Le disavventure del presidenzialismo in Francia



Pubblichiamo, per scatola nera, un articolo di Libero Maesano che analizza la questione del «presidenzialismo» in Francia, ripercorrendo la storia delle elezioni nel Paese a partire dalla nascita della V repubblica.


* * *

Prologo

Quest’estate la mia famiglia ed io siamo venuti in vacanza in Italia. Siamo venuti in macchina dalla Francia dove risiediamo abitualmente e, entrati in Italia, abbiamo ascoltato la solita trasmissione radiofonica, di formato ormai universale, in cui un giornalista incompetente e incolto, ma vivace, interroga dei cosiddetti esperti, che, con falsa semplicità e vero sussiego, distillano la loro supposta competenza su un tema specifico. Il tema era il “presidenzialismo”. Per carità di patria, mi astengo dal citare nomi. Ho appreso che: (1) Il presidenzialismo è stato introdotto, o almeno fortemente spinto, nella discussione politica, e quindi nella campagna elettorale, dai neofascistoidi (chiamati oggi “conservatori” dai commentatori “bon ton” - concedo che chiamarli neofascisti è dare loro troppa importanza); (2) sia il tema che il “contributo alla discussione” da parte dei neofascistoidi sono presi sul serio dalle forze politiche, dai commentatori e anche dai cosiddetti giuristi, soprattutto in relazione con il sempiterno italico tormentone sulla “governabilità”.

La Francia e gli Stati Uniti vengono fuori subito come esempi di repubbliche presidenziali. Ciò che mi ha veramente stupito è l'abissale ignoranza degli esperti, accompagnata da un tono furbo e vanesio, sulle costituzioni formali e materiali di questi due paesi - da far rivoltare nella tomba il povero Costantino Mortati. Lascio stare, per mancanza di spazio, gli Stati Uniti - che conosco relativamente bene anche grazie a legami familiari - e mi concentro sulla Francia, presentata senza un battito di ciglia come una repubblica “presidenziale”. Questo testo vuole semplicemente ricordare alcune ovvietà e fornire qualche precisione, ma soprattutto puntare l’attenzione sul terremoto istituzionale che ha seguito le elezioni presidenziali e legislative di questa primavera e che sta modificando profondamente la costituzione materiale della V repubblica francese.


La costituzione della V repubblica

Secondo la costituzione del 1958, la Francia non è una repubblica presidenziale (ancora meno dopo la revisione della costituzione del 2008). E’ una repubblica parlamentare con un presidente eletto a suffragio universale e dotato di ampi poteri. Poteri che si esercitano soprattutto nei "domini riservati” (oggi pudicamente ribattezzati “domini condivisi”) della difesa e degli esteri, e che sono formalmente definiti.

Possiamo dire, in sintesi, che, nella costituzione formale della V repubblica, salvo in situazioni “eccezionali” che vedremo in seguito, il presidente presiede, il parlamento legifera, e il governo governa, e cioè amministra ordinariamente le leggi vigenti, propone nuove leggi al parlamento e le attua se votate.

Secondo la costituzione, il presidente della repubblica nomina il primo ministro (che è, per autorità, il vero primo-dei-ministri, non l’italico presidente del consiglio senza autorità formale sugli altri ministri). Pone fine alle sue funzioni in seguito alla presentazione da parte di quest'ultimo delle dimissioni del governo. Sempre su proposta del primo ministro, il presidente nomina gli altri membri del governo e, sempre su sua proposta, pone fine alle loro funzioni. Il presidente promulga le leggi entro quindici giorni dalla trasmissione al governo della legge definitivamente adottata dal parlamento. Prima della scadenza di tale termine, può chiedere al parlamento una nuova deliberazione della legge o di alcuni suoi articoli.

Sempre secondo il testo costituzionale, il governo “determina e conduce la politica della Nazione” con il supporto dell'amministrazione e delle forze armate, che sono “a sua disposizione”. Esso è responsabile nei confronti del parlamento, alle condizioni e secondo le procedure previste dagli articoli 49 e 50, che recitano - riassumo - che il primo ministro, dopo deliberazione del consiglio dei ministri, impegna davanti al parlamento la responsabilità del governo sul suo programma o su una dichiarazione di politica generale. Se il governo chiede un voto sul programma o la dichiarazione, ed il parlamento vota contro, oppure se il parlamento vota una mozione di sfiducia (motion de censure) presentata da almeno un decimo dei deputati, il primo ministro deve presentare al presidente le dimissioni del governo. Attenzione, per far cadere il governo la “sfiducia” (opposizione o "censure") deve essere votata a maggioranza dei seggi, non dei votanti, il che permette alle opposizioni “responsabili” di salvare il governo astenendosi. Notare che il governo non è obbligato a chiedere la fiducia sul programma o la dichiarazione di politica generale, ma il parlamento può votare la sfiducia in qualsiasi momento.

In particolare, l’art. 49.3 permette al governo di impegnare la sua responsabilità sulla votazione delle leggi finanziarie in senso lato (comprendendo anche il finanziamento della sicurezza sociale), o di un'altra legge o di un progetto di legge in discussione all'Assemblea nazionale. In questo caso la legge è adottata senza voto, salvo se una “motion de censure” è depositata entro 24 ore ed è votata a maggioranza dei seggi. L’ Art 49.3 effettivamente attenua i poteri del parlamento a favore dell’esecutivo (non direttamente del presidente !), ed è stato utilizzato in passato molto spesso. Il suo uso è stato limitato dalla riforma costituzionale del 2008, che permette il ricorso all’art. 49.3 solo su un testo di legge per sessione parlamentare (salvo per la legge finanziaria, per cui il ricorso è libero).

Gli ampi poteri del presidente riguardano soprattutto il dominio militare e, per estensione, data l’antica pratica colonialista, imperialista e post-colonialista della Francia, il dominio degli affari esteri. L’articolo 5 della costituzione stabilisce che il presidente “è il garante dell'indipendenza nazionale, dell'integrità territoriale e del rispetto dei trattati”. L’articolo 15 stabilisce che “Il Presidente della Repubblica è il capo delle forze armate. Presiede i Consigli e i Comitati superiori di difesa nazionale.” Questo articolo deve convivere con l’art. 20 che specifica che il governo dispone dell'amministrazione e della forze armate, e con l'articolo 21, che stabilisce che il primo ministro "è responsabile della difesa nazionale e nomina alle cariche civili e militari, fatte salve le disposizioni dell'articolo 13". I poteri di nomina degli impieghi civili e militari sono in gran parte esercitati dal consiglio dei ministri: l’art. 13 è un esercizio di equilibrismo su chi ha il potere di nominare chi, equilibrio governo-presidente che si è spostato in favore del terzo incomodo, il parlamento, con la riforma costituzionale del 2008.

In sintesi, la direzione degli affari militari è chiaramente bicefala (presidente e governo), viene condotta attraverso “Consigli e Comitati superiori di difesa nazionale”, e i poteri del parlamento in materia sono limitati. I consigli e comitati in questione sono dei consigli dei ministri ristretti (primo ministro, difesa, interni, economia, esteri, ed altri ministri coinvolti dalle specificità dell'ordine del giorno) presieduti dal presidente. Il vantaggio essenziale di tali consigli è che non pubblicano resoconti, trattando di “difesa”, e cioè di materia confidenziale per definizione. Un passaggio istituzionale essenziale è stato la creazione, nel 2009, del “Conseil de défense et de sécurité nationale”, che tratta in modo unificato sicurezza esterna e sicurezza interna (precedentemente trattate da “Conseil” separati) e permette ormai, grazie anche alla crisi pandemica e alle successive crisi geopolitica ed energetica (1) di dare della “sicurezza nazionale” una definizione estensibile senza limiti a priori, e (2) di utilizzare il registro della “difesa”, e quindi della confidenzialità delle decisioni, su tutti i temi che “entrano” nella sfera della sicurezza nazionale. Macron è all’origine della prima estensione rilevante della sfera in questione con l’inclusione della salute: è saltato sull’occasione del Covid, affidando al consiglio di difesa, convocato regolarmente, la gestione della pandemia. Un passo avanti significativo nel processo di militarizzazione della democrazia e della vita pubblica.

