Le radici del pregiudizio e dell’intolleranza nell’Europa moderna


Riflessioni intorno a Storia notturna di Carlo Ginzburg


Maschera con rospi di uno sciamano Tlingit


Un saggio enciclopedico

Sarebbe riduttivo affermare che Storia notturna. Una decifrazione del sabba (prima edizione Einaudi 1989, ristampa Adelphi 2017) è uno dei tanti libri che, a cavallo tra storiografia e antropologia, parlano della stregoneria nella tradizione europea. Storia notturna è infatti un libro che può essere definito enciclopedico, in quanto si presenta come un caleidoscopio molteplice di saperi, argomenti, intuizioni, ipotesi, punti di domanda. È chiaramente un saggio di antropologia storica, ma è anche un manifesto metodologico in cui sono condensati decenni di mestiere di storico dell’autore. È al contempo uno studio comparativo basato sulla morfologia, cioè sull’essenza primaria delle forme, un viaggio nei territori arcaici e insondabili del mito, e un’analisi della cultura e degli stili di vita delle classi subalterne contadine tra Medioevo ed era moderna. Un libro che in trent’anni è stato tradotto in dodici lingue ed è stato letto in tutto il globo, suscitando sia profonda ammirazione sia critiche. Storia notturna è un libro unico, a tratti difficile, che ha il potere di incantare e rapire chi lo legge. L’indologa statunitense Wendy Doniger ha paragonato Ginzburg a uno degli sciamani dei suoi libri, capace di radunare le ossa di Sir James George Frazer e di ricoprirle con la pelle del filosofo Ludwig Wittgenstein al fine di ridonare loro la vita. Sarebbe impossibile (nonché presuntuoso) cercare di comporre una descrizione complessiva dell’opera. Quella che segue infatti è solo una delle letture possibili di Storia notturna, ovvero l’analisi di un piano ben specifico del saggio e in modo particolare delle ipotesi circa i meccanismi che condussero allo stereotipo sulle streghe e quindi al pregiudizio e alla persecuzione ai danni di migliaia di donne tra Medioevo e modernità.

L’intero paradigma tracciato da Ginzburg in questo specifico ambito è tutt’altro che lineare e individua nella demonizzazione e nella persecuzione delle streghe il punto di arrivo di un più lungo percorso che aveva interessato il diverso e l’altro almeno a partire dal XIV secolo. La donna, quale incarnazione del male e della tentazione, retaggio del biblico peccato di Eva, è il frutto di una più ampia serie di pregiudizi che in pieno Medioevo si abbatterono su musulmani, ebrei, lebbrosi ed eretici.

Intolleranza, razzismo, antisemitismo e misoginia furono fattori che caratterizzarono non solo il passaggio tra Medioevo e modernità, ma anche i secoli del colonialismo eurocentrico fino a tutta la metà XX secolo. Ancora oggi, a onore del vero, molti dei nodi evidenziati da Ginzburg restano irrisolti: le crisi (sanitarie, economiche e culturali) degli ultimi tempi non stanno facendo altro che riportare in superficie nuovi pregiudizi, nuove dinamiche di esclusione e di persecuzione, l’aumento delle pulsioni di intolleranza, razzismo, omofobia e transfobia, la paura del diverso e la prevaricazione violenta di molti uomini nei confronti delle donne. Queste ultime – per tornare al tema del saggio – sono state le vittime di una delle più grandi opere di repressione che la storia dell’umanità ricordi: la cosiddetta caccia alle streghe assunse infatti i contorni di un vero e proprio sterminio ai danni di migliaia di donne la cui unica colpa era quella di custodire e tramandare antichi saperi e antiche tradizioni contadine.


