Le origini dell’università neoliberale in Italia (Prima parte)

La Riforma Ruberti e il Movimento della Pantera


Cominciamo i lavori di questa sezione con alcuni testi provenienti dalla più recente inchiesta di «Sudcomune», della quale Machina ha già pubblicato un paio di Note (www.machina-deriveapprodi.com/post/l-università-indigesta-note-da-un-inchiesta; www.machina-deriveapprodi.com/post/l-università-indigesta-2). Più precisamente, per i prossimi tre mesi, a cadenza quindicinale, affronteremo il tema dell’avvento dell’università neoliberale in Italia dal punto di vista dei movimenti studenteschi che l’hanno combattuta e delle riforme legislative che l’hanno imposta. Ripercorrere storicamente tale questione riteniamo sia ancora oggi utile, perché se è vero che solo gli studenti, in potenza, possono cambiare le sorti aziendali dell’università, è altrettanto vero che rivolgendosi alle generazioni precedenti possono scoprire e, soprattutto, attualizzare i motivi autentici per rimettersi in movimento.


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Se fino al 1980 le Riforme universitarie, spinte dalle lotte studentesche e giovanili, dovettero focalizzarsi sulla questione del sapere e della democrazia nel capitalismo avanzato, dalla Riforma Ruberti del 1989 le cose cambiano: «autonomia» ed «efficacia» sono i principi intorno ai quali vengono riordinati gli statuti e organizzati gli atenei, che cominciano da allora ad essere valutati in base a criteri economici come quello dei «costi standard di produzione per studente». Con Antonio Ruberti l’università comincia ad essere considerata come un’istituzione del sapere che può essere gestita come ogni altra organizzazione, secondo i principi di efficacia ed efficienza propri di una moderna economia di mercato, con una programmazione e gestione razionale delle risorse. Una istituzione che incorporando tali principi può assumersi l’onere, come disse Bettino Craxi, «di porsi alla guida del rinnovamento culturale» del paese:

«chi contesta questa responsabilità avanzando lo spettro della privatizzazione – aggiunge il segretario socialista in appoggio alla riforma del suo compagno di partito – non sa o fa finta di non sapere che i contributi dei privati sarebbero aggiuntivi rispetto a quelli pubblici, che il progetto Ruberti garantisce la trasparenza, e che finora le imprese lungi dal voler colonizzare gli atenei tendono piuttosto a trascurarle» [1].

Con la Riforma Ruberti il processo di privatizzazione dell’università si sblocca e avanza; vengono gettate le basi (detto altrimenti: i prerequisiti istituzionali) dell’assetto universitario per come lo conosciamo oggi. È in questo periodo che i «Corsi» di studio e i rispettivi «Titoli» aumentano incredibilmente (grazie anche ad uno spezzettamento di quelli esistenti) e gli atenei cominciano ad essere valutati in base alle performance, anche finanziarie, che riescono a raggiungere. Sempre in questo periodo, nel dibattito che accompagnò la Riforma, si comincia a parlare di università «virtuose», di «merito», di «crediti formativi» e di altri indicatori propri dell’odierna «università neoliberale» [2]. Con tutti i limiti di una periodizzazione, più avanti, evidenzieremo i tre momenti chiave della Riforma, mentre adesso vale la pena qualche cenno sul padre della Riforma, la cui biografia professionale e politica è degna di menzione. Nato ad Aversa nel 1927 da Giovina Andreozzi e Albino Ruberti, un ufficiale dell’esercito, Antonio nel 1954 si laurea all’Università di Napoli e dieci anni dopo, a Roma, è Professore Ordinario di «Controlli automatici», primo in Italia per una disciplina (madre dell’informatica) ancora non insegnata neppure alla Sapienza di Roma. Dopo altri dieci anni, nel 1973, è Preside della Facoltà di Ingegneria e nello stesso anno ottiene il passaggio di cattedra da «Controlli automatici» a «Teoria dei sistemi». Un passaggio molto significativo, ma andiamo avanti. Nel 1976 divenne Rettore dell’ateneo romano, carica che mantenne per undici anni, nel corso dei quali, come ricorda il Dizionario biografico Treccani: «seppe contenere e fronteggiare l’ondata di proteste e di violenze che investì l’Ateneo romano nel 1977 e, in misura minore, negli anni successivi» [3]. L’onore al merito arriva qualche anno più tardi, nel 1988, quando venne nominato Ministro nei governi De Mita e Andreotti, ruolo che manterrà fino al 1992, quando viene eletto deputato nelle file del Psi (Partito Socialista Italiano). L’anno seguente, agli esordi della seconda repubblica, è eletto tra le fila dei Ds (Democratici di Sinistra) e nominato Commissario europeo per la Scienza e la Ricerca. Nel 1996, rieletto nel Parlamento italiano, ha presieduto la Commissione «Politiche dell’Unione Europea». Muore nel 2000, ricco di onorificenze istituzionali e scientifiche, lasciando una importante eredità professionale e politica nella ricerca e università, settori nei quali ha perseguito i criteri di efficacia ed efficienza organizzativa, amministrativa e gestionale. Con Ruberti, in altre parole, l’università comincia a seguire la dottrina del New Public Management [4]. Veniamo adesso ai tre momenti specifici nei quali ha origine, prende forma, l’università neoliberale in Italia, che si stabilizzerà nei decenni successivi, con ciò che è seguito al Processo di Bologna [5]. Il concetto di autonomia, interpretato come sinonimo di «svecchiamento», è il grimaldello col quale, nei proclami, la Riforma Ruberti intende adeguare l’università al mutato scenario economico e politico. Autonomia nei principi, certo, ma anche nei bilanci! Nel primo momento, datato 1989, si definiscono i principi ispiratori: il Ministero dell’Università viene distaccato da quello dell’Istruzione si stabilisce che:

«le università hanno autonomia didattica, scientifica, organizzativa, finanziaria e contabile; esse si danno ordinamenti autonomi con propri statuti e regolamenti [] le entrate dell’università possono provenire anche da corrispettivi di contratti e convenzioni» [6].

Nel 1990, invece, vengono riscritti gli «ordinamenti» didattici, che nella propria stesura dovranno:

«tenere conto delle previsioni occupazionali e introdurre il tirocinio e un sistema di crediti didattici finalizzati al riconoscimento dei corsi seguiti con esito positivo [7]».

Ma è nel terzo momento, nel 1993, che c’è il decollo, quando si stabiliscono le modalità di riproduzione delle strutture universitarie, ovvero quando cambiano i criteri di finanziamento delle università da parte del nuovo Ministero: una «quota base» per tutte le università, in misura proporzionale, ed una «quota di riequilibrio» da ripartirsi sulla base di indicatori standard. A partire dal 1995, inoltre, recita la legge:

«la quota base del fondo per il finanziamento ordinario delle università sarà progressivamente ridotta e la quota di riequilibrio dello stesso fondo sarà aumentata almeno di pari importo [] Il riparto della quota di riequilibrio è finalizzato anche alla riduzione dei differenziali nei costi standard di produzione nelle diverse aree disciplinari e al riallineamento delle risorse erogate tra le aree disciplinari, tenendo conto delle diverse specificità e degli standard europei».

Un altro aspetto della Legge, parimenti importante per i cambiamenti apportati, risiede nell’introduzione dei criterio di Valutazione degli atenei, più precisamente che:

«nelle università, ove già non esistano, sono istituiti nuclei di valutazione interna con il compito di verificare, mediante analisi comparative dei costi e dei rendimenti, la corretta gestione delle risorse pubbliche, la produttività della ricerca e della didattica, nonché l’imparzialità ed il buon andamento dell’azione amministrativa» [8].

È facile in sede parlamentare sostenere, come faceva Bettino Craxi, che qualche spettro sia stato agitato al fine di «domare la pantera», meno credibile è che le imprese abbiano inizialmente trascurato ciò che stava avvenendo nell’università. Al contrario, da quel momento in poi, i cancelli delle università furono progressivamente aperti ai privati, fino ad arrivare ai ministri della seconda Repubblica che favoriranno a dismisura la presenza e gli interessi del capitale privato nell’università pubblica. Come scrissero alcuni attenti analisti:

«Non va dimenticato che le università, come la maggior parte delle istituzioni pubbliche, non sono aziende, che sono spinte all’innovazione dal mercato su cui insistono, ma organizzazioni governate da corporazioni di interessi consolidati che tendono a minimizzare i cambiamenti per non affrontare i rischi e i costi che questi comportano. La riforma del 1993 ha viceversa introdotto elementi di quasi mercato modificando, sotto questo profilo, radicalmente l’atteggiamento delle università» [9].

Lascia perplessi la lettura di un ultimo saggio di Ruberti, del 1999, dal titolo L’università tra memoria e futuro, nel quale al termine si legge che:

«l’attesa che ispira le mie speranze è che il patrimonio genetico delle università (…i caratteri che si sono mantenuti nel tempo… uno dei più significativi è l’intreccio tra insegnamento e ricerca… un secondo elemento è la coesistenza unitaria dei saperi, da quelli delle scienze matematiche e naturali a quelle umane…) venga preservato, perché sono convinto che esso è essenziale alla libertà della ricerca e dell’istruzione e all’unità della cultura, alla vitalità e alla creatività della società della conoscenza nel futuro spazio comune europeo» [10].