Oltre i poteri rilevanti dei “domini condivisi”, l’articolo 16 conferisce importanti prerogative (“poteri eccezionali”) al presidente in caso di “grave crisi”, definita come “minaccia grave e immediata” alle istituzioni della repubblica, all'indipendenza della nazione, all'integrità del suo territorio o all'adempimento dei suoi impegni internazionali, e/o come interruzione del regolare funzionamento delle istituzioni che incarnano l’autorità dello stato. La definizione di tali poteri eccezionali è piuttosto vaga,e quindi molto ampia. Si tratta di tutte le misure richieste dalle circostanze, senza tener conto del principio della separazione dei poteri. Il presidente può quindi adottare misure che normalmente sono di competenza del parlamento o esercitare un potere normativo senza chiedere la controfirma del primo ministro e dei ministri.

Il solito meta-problema schmittiano è chi ha il meta-potere di stabilire che “la crisi è grave”, e quindi di dichiarare lo stato di eccezione. La prima dichiarazione dello stato di eccezione è effettuata dal presidente, che implicitamente stabilisce che le condizioni sono riunite per applicare l’articolo 16, e si auto-investe dei poteri eccezionali. Ma il parlamento continua a riunirsi di “pieno diritto” e “non può essere sciolto durante l'esercizio di poteri eccezionali". Peraltro, il presidente non ha il “potere eccezionale” di cambiare la costituzione. D'altra parte, ai sensi dell'articolo 68 della Costituzione, il parlamento può costituirsi in alta corte di giustizia e può, a maggioranza di due terzi, rimuovere il presidente dal suo incarico “in caso di violazione di doveri di ufficio manifestamente incompatibile con l'esercizio del suo mandato”. Dopo trenta giorni di funzionamento dello stato di eccezione, il presidente dell'assemblea nazionale, il presidente del senato, sessanta deputati o sessanta senatori possono chiedere al consiglio costituzionale se la crisi è sempre “grave”, cioè tale da giustificare lo stato di eccezione. Il consiglio costituzionale, che è una istanza non eletta (comprendente tutti gli ex-presidenti), sostituisce quindi il presidente come potere abilitato a (continuare a) dichiarare lo stato di eccezione, e si pronuncia immediatamente con un parere pubblico. Se decide che lo stato di eccezione deve persistere, si pronuncia di nuovo nelle stesse condizioni dopo altri trenta giorni, e, in seguito, può pronunciarsi in ogni momento.


Il «presidenzialismo materiale»

Per motivi su cui non ci si può dilungare qui e che sono irrilevanti nel contesto attuale, le forze politiche, prima di destra (i gollisti) poi di sinistra hanno operato per far funzionare la repubblica come “materialmente presidenziale”. Intendiamoci bene, senza nessun artificio o forzatura autoritaria extra-istituzionale, ma usando in modo appropriato i meccanismi autorizzati dalla norma costituzionale. Mitterand, che aveva etichettato la V repubblica “le coup d’état permanent”, una volta eletto, ha pronunciato la famosa frase: “Les institutions n’étaient pas faites à mon intention. Mais elles sont bien faites pour moi”.

I candidati alle elezioni presidenziali erano sempre i leader di partiti o coalizioni che aspiravano al governo del paese, e si sono sempre presentati alle elezioni presidenziali con programmi e orientamenti sulla “politica della Nazione”. Gli elettori delle legislative venivano chiamati a confermare, con la maggioranza parlamentare assoluta del partito o della coalizione del presidente, il risultato delle presidenziali. In realtà è la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento della coalizione o partito presidenziale, ottenuta tramite elezioni legislative con scrutinio maggioritario a due turni, senza nessun nesso formale né materiale con le elezioni presidenziali, che dà al presidente il potere materiale di governare tramite un governo sostenuto da detta coalizione o partito. Il "parlamentarismo formale” può essere usato in modo assolutamente legale per produrre un “presidenzialismo materiale”.


La riforma costituzionale del quinquennio

La commistione tra il ruolo di “presidente” e il ruolo di “governante” ha permesso in passato di presentare il presidente eletto, anche e soprattutto in Francia, come un “monarca repubblicano” onnipotente, investito “dall’ incontro tra un uomo e un popolo” (recentemente si cerca di non dimenticare di aggiungere “o una donna”). Notare che quando questo tipo di frasi, proferite comunemente e senza battere ciglio da candidati e commentatori in Francia, sono pronunciate in altri paesi, fanno urlare, sempre in Francia, contro il populismo autoritario incombente in tali paesi (ancora una manifestazione dell’”arroganza” francese ?). Ma la monarchia repubblicana è una pura illusione ottica che non ha alcun fondamento formale e traduce semplicemente situazioni contingenti. Prova ne sono le passate coabitazioni destra/sinistra, la prima tra Mitterand (presidente socialista) e Chirac (primo ministro gollista) e, in seguito, tra Chirac (presidente) e Jospin (primo ministro socialista). In tutti e due i casi il presidente aveva forse “incontrato il popolo”, ma il potere esecutivo era esclusivamente e saldamente nelle mani del primo ministro e del governo, sostenuti da una maggioranza parlamentare avversa alla coalizione presidenziale.

Per evitare tali situazioni di coabitazione, che mettevano a disagio in modo equanime i “decisionismi” della destra e della sinistra, i due blocchi si sono messi d’accordo, durante la coabitazione Chirac/Jospin, su una riforma costituzionale che ha ridotto la durata del mandato del presidente da 7 a 5 anni, per farlo coincidere con la durata della legislatura. L’idea era che, contando sulla disciplina degli elettori, i quali non aspirerebbero ad altro che alla governabilità e all’efficienza dell’azione di governo, le elezioni legislative immediatamente susseguenti le elezioni presidenziali avrebbero dato sistematicamente la maggioranza assoluta dei deputati al partito o alla coalizione presidenziale, fornendo al presidente, secondo l’espressione in voga, “i mezzi per attuare il suo programma” (il parlamento e il governo ringraziano di essere trattati come “mezzi per attuare il suo programma”). Detto per inciso, aver avallato una tale riforma è stato a mio avviso il più grave errore politico di Jospin, anche più grave della sottovalutazione dei rischi del primo turno delle successive presidenziali che hanno portato al ballottaggio Chirac / Le Pen.


Le elezioni del 2017

Ma veniamo all'attualità. Con le ultime elezioni presidenziali e legislative siamo passati dal quinquennio Macron al quinquennio micron. L’onnipotenza (reale) di Macron nel suo primo quinquennio si appoggiava unicamente sul fatto che, nel 2017, sullo sfondo di un elevato tasso di astensione, il partito macronista (La République en Marche - LREM) aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei deputati. Questa situazione aveva reso fra l’altro superflui i voti in parlamento degli altri gruppi della coalizione presidenziale (essenzialmente i “centristi”), i quali non hanno svolto nessun ruolo e non hanno avuto nessun peso in tutto il quinquennio, sono sempre stati trattati senza nessun riguardo da Macron, hanno ingoiato rospi, ma si sono ben guardati dal minimo scarto per paura di perdere qualche strapuntino. Un ulteriore elemento importante che caratterizzava la situazione è che la massa dei deputati macronisti proveniva dalla “società civile”: giovani, spesso con diplomi considerati prestigiosi, consulenti, “professionisti”, comunicanti, marketing people, coach, ecc. Molti mestieri che il compianto David Graeber avrebbe classificato come “bullshit jobs”. Senza alcuna esperienza politica e senza radicamento politico nelle circoscrizioni elettorali, essi dovevano la loro elezione e la seguente eventuale e sospirata carriera politica totalmente ed esclusivamente al brand Macron (e, più concretamente, ai soldi raccattati e controllati dal candidato Macron per finanziare la campagna elettorale). Notare che, per un partito che, come LREM, è decisamente neoliberale, “né di destra né di sinistra” (variante di TINA - There Is No Alternative) e pone l’”impresa” al centro del sistema, il numero di imprenditori candidati ed eletti macronisti è rimasto assai risicato. In pochi sono entrati nelle liste (probabilmente in cambio di promesse di ricadute in termini di business), e quelli che sono stati eletti (come quelli che non lo sono stati) sono tornati ad occuparsi a tempo pieno delle loro imprese subito dopo le elezioni. Come rappresentanti del popolo, si sono contentati del minimo sindacale in parlamento (dove, fortunatamente per loro, c’era poco da fare salvo votare su chiamata i testi di Macron), e non hanno svolto nessuna attività nella loro circoscrizione elettorale (attività per cui, come dice il poeta, ci vuole un fisico bestiale, per girare come una trottola e per non innervosirsi e maltrattare gli elettori che vengono continuamente alla permanenza per lamentarsi, spesso di problemi del tipo “la lavatrice non funziona”). In realtà, nessuno di loro era seriamente intenzionato a diventare un politico di professione.


