Lettere al Governatore della Libia (II)

Sull’eredità del colonialismo italiano



Continuiamo il nostro approfondimento sull’eredità coloniale italiana e sulla decolonizzazione del sapere accademico, ospitando il contributo di Barbara Spadaro, docente di Storia e cultura italiana all’Università di Liverpool e autrice del volume Una colonia Italiana. Incontri, memorie e rappresentazioni tra Italia e Libia (Mondadori, Milano, 2013) e curatrice (insieme a Katrina Yeaw) di Women in the Modern History of Libya: Exploring Transnational Trajectories (Routledge, 2020).


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La politica coloniale del fascismo nei confronti delle donne

Negli anni Trenta ci furono dei cambiamenti molto importanti sia nel progetto imperiale del fascismo, sia nella definizione dell’identità razziale degli Italiani e le due cose, naturalmente sono collegate. Ciò che ho osservato io, conducendo uno studio di storia orale sull’esperienza delle donne in Libia e nell’Impero italiano, è proprio come la partecipazione, l’inglobamento delle donne italiane nel progetto imperiale abbia contribuito a definire gli immaginari razziali della bianchezza italiana. In che modo? Proviamo a parlare di quali donne, quando e come. Rispetto alla quantità di donne italiane che sono state coinvolte si sono recate effettivamente in Libia, io mi sono occupata di un gruppo molto piccolo di donne giovani e adolescenti della borghesia urbana di Roma, Napoli e Milano, che erano state coinvolte in una grande operazione propagandistica partita nel 1937-38, quindi all’indomani della conquista dell’Etiopia, in quanto Giovani fasciste coloniali. Si tratta di un corpo di giovani fasciste istituito a scopo propagandistico per delineare, da un lato, i caratteri della nuova razza (giovane, fertile, avventurosa), pronta a lanciarsi nella conquista e nel consolidamento di un impero, e dall’altro per inglobare le donne in questo progetto, perché fino alla guerra d’Etiopia e alla Giornata della Fede (la raccolta dell’oro e delle fedi nuziali degli Italiani in supporto proprio alla spedizione in Etiopia) le donne erano state tenute molto ai margini sia della propaganda, sia dell’avventura coloniale italiana. L’impero era uno spazio per maschi: infatti le donne africane venivano proposte e promesse agli uomini italiani come un «premio», una «ricompensa», una forma di «intrattenimento» da trovare in Africa. Con lo sviluppo dei processi di colonizzazione demografica da parte del fascismo, si comincia a pensare che sia necessario coinvolgere anche le donne italiane, perché altrimenti la conquista dei territori d’oltremare sarebbe restata molto superficiale e sempre soggetta ai respingimenti e alla resistenza delle popolazioni locali. Quindi era necessario popolare l’impero di famiglie italiane, bianche, e conseguentemente coinvolgere le donne nell’avventura imperiale. Le Giovani fasciste coloniali avevano questa funzione: erano l’immagine più «scintillante», più «accattivante» che il fascismo proponeva ai ceti medi urbani, ovvero alla sua base sociale di consenso. Questi erano in realtà molto lontani dall’impero, perché fino a quel momento nelle zone coloniali venivano inviati soprattutto gli esclusi, i marginalizzati, i lavoratori, i soldati. Tutti gli altri (funzionari o ufficiali coloniali) si recavano nell’impero per esperienze molto più effimere. Al contrario, a quel punto era necessario ancorare gli Italiani all’impero in modo stabile, attraverso l’idea di fondare delle famiglie: da qui il coinvolgimento delle donne e l’invenzione di queste pioniere di italianità che avrebbero fondato delle famiglie. Queste giovani fasciste coloniali, però, si sarebbero lanciate anche in un’avventura di modernizzazione: esse sfilarono coi loro caschi e moschetti davanti l’Ara pacis Augustae, che venne inaugurata da Mussolini il 23 settembre 1938, con una grande parata; fanno diversi campi d’addestramento in Italia (uno sul Lago d’Iseo, come si può vedere dai filmati dell’Istituto Luce); per due anni vennero poi imbarcate (circa 200 ragazze per volta) per compiere dei campeggi in Libia, una sorta di giro turistico per la pubblicizzazione di tutto ciò che la Libia italiana, sotto il governatore Balbo, aveva realizzato, sia in termini di villaggi di colonizzazione, per «bianchi» (perché siamo comunque al tempo dei «ventimila» trasferimenti fra il 1938 e il 1939, cioè del colonialismo demografico), sia in quelli di attività archeologica che venivano portati avanti per riportare alla luce i resti, le tracce della presenza romana in Nordafrica. Cosa quest’ultima che consentiva agli Italiani di tracciare una linea di continuità storica. Infine, queste giovani ragazze venivano portate nei nuovi alberghi e nelle nuove stazioni turistiche, in quelle che venivano definite dalla nascente industria turistica coloniale italiana come luoghi di interesse: come ad esempio l’Oasi di Ghadames nel deserto, dove venne costruita tutta una rappresentazione delle culture beduine, attraverso anche le prime forme di merchandising turistico e di fotografia coloniale. Questi alberghi e stazioni turistiche, soprattutto, venivano collegate da autocarri e da servizi assolutamente moderni alle navi da crociera che l’industria turistica italiana sperava di lanciare come circuiti alternativi a quelli francesi o britannici nel Mediterraneo.

