel 1730. Subito aveva cercato di recuperare la solidarietà fra le prigioniere, divise da appartenenze geografiche, sociali e teologiche. Profetesse e donne riformate litigavano sul significato delle Scritture, le cittadine spesso mal sopportavano le campagnole. In nome della fede comune, Marie invocò la riconciliazione comune. Lo dimostrano 49 lettere scritte dalla Torre, dal 1734 al 1775, mentre la Francia stava affrontando la «guerra dei sette anni» contro gli inglesi, mentre all’est stava sorgendo una nuova temibile potenza, la Prussia. Fra difesa dei confini del regno e dissidi interni, la Corte mantenne coeso il sistema assolutistico, sempre più criticato all’estero, nelle centrali protestanti di propaganda antifrancese e all’interno, con il diffondersi delle teorie basate sulla tolleranza politica e religiosa. Nella Torre di Costanza, Marie Durand tentava di inserirsi negli interstizi diplomatici, nei «vuoti» d’attenzione verso i protestanti, quando più alti interessi erano in gioco alle frontiere di Francia e oltre mare. La donna scriveva ai pastori del Désert, ai benefattori e ai mediatori con gli intendenti. Due persone, tuttavia, furono gli interlocutori privilegiati il pastore Paul Rabaut e la nipote Anne. Se il primo, l’accompagnò fino alla morte come fido consigliere spirituale, la seconda deluse la sua fiducia, sposando un cattolico, incinta prima del matrimonio e istigata dal marito a impadronirsi dei beni ereditati da Marie a Bouschet de Pranles, luogo natio, in Ardèche. Le lettere di Marie possono essere suddivise in quattro gruppi: ringraziamenti ai benefattori per i pacchi inviati; scritti per descrivere lo stato di bisogno delle prigioniere e alla nipote Anne. Questo gruppo di missive è anche il meno formale, pieno di amore per l’unica erede rimasta della famiglia Durand. Infine, l’ultima sezione è dedicata al pastore Rabaut di Nîmes. Con probabilità Marie Durand scrisse molto di più delle 49 lettere conservate all’Archivio della Société d’Histoire du Protestantisme Français, che permettono di intuire molti aspetti della vita nella Torre di Costanza. Dal povero cibo, olio, castagne, lardo, miele aggiunti in piccole quantità alla tazza di brodo e alla razione di pane quotidiani, al riciclo dei vestiti fino al consumo, la vita di ogni giorno traspare a sintomi, a brevi sussulti, a piccoli respiri, fra il freddo, le febbri, le malattie di quel luogo oscuro. Eppure, Marie non invade mai la scrittura con la sua disperazione. Certo, richiama costantemente l’attenzione sulla terribile prigionia, ma il tono è sereno, tipico di chi ha accettato l’inevitabile destino. Continua a interessarsi alle notizie del «fuori», specie se annunciano, come nel 1755, che dalle galere di Marsiglia stanno uscendo alcuni prigionieri. Non percepisce una rottura fra la vita del «prima» da libera, e quella del «dopo» da prigioniera. Ha perso la libertà, ma come persona è sempre rimasta libera. Questa continuità di vita è basata sulla scelta di fede di una donna protestante che, come molte altre, ha deciso di non negare la scelta che l’ha resa unica e individuale in un’epoca in cui ciò non era permesso né dall’ordinamento legislativo, né dalla consuetudine. Le sue lettere sono dense di riferimenti biblici, a testimonianza di una fede priva di voli letterari. Cita i salmi, il profeta Isaia, la lettera ai Corinzi, l’evangelo di Matteo, Giacomo e soprattutto il suo libro preferito: Ruth. Molto sovente non riferisce letteralmente i testi, li lascia sgorgare dalla sua memoria, come linguaggio abituale di chi si è davvero nutrito dell’insegnamento biblico. Da ogni riga delle sue missive, oltre il lamento per i dolori fisici e il dolore della reclusione, oltre la preoccupazione per la sua chiesa incatenata, traspare un’ostinata capacità di resistenza, proprio come la parola che pare lei stessa abbia inciso sul camino centrale della sala alta della Torre di Costanza: Register. Marie non era un’intellettuale, ma donna colta del suo tempo. Sapeva leggere e scrivere, capacità messa a disposizione delle compagne di prigionia, rese visibili dalla sua scrittura. Senza le sue testimonianze, infatti, non avremo che frammenti – brevi biglietti, piccoli messaggi – del passaggio delle donne nella Torre. L’autopresentazione di Marie rivela una donna piegata ma non spezzata, una donna sconfitta ma non vinta, una donna reclusa ma interiormente libera, una donna in catene che combatte. Soltanto una personalità cosciente di se stessa avrebbe potuto resistere nel maniero di Aigues-Mortes, soltanto una personalità fortemente motivata avrebbe potuto impedirsi di abiurare, sapendo che con quel gesto avrebbe oltrepassato la soglia di un portone che le restituiva la vita all’aria aperta. Ciò non significò non accusare debolezze spirituali. Molti furono i momenti in cui a tutte parve di dover cedere. Alcune cedettero. Marie cantava i salmi e scriveva. La scrittura sola, forse, poteva restituirle la dignità umana di cui era stata privata. Manteneva un dialogo, oltre che con se stessa, con il «fuori» e attraverso quel dialogo anche la fede tornava a lei vivificata. Marie Durand divenne dunque il simbolo di una resistenza profetica che non prevedeva il futuro, bensì testimoniava trasfigurando il proprio tempo alla luce della fede. In altre parole, non fu una mistica che si elevò nella luce del Signore, attivò su un gruppo di donne il potere di una promessa che soltanto la fede poteva sostenere, pur essendo messa alla prova ogni giorno da condizioni materiali inaccettabili. La libertà per la ormai vecchia e stanca Marie, con poche altre compagne, arrivò soltanto nel 1768, per tutti i protestanti si dovette attendere fino al 1787, alle soglie della Rivoluzione francese. Marie non si smentì neanche da libera: invitò a vivere con lei nella casa avita una amica di prigionia e un ugonotto uscito dalla navigazione forzata sulle galere. La storia di Marie si tramandò nel mondo protestante francese e anche nel mondo valdese.