Il primo quinquennio Macron

In sintesi, dal 2017 e per un quinquennio la Francia è stata governata direttamente da Macron e i suoi consiglieri per mezzo di governi di pedissequi esecutori delle direttive presidenziali (il bello è che i ministri lo rivendicano come un complimento), che non è esagerato qualificare di governi “fantoccio”, e di un parlamento semplice ufficio di registrazione dei testi dettati dal presidente al governo: un esempio perfetto di “ultra-presidenzialismo materiale”. Notare che, mentre i presidenti precedenti, salvo nei famosi “domini riservati” della difesa e degli esteri, lasciavano un qualche margine di manovra ai ministri, la presidenza Macron del primo quinquennio si è rivelata la più intrusiva della storia della V repubblica, con un presidente che si occupava di tutto, e in più era ossessionato dai dettagli. In termini di “modern management” si sarebbe potuto dire, scuotendo la testa: “non sa delegare”. Un esempio per tutti: la gestione in prima persona, nei dettagli, non trasparente e fallimentare della crisi pandemica da parte del presidente come “comandante in capo”, assecondato dal “consiglio di difesa”, stato maggiore nella “guerra contro il virus”, che prende decisioni le quali hanno ovviamente motivazioni confidenziali, data la “riservatezza” (?) della materia. La retorica guerriera, sempre utile per riaffermare il potere incontrastato del presidente e la “riservatezza” del dominio, copriva misure sbagliate o inapplicabili e la pervicace mancanza di volontà e di competenza per mettere in piedi da subito, senza attendere miracoli dall’industria farmaceutica e senza confinamenti generalizzati inutili (a volte addirittura controproducenti), un piano di sanitizzazione dell’aria indoor (niente di complicato, perché basato su tecniche conosciute da tempo), accompagnato tatticamente dalla fornitura generalizzata di mascherine di qualità adeguata, necessario e sufficiente per eliminare un virus respiratorio che si propaga esclusivamente per aerosol nei luoghi chiusi (ma questa è un’altra storia).

A parte la gestione fallimentare della pandemia, occorre ricordare che, per quel che riguarda i “domini riservati” in senso stretto, il bilancio diplomatico e militare del primo quinquennio Macron è catastrofico, forse il peggiore di tutte le presidenze della V repubblica. Praticamente tutti i suoi progetti e le sue iniziative “internazionali” sono falliti miseramente e, in più, nell’ironia generale quando la postura da mosca cocchiera era troppo palese: in Europa, in Mali, nella Nato, con la Russia, nel Maghreb. Forse, come vedremo in seguito, l’unica eccezione è stata la politica “italiana” di Macron.

In conclusione, l’ “ultra-presidenzialismo materiale” è stato reso possibile soltanto dal fatto che i parlamentari del partito presidenziale hanno rinunciato di loro spontanea volontà a qualsiasi autonomia e iniziativa come rappresentanti del popolo, riducendosi a votare come un sol uomo le leggi e i decreti formulati dal presidente e i suoi consiglieri e presentati al parlamento dai successivi governi “fantoccio”. Nascondersi dietro il “monarca repubblicano” può essere facile ma è soprattutto inutile: con la loro attitudine, il parlamento ed i governi del primo quinquennio Macron si sono resi corresponsabili agli occhi di tutti di una gestione globalmente catastrofica.


Le elezioni presidenziali del 2022

E poi arrivano, nella primavera di quest’anno, le elezioni presidenziali e, subito dopo, in coerenza con la riforma costituzionale, le legislative.

Qualche precisazione sui dati delle elezioni francesi. In Francia tutti i cittadini hanno diritto al voto (salvo casi di decadenza statisticamente irrilevanti) ma, per votare, occorre un atto volontario di iscrizione nelle liste elettorali che permette di ottenere la carta di elettore. Circa il 6% dei francesi non hanno mai chiesto la carta e non sono iscritti. Gli elettori sono quindi gli iscritti (il 94% degli aventi diritto), che, sia si recano alle urne (i votanti), sia si astengono. Gli astenuti, i voti bianchi e i nulli non contano per determinare il risultato. Quelli che contano sono i suffragi “espressi” positivamente, cioè i voti a cui vengono sottratti i bianchi e i nulli. Le percentuali dei voti sono sempre date con al denominatore i suffragi espressi. Al primo turno delle presidenziali, si sono espressi il 72,07% degli iscritti. Macron ha ottenuto il 27,85%, Marine Le Pen il 23,15%, e Jean-Luc Mélenchon il 21,95% dei voti espressi.

Il senso comune della recente elezione presidenziale in Francia è stato che al primo turno i votanti hanno scelto (a parte i bianchi e i nulli) il candidato / programma preferito, salvo eccezioni di voto “strategico”, e cioè per un candidato con maggiori possibilità (stimate) di passare al secondo turno. Per esempio, potenziali elettori della candidata gollista Valerie Pecresse hanno votato per Macron, che, del resto, aveva letteralmente copiato il suo programma, già al primo turno. Notare che il 27,85% degli espressi per Macron al primo turno corrisponde al 20,07% degli iscritti ed a 18,86% degli aventi diritto. Quindi solo 18,86% dei cittadini francesi in età di votare hanno espresso la loro adesione positiva al candidato e al programma Macron.

Al secondo turno, gli elettori, a parte i riporti dei voti diretti del primo turno per i candidati in ballottaggio (Macron / Le Pen), si sono astenuti o hanno votato bianco o nullo, oppure hanno votato per il candidato in lizza meno detestato (o contro il più detestato). Al secondo turno i voti espressi sono stati il 65,76% degli iscritti. Macron ha ottenuto il 58,55% e Le Pen il 41,45% degli espressi. Il significato del secondo turno è paradossalmente coerente con lo spirito della costituzione della V repubblica: il presidente è chiamato a presiedere, non a governare. Nel ballottaggio i programmi vengono dimenticati anche se si registrano ipocrisie dell’ultimo minuto, che in realtà si rivelano poco efficaci: tra i due turni Macron, per recuperare voti, ha mandato segnali agli elettori della sinistra con promesse di adozione di elementi del programma di Mélenchon. Promesse immediatamente cancellate il giorno dopo l’elezione: tanto, come diceva Jacques Chirac (noto esperto in materia), le promesse impegnano solo chi le riceve. Gli elettori (pochi) hanno chiaramente espresso la preferenza per il candidato che tra i due poteva incarnare meno peggio la funzione presidenziale. Macron, nonostante sia stato uno dei presidenti meno popolari e sicuramente odiato da una parte della popolazione, soprattutto dopo la repressione estremamente brutale e violenta delle manifestazioni dei “gilets jaunes” e nonostante il suo evidente scarso rispetto (da “super manager”) per i ruoli istituzionali e la separazione dei poteri (chiamato pudicamente pragmatismo), è stato considerato più adeguato alla carica rispetto alla Le Pen.