Lebbrosi, ebrei e musulmani

Secondo i racconti, streghe e stregoni si radunavano di notte in boschi, campi o sui monti; spesso raggiungevano questi luoghi volando in groppa a scope o sotto forma di animali dopo aver cosparso il loro corpo con unguenti magici. Prendevano parte a convegni chiamati sabba, striazzo, akelarre, sagarum,synagoga, caratterizzati da banchetti, profanazioni, rituali di sacramenti, orge e infanticidi. La costruzione (e la diffusione) di questa oscura narrazione determinò processi, torture e condanne a morte; ma come si arrivò in concreto alla persecuzione sistematica delle streghe agli albori dell’Europa moderna?

Carlo Ginzburg ha proposto una decifrazione dei meccanismi che condussero alla stratificazione dei temi caratterizzanti lo stereotipo del sabba seguendo il filo di un presunto complotto ordito dalle marginalità sociali; non solo quindi streghe e stregoni ma anche musulmani, lebbrosi ed ebrei. L’evoluzione dello stereotipo stregonesco si sviluppò a partire da un compromesso, frutto della convergenza di almeno due fattori: l’ossessione delle élite per un presunto complotto ordito contro la società che vedeva responsabili dapprima i lebbrosi, poi i lebbrosi insieme agli ebrei, quindi lebbrosi con ebrei e musulmani, infine streghe; e credenze legate a strati profondi della cultura popolare e contadina. Questa struttura aveva come sue colonne portanti i marginali e i subalterni: ebrei, lebbrosi, musulmani, poveri, eretici e donne; queste ultime, soprattutto se sole e libere, o spesso affette da forme psicopatologiche determinate da povertà, fame, emarginazione, violenze. Tale percorso – tutt’altro che lineare – implicò nel suo sviluppo un fitto intreccio di fattori di carattere politico, sociale e anche religioso: una trama che può essere ricostruita solo attraverso un continuo gioco di richiami tra storia degli eventi e storie individuali e specifiche, che è possibile rinvenire tra i faldoni dei processi ai danni di streghe ed eretici.

Lo studio prende le mosse dall’analisi di alcune cronache francesi bassomedievali. Nel 1321, nella cronaca del monastero di Santo Stefano di Condom, con cinico distacco veniva annotato che in febbraio era caduta neve in abbondanza ed erano stati sterminati i lebbrosi; come sottolinea Ginzburg, «allo sterminio dei lebbrosi l’anonimo cronista dedica la stessa distaccata attenzione riservata a insoliti eventi meteorologici». La cronaca del monastero di Santa Caterina del monte Rotomangi, redatta nel 1345, tramanda che «in tutto il Regno di Francia i lebbrosi furono imprigionati e condannati dal Papa; molti furono mandati al rogo; i sopravvissuti furono reclusi nelle loro abitazioni. Alcuni confessarono che avevano cospirato per uccidere tutti i sani, nobili e non nobili, e per avere il dominio sul mondo intero [ut delerent omnes sanos christianos, tam nobiles quam ignobiles, et ut haberent dominium mundi]». Persecuzioni e stermini erano stati autorizzati già a partire dal 1321 a opera del re di Francia Filippo V detto il Lungo con un editto emesso a Poitiers il 21 giugno di quell’anno. Questo passaggio della cronaca di Santa Caterina attesta che a partire dai primi decenni del Trecento prese il via un’opera sistematica di persecuzione e sterminio nei confronti dei lebbrosi.