Ci vorrebbe un supplemento d’indagine, probabilmente, per commentare compiutamente questo brano: un professore, rettore, politico e ministro che ha dedicato anima, corpo e intelletto all’innovazione organizzativa dell’istituzione universitaria, per ribadire comunque, infine, che il vero tesoro è il «patrimonio genetico» delle università (ciò che è continuo, che cambia molto lentamente), come se le innovazioni apportate fossero del tutto neutrali nei confronti della «coesistenza unitaria dei saperi» o della «libertà della ricerca».

Note [1] Marina Garbesi, E Craxi scese in campo per domare la Pantera, in «la Repubblica» del 19/02/1990. [2] Con l’espressione «università neoliberale» intendiamo una situazione in cui i criteri di organizzazione e gestione delle università corrispondono ai principi del mercato cosi come sono stati modificati dalla globalizzazione capitalistica: non il mercato dello scambio di merci ma lo spazio governato dalla concorrenza, dove la molla di ogni azione umana non è la massimizzazione dei benefici in relazione ai costi ma la scelta imprenditoriale e competitiva in funzione del proprio posizionamento sociale. La parola mercato rimane la stessa ma la differenza concettuale è sostanziale. Per un approfondimento del concetto «neoliberale» vedi: P. Dardot, C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2013. [3] Cfr. https://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-ruberti_(Dizionario-Biografico). Uno degli episodi simbolo del ’77 universitario fu la cacciata di Luciano Lama (segretario della CGIL) dalla Sapienza di Roma a seguito degli scontri tra i servizi d’ordine del sindacato e del Partito Comunista Italiano e i militanti di Autonomia Operaia che occupavano l’ateneo da un paio di settimane. In questa occasione il Rettore Ruberti autorizzò l’ingresso delle celere per sgomberare l’università. Mi permetto qui di rimandare ad un video degli episodi citati (https://www.youtube.com/watch?v=ZwP7MUViPi8), ad alcune fotografie d’epoca di Tano D’amico (http://www.arengario.it/tano/pdf/catalogo-1977-1978.pdf pag. 8-9) ed alle strofe di Fabrizio De André: «Ed ero già vecchio quando vicino a Roma a Little Big Horn; Capelli corti generale ci parlò all’università; Dei fratelli tute blu che seppellirono le asce; Ma non fumammo con lui, non era venuto in pace; E a un Dio “fatti il culo” non credere mai» (Coda di lupo, www.youtube.com/watch?v=t70JBQIFkhc, in Rimini 1978) [4] Il New Public Managment (NPM) è indicativo delle nuove concezioni di governance e gestione delle strutture pubbliche, adottate dai paesi a capitalismo avanzato tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80, in nome di una maggiore efficacia ed efficienza. Nello specifico delle università, Margaret Thatcher, sull’onda delle polemiche sulla cattiva gestione dei fondi pubblici delle università inglesi, cominciò, sin dal principio del suo mandato nel 1981, a modificare l’assetto economico delle università fino a giungere, nel 1985, all’istituzione del «Research Assessment Exercise» che si concretizzò in una riduzione consistente dei finanziamenti statali e nella responsabilizzazione dei singoli atenei nella gestione dei bilanci economici. [5] Il processo di Bologna è un processo di riforma internazionale dei sistemi di istruzione superiore dell'Unione europea. Gli obiettivi che si è dato riguardano: l’armonizzazione dei titoli di studio tra le diverse nazioni (in modo da poter impiegare gli studenti nel mercato europeo e per maggiore competitività della UE); l’adozione di un sistema con due cicli principali (il 3+2); il consolidamento del sistema dei crediti; la promozione della mobilità per studenti e docenti; la valutazione della qualità. Per un approfondimento vedi: www.processodibologna.it [6] Legge del 9 maggio 1989, n.168. Istituzione del Ministero dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica. [7] Legge del 19 novembre 1990, n.341. Riforma degli ordinamenti didattici universitari. [8] Legge del 24 dicembre 1993. n. 537. Interventi correttivi di finanza pubblica (articolo 5, «Università»). [9] Paolo Silvestri, La riforma dei cicli formativi nel processo di decentramento e autonomia delle università, in CAPP, Rapporto 2002. Ricerca e formazione superiore: il caso dell'Università di Modena e Reggio Emilia, UNIMORE 2003. [10] A. Ruberti, L’università tra memoria e futuro, in «Universitas», XX, n.74, 1999.