Le elezioni legislative del 2022

Seguono le elezioni legislative, con scrutinio maggioritario a due turni (per passare al secondo turno occorre aver ottenuto un numero di voti superiore al 12,5% degli iscritti). Durante la campagna elettorale, il partito di Macron (ribattezzato “Renaissance”) riprende la vecchia solfa che “bisogna dare al presidente i mezzi per attuare il programma” dando la maggioranza assoluta dei seggi al suo partito o almeno alla coalizione di sostegno al presidente. Nell’ argomentazione dei macronisti e dei giornalisti dell’establishment si arriva addirittura a teorizzare l’inversione del funzionamento istituzionale: non sono le istituzioni che devono garantire la libera espressione e l’attuazione della volontà popolare - è il popolo che con un comportamento responsabile deve garantire il funzionamento delle istituzioni. Siccome Macron ha vinto l’elezione presidenziale, il popolo ha scelto il suo programma (falso - il popolo ha semplicemente scelto tra i due contendenti in ballottaggio quello che considerava il più adeguato o il meno inadeguato alla carica, e spesso, come si dice in italiano, turandosi il naso), e quindi deve comportarsi logicamente e dare a Macron la maggioranza parlamentare per permettergli di attuare il programma e garantire il buon funzionamento della V repubblica.

Mélenchon, che aveva ottenuto un successo smagliante alle presidenziali anche se non era passato al secondo turno, riuscendo il “tour de force” di mettere insieme in un tempo record (qualche settimana) i brandelli della sinistra (socialisti, comunisti, verdi e “Insumis”) in una coalizione (NUPES) di supporto alla sua candidatura e ottenendo un risultato onorevole, commette un grave errore politico nell’impostazione della campagna delle legislative. Scottato dal terzo posto al primo turno delle presidenziali e obnubilato dalla “sesta repubblica”, progetto totalmente irrealistico del suo vecchio programma di riforma della costituzione, imposta la battaglia delle legislative come una rivincita, una specie di terzo turno delle presidenziali - “Eleggetemi primo ministro !” - invece che sul recupero tattico del pieno ruolo del parlamento come perno della democrazia della V repubblica (avevamo il diritto di aspettarcelo da un cultore della storia della rivoluzione francese come lui). E, per peggiorare le cose, non si candida (fa presentare il suo vice) nella circoscrizione di Marsiglia in cui era stato eletto facilmente nel 2017 e in cui sarebbe stato rieletto a furor di popolo. Con questo atto mancato, personalizza su di sé e, paradossalmente, “presidenzializza” l’elezione legislativa, dando un segnale di indifferenza alla legittimità e al ruolo del parlamento che ha disorientato molti elettori. Credo addirittura che questo errore politico abbia contribuito non solo al livello altissimo di astensione, ma sia anche costato alla NUPES una cinquantina di seggi in parlamento. in ogni caso, come vedremo, ha praticamente escluso Mélenchon dal gioco politico.


Il nuovo «parlamentarismo materiale»

Il risultato delle elezioni legislative produce un terremoto istituzionale. Innanzi tutto la maggioranza degli iscritti (53,77%) si astiene e quasi l’8% dei voti sono bianchi e nulli, facendo di coloro che non “si esprimono” il primo partito di Francia, ottimo risultato per un paese che ha inventato la democrazia rappresentativa. La coalizione di sostegno a Macron (Ensemble) raggiunge una maggioranza relativa di 245 seggi su 577, da dividere tra i macronisti “puri” (Renaissance - 172 seggi), i centristi e un gruppo di gollisti (Horizon) capitanato dall’ex primo ministro Edouard Philippe, che ha grandi ambizioni politiche. Siamo lontani dal risultato del 2017 in cui i macronisti “puri” (allora LREM) avevano ottenuto da soli la maggioranza assoluta dei seggi. E siamo lontani anche dalle situazioni di coabitazione vissute nel passato: l’incertezza regna ormai sovrana, addio governabilità della V repubblica.

Notare che la composizione stessa della fortemente ridotta compagine dei deputati macronisti cambia radicalmente. Exit la “società civile” e i pochi imprenditori: la stragrande maggioranza degli eletti sono ormai dei politici di professione (alcuni scaturiti dalla transizione riuscita dalla “società civile” alla professione politica nella precedente legislatura - gli altri sono tornati nella famosa “società civile”, accompagnando il ritorno con le esternazioni di rigore del tipo “l’uva è acerba”). Alcuni ministri del governo messo in piedi da Macron dopo la sua rielezione, con una signora primo ministro (Elisabeth Borne, precedentemente alto funzionario) che si erano candidati alle legislative, saltano in coerenza con la consuetudine “repubblicana” che impone che un ministro battuto alle legislative si dimetta.

Tra di loro, il caso più eclatante è quello di Amélie de Montchalin, giovane donna (37 anni) di ottima famiglia, sposata con la persona giusta (notare la “particule” nel nome), con diplomi considerati prestigiosi (HEC), una carriera precedente di “economista” presso banche e assicurazioni (BNP Paribas, AXA), distinzioni internazionali ("Young Global Leader” del World Economic Forum nel 2021), segretaria di stato e ministra in governi del primo quinquennio macronista, a cui Macron affida un ministero considerato chiave (“Transition écologique et Cohésion des territoires”) per tentare di confondere le acque sulla sua totale inazione nel primo quinquennio sul terreno dell’ambiente e sull’assoluta mancanza di uno straccio di programma per il secondo. La Young Global Leader viene battuta seccamente da un candidato della sinistra (per di più un arcaico socialista) con meno diplomi e distinzioni internazionali ma “radicato” nella circoscrizione. In questo caso il principio di Peter, che stabilisce che si sale in carriera fino a raggiungere il proprio livello di incompetenza (la de Montchalin é considerata, all’unanimità dal pur variegato mondo degli ambientalisti, totalmente incompetente sulle tematiche ambientali), non viene rispettato: seguendo la consuetudine, la de Montchalin dà le dimissioni e sparisce dal panorama politico (con molta probabilità per sempre, ma niente paura, troverà certamente un lavoro più redditizio). Il caso è interessante perché la de Montchalin era considerata una delle punte di diamante della macronia, predestinata ad un grande avvenire nel dopo-Macron (primo ministro ? presidente ?), una specie di giovane Draghi, per di più al femminile (vantaggio importante, anche se inferiore a quello di essere un partner di Goldman Sachs).

Il risultato della sinistra NUPES è mediocre (131 seggi). Al contrario, il Rassemblement National (ex fronte nazionale di Marine Le Pen) ottiene un successo insperato (date le modalità dello scrutinio in cui i riporti di voti al secondo turno continuano in parte a svantaggiare l’estrema destra) con 89 seggi, segno evidente della fine del bipartitismo e, soprattutto, del “cordon sanitaire”. I gollisti storici (chiamiamoli così per comodità: i gollisti che non avevano assecondato l’irresistibile ascesa di Macron nel 2017) si assestano su 61 seggi, perdendone quasi la metà rispetto alla precedente legislatura, ma diventano l’ago della bilancia della nuova assemblea, potendo fornire alla coalizione presidenziale (che ha comunque copiato il loro programma) i voti che mancano per la maggioranza assoluta.

Per farla breve, il popolo “ha incontrato” di nuovo un uomo che già conosceva e ha immediatamente preso le distanze da lui. In altri termini: gli elettori hanno scelto il meno peggio per presiedere e gli hanno negato la capacità di governare. Una situazione totalmente inedita nella V repubblica.


Il paradosso della costituzione della V repubblica

In realtà, la maratona elettorale di quest’anno (quattro turni in due mesi) ha prodotto un risultato paradossale: mai in passato la costituzione formale della V repubblica è stata rispettata così scrupolosamente. Il popolo ha eletto un presidente che presiede e non governa (con risultati per ora non eccezionali, come vedremo, data la sua propensione naturale a impicciarsi della “politica della nazione” addirittura nei dettagli).