Nella fonte compare anche un ulteriore particolare non marginale. È un elemento che diverrà centrale ai fini dello sviluppo della traiettoria che condusse in seguito allo stereotipo del sabba, e cioè la convinzione secondo la quale i lebbrosi avrebbero cospirato in comunione tra di loro per minare in toto le fondamenta dell’organizzazione sociale con l’obiettivo di colpire tutti i sani, «tam nobiles quam ignobiles». Non si conoscono con chiarezza le dinamiche delle tensioni sociali che diedero vita all’embrione di questa teoria, ma il dato da cogliere è quello che almeno a partire dal 1321 (e almeno in Francia) venne diffusa ad arte dalle classi dominanti (nobili e chierici) una teoria secondo la quale i lebbrosi erano impegnati in un complotto per prendere possesso del potere. I lebbrosi facevano paura perché diversi, malati, marginali, oscuri; la loro condizione li investiva quindi alla perfezione del ruolo di capro espiatorio, il cui sacrificio sarebbe stato capace di riassorbire le tensioni sociali latenti: non poteva esserci spazio per la conflittualità tra nobiles e ignobiles se entrambi i gruppi fossero stati impegnati contro un comune e pericolosissimo nemico. Segno evidente della persistenza, al di sotto della teoria del complotto, di motivazioni di carattere politico, economico e sociale. Per la prima volta nella storia europea veniva istituito un programma di reclusione e di repressione così massiccio; nei secoli successivi – scrive Ginzburg – «ai lebbrosi sarebbero subentrati altri personaggi: i folli, i poveri, i criminali, gli ebrei. Ma i lebbrosi aprirono la strada».

Negli stessi anni, precisamente nel 1328, un anonimo cronista aggiunse un nuovo particolare alla teoria del complotto: i lebbrosi, in tutta Europa, stavano tentando di avvelenare le fontane per diffondere il morbo e dominare il mondo. Il vero fattore di novità era rappresentato dal fatto che i lebbrosi, in questo loro progetto, erano ora coadiuvati dagli ebrei. Un nuovo elemento, in realtà antico quanto l’essere umano, si affacciava sulla scena: l’intolleranza contro le minoranze religiose, in particolare quella ebraica, che vantava una presenza millenaria sul territorio europeo. La trama dei pregiudizi nei confronti dei diversi e dei gruppi marginali in questo modo continuò a complicarsi e allargarsi. Un ulteriore gruppo di cronisti diede vita a una terza versione: si tratta degli anonimi continuatori delle cronache di Guillaume de Nangis e di Girard de Frachet, di Giovanni da San Vittore, degli autori della Cronaca di Saint Denis e della Genealogia comitum Flandriae che inserirono nei loro scritti nuovi particolari. In queste cronache era riportata una confessione fatta consegnare al re di Francia Filippo V da parte di Jean l’Archeveque, signore di Parthenay. Nella lettera era scritto che un capo dei lebbrosi aveva dichiarato di essere stato corrotto da un ebreo con del denaro, l’uomo gli aveva consegnato del veleno da spargere nelle fontane e nei pozzi; il veleno era una polverina composta da sangue umano, urina, tre imprecisate erbe e ostia consacrata.

Al quadro già profondamente imperniato sulla paura del diverso e sul pregiudizio verso i marginali e i gruppi subalterni, si aggiunse la narrazione che collocava in cima a questa «piramide del male» il sultano musulmano di Granada. Secondo alcune fonti si tratterebbe di Ismail I (1314-25), secondo altre di Muhammad IV (1325-33), ma al netto dei dubbi sull’identificazione precisa il sultano veniva accusato di aver fornito il denaro per far partire l’operazione di avvelenamento delle fontane su larga scala, e la conseguente diffusione della lebbra, nel tentativo di conquistare i territori cristiani che non era riuscito a prendere con le armi. Ulteriori cronache forniscono versioni leggermente diverse, ma in generale la costruzione dello stereotipo negativo restava caratterizzata da un paradigma comune. Il dato che va colto è che a partire dal XIV secolo si sviluppò e si diffuse una teoria contro ebrei, lebbrosi e musulmani a causa della quale esplosero una serie di tensioni sociali che ribollivano da tempo: la volontà dei gruppi dominanti di appropriarsi delle cospicue rendite degli ospedali dei lebbrosi, l’astio contro il monopolio ebraico sui prestiti e la finanza, la paura per l’infedele che spingeva alle porte dell’Europa cristiana, l’acuirsi della povertà in alcuni contesti specifici sia urbani che rurali. Paure, tensioni e bisogni insoddisfatti trovarono nelle marginalità la vittima da sacrificare: cominciarono così a moltiplicarsi persecuzioni, violenze ed episodi di intolleranza. A Carcassonne, sempre nel 1321, le élite cittadine produssero una lettera di protesta indirizzata al re nella quale veniva riproposto il connubio tra ebrei e lebbrosi nell’avvelenamento dei pozzi con l’utilizzo di polveri magiche. Lo stereotipo che vedeva ebrei e lebbrosi alleati non era in ogni caso una novità assoluta, anzi aveva radici profonde che risalivano all’antichità; questa fu però la prima volta che le tremende potenzialità di purificazione sociale racchiuse nello schema del complotto si dispiegarono pienamente.