Si narra che la parola Resistenza al nazifascismo sia stata proposta in ricordo delle prigioniere della Torre. Al tempo dell’occupazione nazista, rappresentata dal regime del maresciallo Pétain, un gruppo di intellettuali, riuniti al Musée de l’homme a Palazzo Chaillot a Parigi, divulgava un foglio intitolato «Résistence» che non arrivò oltre i cinque numeri, perché per il tradimento di una spia, diciannove militanti furono processati di cui dieci condannati a morte. Il titolo era stato suggerito da Yvonne Oddon, bibliotecaria del Musée, una protestante che si era ricordata di un’antenata prigioniera nella Torre di Costanza, alla quale la resistenza al nazifascismo era sembrata la continuazione di quella all’assolutismo del XVIII secolo.



Nota

Per una storia completa si veda Bruna Peyrot, Prigioniere della Torre. Dall’assolutismo alla tolleranza nel Settecento francese, Giunti, Firenze 1997.



Immagine: Register, resistere in occitano, iscrizione nella Torre di Costanza a Aigues-Mortes


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Bruna Peyrot, storica delle culture, saggista, pubblicista, conduce da anni ricerche sulle identità, le memorie culturali e i percorsi di costruzione democratica dei singoli e dei gruppi sociali in Europa e America latina. Collaboratrice di periodici e riviste, è autrice, fra gli altri, di: Prigioniere della Torre. Dall’assolutismo alla tolleranza nel Settecento francese, Giunti, Firenze 1997; Mujeres. Donne colombiane fra politica e spiritualità, Città Aperta Edizioni, 2002; La democrazia nel Brasile di Lula, Città Aperta Edizioni, Troina 2004; La cittadinanza interiore, Città Aperta Edizione, Troina 2006; Il Matto della Resistenza. Trasmissione intergenerazionale di un’idea,Claudiana, Torino 2012; Gianavello, bandito valdese (con M. Gnone), Claudiana, Torino 2017; Le Istruzioni di Giosuè Gianavello (con L. Perrone), Claudiana, Torino 2019; Prigioniere della Torre, Claudiana, Torino 2019; La resistenza del silenzio. Per una proposta politica e democratica, Mimesis, Milano 2019.