Il bipartitismo è scomparso e nel parlamento ci sono tre blocchi: (a) un blocco di sinistra, (b) un blocco di centro-destra che comprende la coalizione presidenziale e a cui, data l’estrema similitudine dei programmi, può essere associato il gruppo dei gollisti storici (anche se, per ora, “all’opposizione” del presente governo), e (c) un blocco di estrema destra. La coalizione presidenziale, parte del blocco di centrodestra non ha la maggioranza assoluta. Il meccanismo che si instaura è perfettamente parlamentare: il presidente, non essendoci un gruppo o una coalizione di maggioranza parlamentare assoluta a priori, nomina, come deve, un primo ministro e un governo scaturiti dalla coalizione di maggioranza relativa, che risulta essere quella che lo ha sostenuto alle presidenziali. Il governo esercita l’ordinaria amministrazione (attua le leggi vigenti) e propone al parlamento nuovi provvedimenti su cui tratta con i vari gruppi parlamentari per ottenere puntualmente la maggioranza. “La politica della nazione” si decide quindi realmente in parlamento, anche se l’uso del famoso articolo 49.3 (vediamo se sarà usato) rafforzerebbe in linea di principio i poteri dell’esecutivo (ma non, in senso stretto, quelli del presidente). Uno sviluppo, straordinario per la Francia, verso il “parlamentarismo materiale”, in coerenza con il parlamentarismo formale della V repubblica.


I primi passi del nuovo parlamentarismo materiale

Lo spettacolo dei media mainstream subito dopo il terremoto mette in scena l’idea iniziale della “Lettera rubata” di Poe: non c’è verità più nascosta di quella che è sotto gli occhi di tutti e che nessuno vuol vedere. Per i commentatori dell’establishment, Macron ha vinto le elezioni presidenziali e quindi il suo programma dovrà essere attuato. Tutti gli ostacoli che si frappongono alla sua attuazione, anche legali, sono illegittimi. Le interviste di Macron subito dopo le elezioni legislative sono francamente ridicole: i giornalisti “domandano il programma” e Macron risponde con serietà e applicazione “faremo questo e faremo quello” anche se tutti sanno che non ha più “i mezzi” (e cioè un parlamento e un governo al guinzaglio) per attuare un qualsiasi programma, e che il concetto stesso di programma presidenziale è ormai obsoleto. Le interviste dei ministri in carica sono altrettanto ridicole: i giornalisti continuano a chiedere su ogni tema specifico l’orientamento del governo, invece di chiedere più giudiziosamente quali sono le misure su cui il governo può sperare di ottenere maggioranze puntuali in parlamento, e chi sono i componenti di tali maggioranze.

I primi passi del nuovo parlamento sono interessanti. Il governo presenta un provvedimento sulla gestione Covid e va subito in minoranza esattamente sull’articolo che gli conferisce il potere di decretare (per esempio, la chiusura delle frontiere) : tutto deve essere discusso e votato in Parlamento, il governo non ha nessuna autonomia d’azione. Le misure sugli aiuti per le crisi Covid / “guerra in Europa” passano anche se con molti emendamenti. Ovviamente nessuno può opporsi veramente alla distribuzione di denari, anche se le modalità non sono sempre quelle preferite.

La sinistra (NUPES) conduce un’opposizione dura e puntigliosa. I gollisti storici sono pronti ad appoggiare le misure “di destra” del governo (quasi tutte quelle importanti, del resto). Il Rassemblement National, in cerca di legittimità istituzionale (tutto il mondo è paese), si astiene (insieme con i gollisti) sulla mozione di sfiducia presentata dalla sinistra immediatamente dopo la dichiarazione di politica generale della prima ministra (mozione che quindi non passa), e continua ad astenersi su varie misure propagandando il suo “senso di responsabilità”. Un episodio significativo: il gruppo di gollisti integrato nella maggioranza presidenziale e capitanato da Edouard Philippe, vota con le opposizioni (tra cui i cugini gollisti “storici”) contro il governo e fa bocciare una misura del provvedimento sugli aiuti. La misura è certo minore, ma il segnale è chiaro: nella nuova configurazione parlamentare anche gli alleati della coalizione presidenziale non si sentono vincolati dalle scelte del governo. I commentatori trasecolano: dov’è finita la lealtà verso il presidente e la coalizione presidenziale ? In realtà, possiamo scommettere che i nemici più infidi del partito del presidente saranno i suoi alleati della coalizione, vittime di bullismo presidenziale nel passato quinquennio e in cerca di autonomia e, perché no, di vendetta, senza contare le quinte colonne e le forze centrifughe dentro il partito macronista, che cominciano a posizionarsi per il dopo Macron.


Il presidente è finito ?

Le misure approvate prima dell’estate sono “facili”, di ordinaria amministrazione nella gestione della crisi (o meglio, delle crisi). Sui temi difficili, come la riforma delle pensioni o del trattamento della disoccupazione, ne vedremo sicuramente delle belle. Ma alcune caratteristiche del quinquennio micron si delineano con sufficiente chiarezza.

Il dato di fatto più importante è che Macron è politicamente finito, come presidente e come personaggio politico, almeno tre volte.

Per prima cosa, come ogni presidente al secondo mandato, non ha alcun futuro politico oltre il quinquennio. La costituzione gli vieta di ripresentarsi per un terzo mandato e, per ora, la Francia non sembra pronta ad accettare trucchi alla Putin. Alla fine del quinquennio sembra improbabile la riconversione in politico di professione: parlamentare, sindaco, presidente di regione, consigliere dipartimentale, consigliere comunale o quant’altro. Macron aveva chiosato all’inizio del primo mandato sulla sua postura “Jupiterienne”: Giove non può scendere dal trono dell’Olimpo per diventare un dio minore o un semi-dio. Probabilmente rientrerà nella “società civile” come banchiere d’affari, e magari darà conferenze nei paesi del golfo (il dubbio lancinante è se saranno pagate meglio di quelle di Sarkozy).

In secondo luogo, sempre come un qualsiasi presidente al secondo mandato, Macron ha scarse capacità di influenzare il futuro delle forze politiche e, soprattutto, di quelle del suo campo, che devono prepararsi al dopo Macron. La politica come professione è autopoietica: il primo obiettivo del politico, è sopravvivere, “ricostruirsi” continuamente in quanto tale e, se possibile, avanzare nella carriera. Il politico macronista, pragmatico, né di sinistra né di destra, è la quintessenza del politico di professione neoliberale. Per sopravvivere deve conquistarsi da un lato gli appoggi e i finanziamenti di gruppi di interesse e di pressione, e, dall’altro, la popolarità presso gli elettori ed il radicamento territoriale. Un delicato equilibrio da preservare in una situazione molto incerta e dinamica. Nel primo quinquennio, Macron aveva risolto il problema degli appoggi e dei finanziamenti per i suoi eletti. Lo ha fatto anche per il secondo quinquennio, occorre dire con un risultato finale meno eclatante. Ovviamente, non poteva risolvere il problema della popolarità e del radicamento che i suoi eletti dovevano conquistarsi nel primo quinquennio. Visti i risultati delle recenti legislative, non si può dire che costoro abbiano saputo correttamente gestire l’una e l’altro. Non potrà più farlo tra cinque anni, perché, essendo fuori gioco, i suoi sponsor, o meglio i suoi finanziatori e, possiamo dirlo, inventori (alcuni plutocrati francesi: Niel, Bergé, Pigasse …) sono già partiti in cerca di nuovi talenti (nothing personal, it’s just business). La macronia è un partito raccogliticcio: con il puro pragmatismo e il “né di destra né di sinistra” è difficile costruire una forza politica coesa e durevole. Renaissance senza Macron non ha molte speranze di sopravvivere. Ma il male è ancora più profondo. In Francia, i partiti politici erano macchine elettorali al servizio del loro leader per fargli vincere le presidenziali e, sull’onda della vittoria, per conquistare la maggioranza assoluta in parlamento. Il meccanismo ha parzialmente funzionato (salvo le coabitazioni) nel regime di bipartitismo (destra / sinistra) imperfetto, sottoposto alla costante crescita dell’estrema destra (Fronte Nazionale) come terzo polo, che veniva comunque mantenuto fuori del gioco politico dal "cordon sanitaire”. In un panorama politico in cui ci sono tre blocchi, anche il funzionamento interno dei partiti e delle coalizioni è costretto a cambiare radicalmente, come gli obiettivi che tali partiti perseguono: ci si può domandare legittimamente se ha ancora senso farsi guidare dall’obiettivo del “presidenzialismo materiale”, e cioè selezionare un leader per puntare sulla vittoria alle presidenziali seguita dalla vittoria (maggioranza assoluta) alle legislative.