Dall’analisi di alcuni processi si evince che in questo periodo cominciarono ad affiorare i temi e gli elementi che in seguito costituirono il nucleo intorno a cui si cristallizzò lo stereotipo stregonesco. La minuziosa attenzione agli ingredienti con cui venivano preparati i veleni, l’utilizzo delle ostie consacrate e l’infanticidio rituale di cui si accusava gli ebrei, erano tutti elementi che in seguito sarebbero confluiti nei processi a streghe e stregoni e quindi nello stereotipo del sabba. Partendo dalla Francia del XIV secolo e seguendo una traiettoria attraverso il tempo e lo spazio, scandita da persecuzioni contro le marginalità, intolleranza e continue esplosioni di rabbia sociale contro i gruppi subalterni, la centralità del pregiudizio quale elemento politico e culturale fondante l’Europa moderna si delinea con profonda chiarezza. Gli stereotipi negativi che erano nati contro lebbrosi, ebrei e musulmani camminarono di bocca in bocca, di cronaca in cronaca, fino a raggiungere l’arco alpino, da sempre terra di comunità religiose che avevano dovuto fare i conti con accuse di eresia e con la violenta repressione della Chiesa.

Nel 1347 una flotta di galere genovesi provenienti da Costantinopoli approdò a Messina, insieme a uomini e merci sbarcò anche il bacillo della peste che negli ultimi 6 secoli già altre volte aveva flagellato il continente europeo. Il morbo si estese lungo lo stivale e, attraverso le Alpi, in tutta Europa. Con la peste divampò anche la persecuzione contro gli ebrei, pure in questo caso accusati di essere i responsabili della propagazione della malattia. Nella notte tra il 13 e il 14 aprile del 1348, domenica delle palme, nel ghetto di Tolone scoppiò la «caccia all’ebreo» con saccheggi, incendi e omicidi: avvenimento che inaugurò una lunghissima serie di intolleranze e di violenze.


Le seguaci delle dee notturne

Le accuse che nei secoli erano state rivolte contro ebrei, musulmani, lebbrosi ed eretici, andarono a formare anche il paradigma che portò alla cosiddetta caccia alle streghe nell’Europa moderna; pregiudizi che costituirono l’ideologia concreta sulla quale si fondò la persecuzione e lo sterminio di migliaia di donne da parte di giudici e inquisitori. Per cercare di risalire alle radici della persecuzione contro le donne accusate di stregoneria è necessario fare un balzo indietro nel tempo fino al 906, data in cui il benedettino tedesco Reginone di Prum inserì nel suo De synodalibus causis et disciplinis ecclesiasticis il cosiddetto Canon Episcopi (Ut episcopi de parochiis suis sortilegos et malefocos expellant), una raccolta di prescrizioni rivolte a vescovi e chierici al fine di sradicare credenze e pratiche superstiziose da diocesi e parrocchie. Il testo sottolineava che donne «scellerate, divenute seguaci di Satana, sedotte dalle fantastiche illusioni dei demoni, sostengono di cavalcare la notte sopra certe bestie insieme a Diana, dea dei pagani, e a una gran moltitudine di donne; di percorrere grandi distanze nel silenzio della notte profonda; di obbedire agli ordini della dea come fosse la loro signora; di essere chiamate in determinate notti a servirla». Il passo di Reginone, che secondo alcune teorie era ripreso da un capitolare franco più antico, conteneva in embrione già tutti gli elementi che nei secoli successivi andarono a costituire il paradigma dello stereotipo stregonesco, a cominciare dal volo in groppa agli animali all’adorazione di Diana, dea dei pagani. Nel corso del tempo interi passaggi contenuti nel Canon Episcopi ispirarono capitolari e atti di numerosi vescovi e prelati, tra cui il noto Burcardo di Worms. Furono molte le donne che dichiararono, durante gli interrogatori, di essere costrette a seguire la dea in voli notturni, di recarsi ai sabba o di trasformarsi in animali, ma solo a partire dai primi decenni del Quattrocento gli inquisitori decisero che le seguaci della dea notturna meritavano la morte sul rogo. La storia medievale non è immune infatti da episodi di intolleranza contro le streghe, condanne a morte comprese, ma non conosce affatto una campagna sistematica di repressione e sterminio come quella innescatasi agli albori dell’era moderna.