Quindi è molto interessante l’uso di questa figura della giovane fascista coloniale e di origini borghesi, perché consente di osservare tutte le contraddizioni e le tensioni del modello imperial-fascista sulla donna bianca: da un lato la modernità, le vacanze, i campeggi, le crociere e l’essere pioniere, cioè lo status di donne bianche che si distinguevano dalle popolazioni locali, quest’ultime viste come parte di un paesaggio da osservare sempre con uno sguardo eurocentrico; dall’altro il discorso sempre molto forte sulla maternità, sul dovere di costruire l’impero e l’accettazione di qualsiasi sacrificio in territorio ostile. Parallelamente viaggiava il discorso destinato, invece, alle donne inviate nei villaggi di colonizzazione, di cui si è occupata Roberta Pergher (autrice de La politica fascista per l’italianizzazione delle «nuove province» (1922-1943), Viella, 2020) e su cui non mi dilungo. Studiare l’esperienza di queste donne, di queste ragazze, mi ha consentito di osservare tutte queste tensioni e il grande investimento del fascismo nel costruire un’immagine di bianchezza nelle coscienze degli Italiani, anche attraverso l’educazione ai consumi: per esempio, le fasciste coloniali seguivano dei corsi e studiavano dei manuali di preparazione coloniale. Questi manuali sono molto interessanti, perché cercavano di promuovere i prodotti dell’industria coloniale italiana (le banane somale o il karkadè) e di introdurli nel mercato italiano. Contemporaneamente riaffermavano il ruolo delle donne come produttrici e trasformatrici di cibo attraverso qualsiasi risorsa disponibile e, attraverso alcuni capitoli dedicati alla «igiene razziale» (l’arredamento della casa, la divisione degli spazi, il comportamento verso la servitù), rafforzavano la propaganda sulla necessità di tenere distinte le famiglie italiane da quelle degli indigeni colonizzati e lontani gli uomini italiani dalle donne indigene. Gli anni Trenta furono quindi un momento molto denso della storia italiana (furono anche gli anni delle leggi razziali), in cui il tentativo di portare le donne bianche in colonia fu finalizzato a consolidare l’impero e a farlo in quanto impero fascista bianco, appannaggio di una nuova razza latina bianca e non di una razza meticcia. Ciò anche perché gli uomini italiani, bianchi, soprattutto a partire dalla guerra d’Etiopia, avevano dato il via, come in tanti altri casi di altrettanti imperi, a livelli di mescolanza razziale ritenuti intollerabili nell’ottica razzista del fascismo.

Questi aspetti hanno delle conseguenze di lungo periodo, in particolare su cosa significhi essere una donna bianca in presenza di uno scontro coloniale.


Sperimentare linguaggi nuovi per decolonizzare il sapere accademico

Come ha già sottolineato Gabriele Proglio, la questione della colonialità dei linguaggi e del sapere accademico sia molto importante. Da storica orale, attraverso l’intersoggettività delle interviste che svolgo e un processo di consapevolezza che a volte viene attivato con alcune delle persone intervistate, sono sempre più convinta che sia possibile creare dei riposizionamenti e delle risignificazioni. Solitamente io svolgo questa attività più con persone italiane che libiche, proprio perché per molti anni ho lavorato con voci italiane e su fonti europee rispetto al passato condiviso fra Italia e Libia. Mi ha invece colpito moltissimo la presentazione, a Roma, del libro Il ritorno, scritto da Hisham Matar, uno degli scrittori libici più affermati a livello internazionale. Le domande che gli venivano poste riguardavano sempre la presenza degli Italiani in Libia. Ritengo che questo sia il problema: la riproduzione di uno sguardo coloniale, l’interesse esclusivo alla «nostra» storia, anche se ce la facciamo raccontare da qualcun altro. Criticato quindi come «inadeguato», perché non tratterebbe abbastanza del colonialismo italiano, il libro di Matar è invece molto metaforico, perché sperimenta linguaggi «altri» per parlare di questioni centrali della condizione umana, come quella del ritorno, dell’esilio e delle sue cause, in un Paese ex colonizzato del Mediterraneo, poi vittima di una lunga dittatura.