I due punti precedenti riguardano un qualsiasi presidente al secondo mandato. Il terzo punto da considerare riguarda direttamente Macron e la situazione inedita che si è creata dopo le legislative del 2022, molto diversa dalla coabitazione. Il presidente, non avendo un governo ed una maggioranza parlamentare al guinzaglio, può avere un’influenza molto limitata sui provvedimenti e le decisioni. Il governo, che scaturisce da una maggioranza relativa in parlamento, è costretto a contrattare puntualmente ogni provvedimento con le opposizioni. Macron fa finta di darsi un ruolo incontrando la presidentessa (macronista) dell’ Assemblée Nationale con cui si congratula per l’ “eccellente lavoro del parlamento”; poi la prima ministra, con cui si congratula per l’ “eccellente lavoro del governo”. In realtà, secondo i puristi della V repubblica (la “tradizione repubblicana”), per i quali gli ampi poteri del presidente devono coniugarsi con lo scrupoloso rispetto dei ruoli istituzionali, non avrebbe potuto “incontrare” né l’una né l’altra !

I rapporti formali tra il presidente e il parlamento sono estremamente codificati: il presidente può inviare dei messaggi scritti al parlamento che sono letti dal presidente (dalla presidentessa in questo caso) dell’assemblea e non danno luogo a voto, e può rivolgere direttamente la parola al “congresso”, cioè la seduta comune dell’ Assemblée Nationale e del senato, che viene convocata seguendo un protocollo molto preciso e deve tenersi fisicamente fuori delle rispettive sedi (generalmente a Versailles). Il presidente pronuncia un discorso al “congresso” e se ne va; segue un dibattito senza voto. Non ci sono altre “occasioni” di incontro con il parlamento, e, in particolare, il “monarca repubblicano” non può recarsi di persona nelle sedi dell’ Assemblée Nationale e del senato !

I rapporti tra il presidente e il governo sono altrettanto codificati: il presidente ha il compito istituzionale di presiedere la riunione del consiglio dei ministri (comprese ovviamente le riunioni dei consigli ristretti) ed è quindi perfettamente informato delle decisioni del governo. Come presidente della riunione ha un ruolo di garanzia e non potrebbe, in teoria, entrare nei contenuti del dibattito e delle decisioni, salvo sulle questioni riguardanti i famosi “domini condivisi”. La presidenza della riunione del consiglio dei ministri (plenario e ristretto) è l’unica occasione istituzionale di incontro tra il presidente e l’esecutivo.

Il teatrino degli incontri serve a dare l’illusione della continuità della “monarchia repubblicana” ed a rassicurare i nostalgici del “presidenzialismo materiale”, ma, in realtà, i provvedimenti e le misure del governo saranno il frutto del gioco parlamentare delle alleanze e delle astensioni, nelle commissioni parlamentari e in assemblea. I consiglieri di Macron sono “meccanicamente” fuori gioco. Non avranno nessuna presa, né formale né materiale, sul lavoro parlamentare, non solo in termini di azione, ma addirittura in termini di informazione (sapranno quello che deputati benevoli racconteranno loro “offline” e probabilmente a cose fatte). Notare che, paradossalmente, Melenchon, come primo ministro “non eletto”, si è cacciato - da solo - in una situazione speculare a quella di Macron: dato che tutto si gioca in parlamento, il fatto di essersene volontariamente escluso indebolisce la sua posizione di leader nel suo partito e nella coalizione di sinistra, per altro conquistata con abilità e perseveranza.

Macron può essere tentato dallo scioglimento delle camere (formalmente non prima di un anno dalle precedenti elezioni) e la convocazione di nuove elezioni legislative. Ne ha il potere formale. L’obiettivo sarebbe quello di ottenere di nuovo la maggioranza assoluta dei deputati macronisti. Tale obiettivo è improbabile ed in più, se Macron viene superato dagli eventi, e cioè dalla formazione “parlamentare” di una nuova coalizione di centrodestra che integra i gollisti storici nella maggioranza relativa oggi al governo (facendola diventare maggioranza assoluta - soluzione che ha anche il vantaggio di permettere a quelli che hanno il posto di tenerselo stretto), le ragioni sostanziali per lo scioglimento, e cioè la situazione di ingovernabilità, vengono a cadere.

La sola via percorribile da Macron per tentare di influire sul corso della “politica della Nazione” sembra essere quella di far leva sull’estensione dei “domini riservati”, e di cavalcare l’onda montante dappertutto in occidente, dalla gestione della pandemia a quella della “guerra in Europa” e delle sue ricadute, della militarizzazione della democrazia e di ogni aspetto della vita pubblica, a cui la costituzione della V repubblica offre lo strumento dei “consigli di difesa”. Militarizzazione senza limiti a priori: tutto (la salute, l’ambiente, l’energia, l’economia) può diventare materia di “sicurezza nazionale”, e quindi deve essere affrontato come un problema di “difesa nazionale”, con l’autorità e la confidenzialità necessarie, e tanti saluti alla glasnost ed alla perestroika. Ma il processo di militarizzazione non ha bisogno del presidenzialismo materiale (e nemmeno di quello formale) per avanzare. Macron, con un governo obbediente (finché dura) può ancora influire su decisioni relativamente importanti. Ma con un governo indipendente (anche se non a priori avverso), come quello che vede la prevalenza dei gollisti, il presidenzialismo materiale si trasforma, se si continua sulla strada della militarizzazione, in esecutivo autoritario, con la presa del potere da parte del primo ministro. Per fare un esempio: attualmente il presidente può prendere “da solo” la decisione di un intervento militare esterno, salvo se il primo ministro si oppone. E nel caso contrario ? Può il presidente opporsi ad un governo che decide, nel quadro di un consiglio di difesa, un intervento militare esterno ? In ogni caso, per ora, la mancanza di glasnost dei consigli di difesa può servire a fare affari, all’insider trading e, paradossalmente, a nascondere l’inazione, ma nello stato attuale delle cose in Francia il parlamento non può essere escluso dalle decisioni importanti ed l’esecutivo non può governare “confidenzialmente”. La Francia è fino a nuovo ordine uno stato di diritto, e qualsiasi provvedimento, quale che sia la sua posizione nella gerarchia delle norme, deve essere preso dall’autorità costituzionalmente competente e deve essere pubblicato. La tenuta recente di un consiglio di difesa sulla crisi energetica è stata accolta con emozione e ostilità da tutte le forze non governative (e con qualche dubbio anche dalle governative), dalla sinistra all’estrema destra, passando per i gollisti storici. Probabilmente, per affermare una “governance” di tipo militare sulla deliberazione democratica occorre, come durante il Covid, amplificare la paura e portarla al livello immediatamente inferiore al panico. Non siamo ancora a questo stadio, ma, dopo le esperienze della pandemia e della “guerra in Europa” non possiamo nemmeno escludere che ci arriveremo.

In contrasto, la via dello stato d’eccezione (quella che fa sicuramente sognare i neofascistoidi di tutti i paesi) sembra difficilmente percorribile. Per arrivare allo stato di eccezione non bastano gli articoli della costituzione, deve esistere un “movimento” di Schmittiana memoria, con forte presa nella società civile. Tale “movimento” non esiste in Francia e in nessuna altra società occidentale (per capirci, non stiamo parlando dei quattro sbandati dell’assalto al Capitol).


Un presidente di garanzia ?

In conclusione, si può dire senza esagerazione che Macron ha mancato l’obiettivo che gli era stato assegnato dai suoi sponsor (e che aveva accettato con entusiasmo), e cioè di accelerare e completare la trasformazione neoliberale dell’economia e delle istituzioni francesi. Si tratta di una considerazione obiettiva, senza nessun giudizio di valore sul personaggio: probabilmente, viste le circostanze, era “missione impossibile”. Alcuni processi sono andati avanti “nella buona direzione”, come per esempio lo smantellamento della sanità pubblica e la privatizzazione del sistema ospedaliero (con l’aiuto insperato del Covid). Ma, come dire, il cambiamento dei rapporti di forza elettorali ha sorpreso Macron in mezzo al guado: se il compito sarà completato, non sarà lui a portarlo a termine.