Più di quattrocento anni dopo la redazione del Canon Episcopi la dea Diana era ancora la protagonista – o almeno lo era nei verbali vergati dalle penne degli inquisitori – dei racconti delle donne che partecipavano ai convegni notturni. Una certa Sibilla, nel 1390, confessò all’inquisitore fra’ Beltramino da Cernuschello di recarsi periodicamente al gioco di Diana, detta Herodiade. Fra’ Beltramino nello stesso anno inserì il riferimento alla dea Diana anche in un altro processo ai danni di una donna, una certa Pierina. Nessuna delle due in realtà aveva nominato la dea pagana: entrambe avevano parlato di Madona Horiente, una figura magica femminile del folklore alpino. Il riferimento alla dea pagana Diana era stato «suggerito» alla prima in fase di interrogatorio e inserito di proposito da fra’ Beltramino nel secondo caso. Il Canon Episcopi considerava le cosiddette streghe vittime di sogni e di illusioni diaboliche, esse invece credevano concretamente di recarsi al cospetto di una grande madre che insegnava loro – nel corso di simposi in cui si mangiava e si ballava – le arti della guarigione con le erbe e della veggenza. Questa discrepanza tra le due narrazioni venne colmata dagli inquisitori soprattutto grazie alle torture, attraverso le quali costrinsero decine di donne a inserire nei loro racconti elementi diabolici. In questo contesto così complicato, lo studio della morfologia permette a Ginzburg di delineare quelle che egli definisce «serie isomorfiche» (cioè caratterizzate da aspetti formali simili) nel tentativo di impostare una griglia attraverso la quale decifrare il fenomeno stregonesco; tutti i processi, al netto di minime differenze tra di loro e degli interventi esogeni degli inquisitori, presentano – come schematizzato nel saggio - sempre la medesima sequenza in cui sono coinvolte «donne (1) che credono e dicono (2) di andare di notte (3) al seguito di Diana (4) in groppa ad animali (5) percorrendo grandi distanze (6) obbedendo agli ordini della dea come una padrona (7) servendola in notti determinate (8)». Tutti fattori che si evincono anche nelle versioni di Sibilla e Pierina analizzate da Ginzburg, con leggere varianti a partire dal nome della dea. Le confessioni delle due donne sono in ogni caso perfettamente sovrapponibili allo schema tracciato nel Canon Episcopi. Diventa in questo modo più agevole interpretare il tentativo di preti, chierici e inquisitori di tradurre in modo grossolano i molteplici nomi delle dee notturne facendo riferimento a figure e miti presenti nel loro personale bagaglio culturale: Diana come riferimento alla cultura classica, Herodiade a quella biblica. Forzatura e sforzo interpretativo andavano di pari passo, erano due facce della stessa medaglia: «Diana ed Herodiade – annota Ginzburg – fornivano ai chierici un filo per orientarsi nel labirinto delle credenze locali», ancora straordinariamente vive centinaia di anni dopo il Canon di Reginone di Prums. Solo in questo modo un’eco fioca e alterata delle voci di quelle donne è giunta fino a noi.

Quello che può essere individuato come il vero e proprio punto di slittamento delle antiche credenze verso lo stereotipo del sabba si registra tra la metà del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento ai due estremi dell’arco alpino. In questo lasso di tempo circoscritto, figure femminili legate ai culti agrari arcaici quali Richella, la Donna del bon zogo, e Sibilla, assunsero a poco a poco tratti demoniaci e negativi. Lo stesso tipo di fenomeno si ripresenterà in modo similare circa un secolo dopo in Scozia dove, tra fine Cinquecento e inizio Seicento, i contadini che raccontavano ai giudici di partecipare alle cerimonie e alle feste del fairy people (il «popolo fatato» o «piccolo popolo») vennero perseguitati come adoratori del demonio. Tale «metamorfosi forzata» delle antiche credenze contadine si verificò a causa dell’intervento degli inquisitori che, attraverso estenuanti interrogatori e violente sessioni di tortura, «suggerivano» alle vittime di inserire nei loro racconti elementi demoniaci.

I decenni a cavallo tra XV e XVI secolo vennero caratterizzati da una cospicua produzione di testi dal contenuto spiccatamente misogino sui quali si sarebbe fondata, anche dal punto di vista ideologico e teologico, la persecuzione contro le streghe. Si tratta del Formicarius del domenicano tedesco Johannes Nider (composto tra il 1436 e il 1437 ma pubblicato nel 1475), del De lamiis et phitonicis mulieribus, ovvero «Delle streghe e delle indovine» di Ulrich Molitor (1489), ma soprattutto del Malleus Maleficarum, «Il martello delle streghe», redatto nel 1487 dal frate domenicano Heinrich Kramer in collaborazione con il confratello Jacob Sprenger con l’obiettivo di reprimere stregoneria e paganesimo in Germania. Quest’ultimo testo divenne ben presto il punto di riferimento essenziale per gli inquisitori in tutta Europa. Il Malleus Maleficarum, più che un trattato originale, era una raccolta di credenze e nozioni sulla stregoneria estrapolate da testi precedenti come il già citato Formicarius (1475) o il Directorium Inquisitorum di Nicolas Eymerich (1376). Il testo di Kramer e Sprenger può essere considerato come la vera e propria summa del paradigma misogino e ginefobico che si era venuto a formare già da decenni sul territorio europeo. All’interno del libro citazioni aristoteliche e agostiniane convivevano insieme a un vasto corollario di pregiudizi e di stereotipi che non avevano alcun fondamento logico o scientifico. La strega, proprio perché donna, nelle pagine del Malleus veniva descritta debole, di scarso intelletto e, per questo, naturalmente predisposta a cedere alle tentazioni diaboliche. La parola femina (donna) veniva interpretata come una derivazione dalla locuzione ‘fe minus’ ovvero ‘fede minore’; inoltre venivano descritti in modo morboso e dettagliato i rapporti sessuali che le streghe sarebbero state capaci di intrattenere con i demoni. L’ultima parte del libro può essere considerata un vero e proprio manuale per stanare, processare ed eliminare le streghe: gli autori affermavano che bastava anche solo un pettegolezzo per condurre una donna a processo e che una difesa troppo accurata da parte del difensore significava che anche quest’ultimo era stato colpito dall’influsso diabolico. Per le donne accusate di stregoneria, alla luce di questa prospettiva, non c’erano speranze di salvezza.