Macron, escluso dal potere “materiale”, può sempre decidere di effettuare una rivoluzione copernicana, e cioè di adottare il ruolo di garante delle istituzioni e limitarsi a presiedere, senza immischiarsi nelle questioni della “politica della nazione”. Se svolge correttamente il suo ruolo “di garanzia”, può eventualmente lasciare una traccia non interamente negativa del suo decennale passaggio nella politica e nelle istituzioni francesi. Ma dubito che ne abbia la volontà e, per dirla tutta, la cultura, la disciplina e le capacità necessarie. Staremo a vedere, ma occorre dire che, da questo punto di vista, il nuovo quinquennio non è iniziato sotto i migliori auspici.

Un esempio per tutti: il 30 giugno Macron ha convocato una conferenza stampa per commentare “in leggera differita” la sentenza con cui la corte d’appello di Parigi ha respinto l’estradizione delle “ombre rosse”, gli italiani reduci dalla “guerra civile di bassa intensità” italiana degli anni 70/80 e rifugiati da quarant'anni in Francia. Nel corso della conferenza stampa Macron ha commesso errori grossolani nell’enunciazione dei fatti, come per esempio: “l’Italia ha il diritto di giudicarli”, allorché sono già stati giudicati quarant'anni fa e la questione è tutt’altra (da chiedersi se la presidenza ha ancora i “mezzi” per documentarsi correttamente sui fatti, oppure se si tratta di errori volontari). Ha affermato che avrebbero (chi, lui e il “suo” guardasigilli Dupond-Moretti ?), fatto il possibile (ricorso in cassazione, altri canali, … ma quali ?) per estradarli. Le anomalie della postura e dell’azione del presidente registrate in tale occasione sono almeno due, e molto gravi (altro che presidente “di garanzia” !): (1) intervento pesante contro l’autonomia del potere giudiziario - un presidente non commenta le sentenze; (2) intrusione nell’autonomia del potere esecutivo, dando istruzioni in diretta (“faremo…”) al guardasigilli e alla procura generale (che, in Francia, dipende dall’esecutivo, ma non dal presidente). In seguito, la procura generale, su istruzione del guardasigilli (macronista della prima ora e pedissequo esecutore delle direttive presidenziali), ha fatto ricorso in cassazione.

L’iniziativa quasi isterica di Macron è stata stupefacente: convocare una conferenza stampa per commentare a caldo una sentenza della magistratura, per di più sentenza su una questione complessa dal punto di vista tecnico-giuridico e unanimemente considerata esemplare nel mondo giudiziario, appare quasi incomprensibile. Notare che i giornali dell'establishment (Le Figaro, La Croix) hanno riferito della conferenza stampa in modo molto secco, senza nessun commento, e virgolettando le parole del presidente. Questo atteggiamento esprime, in francese, visto che non si contraddice mai esplicitamente il “monarca repubblicano”, una presa di distanza ed una chiara manifestazione di volontà di non interferire con l’attività della magistratura.


La politica «italiana» di Macron

Una spiegazione razionale, che non è una giustificazione, del comportamento del presidente c’è: l’estradizione delle "ombre rosse” sembra essere una contropartita simbolica, importante per una parte rilevante del ceto politico italiano, all’integrazione dell’Italia nella sfera di influenza della Francia, progetto/processo iniziato prima di Macron, ma che Macron ha perseguito con molta energia.

Negli ultimi 15 anni, le società francesi hanno rilevato circa 350 aziende italiane per un valore complessivo di quasi 50 miliardi di euro. Tra queste figurano nomi noti della moda, dell'alimentazione e della finanza come Bulgari, Fendi, Gucci, BNL, Galbani, Invernizzi, Locatelli, Parmalat, Nuova Castelli e molti altri. Ma quando Fincantieri ha cercato di prendere il controllo dei Chantiers de l’Atlantique per creare il “campione mondiale della cantieristica navale”, il governo dell’ appena eletto neoliberale Macron ha temporaneamente nazionalizzato (!) l’azionista maggioritario per “défendre les intérêts stratégiques de la France” e ha impedito l’acquisizione, operazione che era stata avviata con il consenso della precedente amministrazione Hollande. Qualche anno dopo, nel 2021, si registra l’apoteosi dell’allargamento della sfera d’influenza, con la creazione di Stellantis, fusione del Groupe PSA (Peugeot société anonyme) con Fiat Chrysler, che di fatto pone la casa automobilistica italiana sotto la gestione francese (e niente lacrime di coccodrillo su eventuali soppressioni di posti di lavoro e chiusure di fabbriche in Italia !).

Nell’industria militare, il progetto di acquisto di OTO Melara e Wass, società del “campione nazionale” Gruppo Leonardo, da parte del consorzio franco-tedesco KNDS è stato fermato alla fine del 2021 dall’opposizione di parlamentari 5 stelle. In seguito, con la guerra in Ucraina e l’aumento al 2% dei budget della difesa della maggioranza dei paesi in Europa, il complesso militare-industriale europeo è entrato in una fase di rapida espansione e di profonda ristrutturazione sotto il pugno di ferro nel guanto di velluto della NATO (che il furbo Macron aveva decretato in “stato di morte cerebrale” nel 2019, prendendosi due anni dopo la sberla dell’annullamento del deal da 90 miliardi di dollari sui sottomarini australiani). La quale NATO, dopo l’adesione di Svezia e Finlandia (gesto fortemente consigliato per evitare alle imprese svedesi e finlandesi del settore, pur tecnicamente avanzate, di dimensione rispettabile, e con presenza internazionale, di perdere sistematicamente tutte le gare del famoso 2%), coordina ormai totalmente il mercato occidentale della difesa (la “mano invisibile” ?). Sarà interessante osservare le vecchie/nuove fusioni/acquisizioni in tale contesto. Diciamo che, per quel che riguarda il complesso militare industriale, la sfera d'influenza francese dovrà adattarsi.

In ogni caso, commentatori considerati autorevoli (come Roberto Napoletano) già malignavano nel 2017 che, negli ambienti internazionali, il ragionamento politico prevalente dava per scontato che i francesi volessero conquistare il nord Italia e magari lasciare che il sud diventasse una grande tendopoli per gli immigrati di tutto il mondo. E il famigerato COPASIR, guardiano immarcescibile della sicurezza della repubblica italiana, “... registra una crescente e pianificata presenza di operatori economici e finanziari di origine francese nel nostro tessuto economico, bancario, assicurativo e finanziario, nonché forti interrelazioni tra soggetti industriali ed economico-finanziari italiani e gli anzidetti operatori, e non può non far rilevare una possibile preoccupazione in merito alla circostanza che tale aspetto, in via ipotetica, possa anche determinare strategie, azioni e atteggiamenti non sempre in linea con le esigenze economiche nazionali”.

In particolare, Macron ha impostato e sviluppato il versante istituzionale del processo di allargamento della sfera di influenza, con il progetto di trattato franco-italiano di cooperazione bilaterale, iniziato nel 2017 con il buon uomo Gentiloni (allora presidente del consiglio), e finalizzato con il Trattato del Quirinale del 26/11/21, redatto nella discrezione più completa direttamente dai consiglieri di Macron e Draghi (comunque e sempre, con tanti saluti alla glasnost ed alla perestroika).

Notare che l’amministrazione francese aveva preparato la faccenda con cura, da prima di Macron, con varie offensive di “soft power”, per esempio offrendo nel 2015 a quel sapientone di Letta addirittura il posto di rettore della prestigiosa “Ecole des affaires internationales” di Sciences Po (a mia conoscenza, mai caduta così in basso), e, ciliegina sulla torta, la Légion d’Honneur nel 2016. La stessa onorificenza che quell’aquila di Hollande aveva conferito due settimane prima a Mohamed ben Nayef, principe ereditario saudita, con evidente errore di persona (non era il buon “Mohamed ben” su cui puntare), e che Thomas Piketty aveva rifiutato per non ritrovarsi in compagnia di simili figuri.

Il trattato è stato approvato in via definitiva il 5 luglio dal senato italiano, con il voto favorevole di tutti i gruppi, compresi i 5 stelle, che si erano precedentemente emozionati sul progetto franco-tedesco di acquisto di OTO Melara e Wass, e il voto contrario dei neofascistoidi. Questi ultimi sono specializzati nel prendere posizioni “patriottiche” quando non costano niente (tanto il trattato è stato approvato a larga maggioranza) ma possono rendere elettoralmente. Ovviamente, quando il gioco si fa duro, come con l’attacco alla Libia di Gheddafi, la Meloni, allora ministra di Berlusconi, zitta e mosca.

La seduta fa il pieno di esternazioni di “excusatio non petita” sul fatto che il trattato non implica nessuna perdita di sovranità e nessuna subalternità dell’Italia (titolo del Giornale.it: "L'Italia non sarà subalterna" - ma figuriamoci !). Da allora la Meloni è stata probabilmente redarguita da chi di dovere e, presentandosi ormai come una dolce conservatrice discepola del filosofo-esteta Roger Scruton (ah, il fascino della campagna inglese dei tempi andati !), freneticamente paga pegni e fornisce impegni a comando e a profusione sull’Europa, la Nato, la Russia, la Cina, e chi più ne ha più ne metta. Quanto al famoso simbolo con la fiamma del MSI, siamo seri, gli addetti ai lavori sanno perfettamente che non si cambia un simbolo elettorale un mese prima di una elezione: l’Italia è un paese di vecchi - mica vogliamo turbare i nostalgici della quarta età con problemi di cognizione e di visione, e perdere accidentalmente il loro voto !

Nella stessa seduta del senato, il pieno di rimostranze sulla contropartita tanto attesa che non è arrivata, e cioè sulla recentissima sentenza della corte d’appello di Parigi sulle “ombre rosse”. Domanda quasi unanime: ma allora, e la cooperazione "negli affari interni e la giustizia” del Trattato ? Due ordini del giorno presentati dai neofascistoidi e dalla lega sono accolti dalla maggioranza. Un oratore del PD - un tal Alessandro Alfieri - ricorda che comunque Macron non ha avuto problemi a “manifestare pubblicamente un’idea diversa” da quella dei giudici della Corte d’Appello parigina (e tanti complimenti dall’Italia per il rispetto della separazione dei poteri !). Brilla la prestazione di Stefania Craxi per Forza Italia - "Pretendiamo che chi si è macchiato di delitti nel nostro Paese debba scontare in Italia la sua pena" - con un commovente riferimento familiare.

In sintesi, una seduta di excusatio non petita e di lamentela. Nessuna discussione seria su nessuno dei due temi, che forse lo meriterebbero: da chiedersi se al senato non sia rimasta che la funzione autoriflessiva di tribuna elettorale.

La contropartita simbolica dell’estradizione delle "ombre rosse”, e cioè della fine della cosiddetta “dottrina Mitterrand", in realtà adottata da tutti i presidenti e governi della V repubblica francese da quarant'anni, era attesa per ragioni puramente elettoralistiche (vada per la subalternità, ma mica vogliamo pure perdere il posto !), sia dagli eredi della prima repubblica (ex-democristiani, ex-piccisti, neofascistoidi), che continuano a infestare il ceto politico italiano, sia dai leghisti, che hanno costruito un vero e proprio business sul dorso delle “famiglie delle vittime”, a cui peraltro nessuna repubblica (prima, seconda …) non ha mai concesso nessun risarcimento. Questa situazione spiega la reazione immediata e febbrile di Macron, che non sopporta la perdita di controllo sulle operazioni che intraprende.


Il futuro prossimo

Ci si può chiedere legittimamente quale sarà la reazione del presidente di fronte a futuri inevitabili eventi di altra dimensione che scaturiranno dallo sviluppo delle crisi ambientale, geo-politica, energetica, pandemica e, infine, economico-sociale. Siamo in una situazione paradossale in cui Macron, se continua a dare in escandescenze, soprattutto quando è confrontato con gli atti mancati del primo quinquennio, può diventare un vero e proprio elemento di disturbo e di intralcio per il gioco parlamentare e l’azione di governo, e per i progetti di coloro (e ce ne sono) che aspirano a “prendere il potere” il più rapidamente possibile, senza aspettare le prossime presidenziali - come diceva uno che se ne intendeva, nel lungo periodo siamo tutti morti.

Il gioco politico-istituzionale sembra evolvere nel giro di uno/due anni verso un governo di “centrodestra” decisamente a destra (Mitterand era solito dire: “Dov’è il centro ? In fondo a destra !”), sostenuto da una maggioranza che comprende la coalizione presidenziale e i gollisti storici e fruisce dell’appoggio o dell’astensione puntuale dell’estrema destra. E’ evidente che Edouard Philippe, denunciato come traditore dai gollisti storici nel quinquennio precedente per aver accettato il ruolo di primo ministro di Macron, sta facendo pace con loro e probabilmente svolgerà un ruolo di primo piano (come gli altri gollisti della macronia, il ministro delle finanze Le Maire ed il ministro degli interni Darmanin), spostando il perno della coalizione di nuovo sui gollisti, aiutato anche dall'inconsistenza degli eletti macronisti. Un tale governo può barcamenarsi se la crisi non si approfondisce troppo e se riduce la sua azione all’ordinaria amministrazione, e cioè agli inevitabili aiuti anti-crisi (con modalità di destra - aiuti alle imprese, ai commercianti, ecc., che prima o poi dovrebbero “defluire verso il basso”) e a qualche ulteriore misura vessatoria nei confronti dei capri espiatori tradizionali, e cioè i migranti e i mussulmani, tanto per ribadire in tempi duri la decomposizione di classe (per nazionalità, etnia e religione) ed il privilegio statutario dei proletari di ascendenza giudeo-cristiana (le “radici” dell’Europa ?). Si può scommettere che i gollisti non solo coinvolgeranno sempre meno Macron nelle decisioni, ma probabilmente, in più, lo faranno sapere. Si sa, per emergere bisogna distinguersi: quale mezzo migliore del “parricidio”, in più reso facile dal fatto che il padre in questione non ha futuro in ogni caso ? Se invece la crisi economica si approfondisce e si imputridisce, oppure, o in più, se il governo, quale che sia, tenta di mettere in opera “riforme”, e cioè misure di attacco diretto alla condizione proletaria, è sensato prevedere un forte inasprimento del conflitto sociale, i cui contraccolpi a livello istituzionale sono per ora imprevedibili - come diceva l’altro, è molto difficile prevedere, specialmente il futuro.


Epilogo

Questo testo è una reazione un pò epidermica alle sciocchezze che mi è capitato di sentire sul presidenzialismo, ma il dibattito sul tema sembra secondario quando ci si confronta con la gigantesca transizione in corso verso un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica che genera una ennesima rivoluzione industriale. Il nuovo ciclo lascia intravedere la sostituzione dell'industria digitale con le industrie della vita (ingegneria del vivente) e della morte (le “nuove tecnologie” del complesso militare-industriale) nel ruolo centrale e motore dell’accumulazione. L’industria digitale perde il ruolo che aveva svolto nel ciclo precedente, ma si diffonde ovunque in substrato, in termini di hardware e soprattutto di software, come infrastruttura fondamentale del nuovo assetto industriale. Il rapporto di capitale invade ogni aspetto - biologico e sociale - dell’esistenza e della sua produzione e riproduzione (salute, ambiente …). La crisi pandemica e la crisi della “guerra in Europa” si accavallano e funzionano come levatrici del passaggio. Senza pregiudicare l'efficacia della sua azione, uno stato che promuove la militarizzazione di ogni aspetto dell’esistenza e della deliberazione sembra lo strumento adeguato - indipendentemente dalla predominanza istituzionale del presidente o del governo/parlamento - per facilitare e assecondare l’emergenza del nuovo ciclo capitalistico.


Foto: Roberto Gelini