All’interno del libro venivano spiegate in modo dettagliato le tecniche per torturate le accusate di stregoneria al fine di estorcere loro ammissioni di colpa nel corso degli interrogatori. I due inquisitori raccomandavano l’utilizzo di un ferro infuocato per la «rasatura» dell’epidermide delle accusate al fine di individuare lo stigma diaboli, un segno particolare o molto più spesso un punto del corpo immune dal dolore, che ne comprovava la colpevolezza. Nel giro di poco tempo il Malleus divenne un manuale essenziale nella formazione degli inquisitori e quindi nella diffusione dei pregiudizi e delle violenze contro le donne accusate di stregoneria. Non di rado in alcuni processi veniva a galla uno strato di elementi cristiani che era andato a sedimentarsi al di sopra di un sistema di credenze molto più antico, ma oramai lo stereotipo negativo e diabolico della donna-strega aveva raggiunto un punto di non ritorno; tale strato di credenze arcaiche ci è giunto quindi solo in maniera frammentaria, ma soprattutto filtrata e distorta dalle torture e dai testi prodotti da canonisti, inquisitori e giudici.


Il sentiero del pregiudizio

Ginzburg individua, dal punto di vista metodologico, anche una strada per disinnescare, ove possibile, il filtro inquisitoriale; ma sul piano storico-antropologico quello che si evince è una tendenza chiara in ambito europeo imperniata sulla costruzione del «nemico pubblico» nei periodi di crisi al fine di controllare e dirigere le tensioni sociali. Una dinamica che spinge verso il basso con l’obiettivo di schiacciare marginalità e gruppi subalterni, divenuta un consolidato strumento dei gruppi dominanti al fine di disinnescare le pulsioni conflittuali verso l’alto. Un nemico ignoto, straniero, malato, diverso, a volte invisibile, è d'altronde ancora oggi il pretesto che permette alle classi dominanti di scaricare verso il basso le responsabilità durante i periodi di crisi. Un espediente capace di distrarre gli ignobiles dal direzionare la propria rabbia contro i nobiles e di tenerli impegnati nel liberare il proprio odio verso il basso, ovvero verso i più miserabili.

La caccia alle streghe può essere quindi considerata come un fondamento politico e culturale dell’Europa moderna che non si è affatto estinto con il secolo dei Lumi, come alcune teorie vorrebbero. Il lunghissimo XIX secolo, attraverso il colonialismo europeo, ha esteso la caccia ai danni dei nativi delle terre colonizzate: l’altro, l’esotico e il selvaggio per antonomasia. Il terribile Novecento ha tramutato la caccia alle streghe in una orrida teoria scientistica di cui l’olocausto degli ebrei è solo la più evidente e tragica espressione. Infine, i colonizzati di un tempo sono approdati in Europa come migranti e qui, ancora una volta, hanno rappresentato la valvola di decompressione delle tensioni economiche e sociali di un continente in decadenza. Il razzismo di oggi è il discendente diretto dei pregiudizi contro lebbrosi, ebrei e musulmani di secoli fa. La pandemia, al pari di peste e lebbra, ha creato un nemico globale e mortale del tutto simile al Satana signore del sabba, invisibile e che tutto pervade. Al pari della paura del diavolo adorato dalle streghe, così oggi ci si lascia suggestionare dalla paura del virus; in questo contesto i marginali, gli stranieri, gli «altri da noi» incarnano moderni untori che meritano di essere perseguitati e repressi. Le donne – nonostante si pontifichi sulle sterminate libertà del mondo contemporaneo – sembrano essere sempre più moderne streghe da mettere alla gogna (si veda il cosiddetto revenge porn) o peggio da condannare a morte. Violenze domestiche e femminicidi sono aumentati in modo esponenziale soprattutto in concomitanza con i lockdown imposti dalla pandemia.

Intolleranze razziali, religiose, etniche, violenza di genere e paura dell’altro, più che essere delle anomalie della società contemporanea, possono essere considerate come delle incrostazioni costanti nello sviluppo dei rapporti sociali nell’Europa moderna. Le profonde contraddizioni di oggi non sono nate negli ultimi decenni ma, al pari di un virus, hanno covato nel corpo vivo della nostra società fin dai suoi albori: riconoscerne e individuarne le cause può essere la cura migliore per debellarle, un giorno, definitivamente. È soprattutto questa la funzione sociale e culturale della disciplina storiografica e Carlo Ginzburg, in questo, è uno di maestri indiscussi.

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