La poesia è una pratica di inattualità


Julien Blaine, Senza titolo, 1975


La poesia e il bucato

Scrivo intorno alla poesia mentre sul tavolo, oltre al computer, vi è una bacinella colma di camicie che fanno il prelavaggio prima di finire in lavatrice. È allegorico di qualcosa? Non so. So soltanto che è la verità di questo attimo attraversato nello stesso momento dalla necessità precisa di fare il bucato e dalla necessità un po’confusa di mettere su carta digitale qualcosa di tutto l’immateriale che gira nella mia testa intorno a questa pratica di parole e di relazioni, a quella che una volta si definiva “attività letteraria”.

Il niente e il suo contrario

Quello che si diletta di poesia non l’ho mai capito. Sin dall’inizio la poesia si è presentata non come hobby ma come una scelta di vita. Sin dall’inizio l’atteggiamento amatoriale mi è stato estraneo: una scelta di vita ha un che di assoluto anche se questo assoluto è una casella vuota. Perché scegliere la poesia non è scegliere qualcosa ma niente. Niente di determinato e riconoscibile, niente di programmabile e di facilmente comunicabile, niente che abbia un ruolo sociale, reale reputazione, niente di affidabile e concreto. Scegliere nella vita e, come vita, la poesia è scegliere una modalità del niente che apre la strada a qualcosa che prima non c’era. E neanche propriamente dopo. Quando si dice che una poesia può e deve essere letta molte volte data la sua inesauribilità si dice in fondo proprio questo: la strada che può aprire una poesia non è propriamente una strada anche se dal momento che l’hai scritta la stai già percorrendo. E allora perché la si rilegge? Perché forse si vuol toccare quel niente che è qualcosa nella speranza di dare un volto a quel qualcosa.

La poesia è rottura di complicità

Se l’approccio alla poesia non può essere amatoriale non può neanche essere professionale, perché non esiste la professione di poeta. Non si può essere dilettanti ma neanche professionisti. Il dilettante è chi si diletta e che proprio per questo non mette in gioco nulla d’importante di sé. Ma cosa vuol dire mettere in gioco? Forse il gioco è proprio questo non diventare professionista e questo vivere non il diletto ma il piacere semmai. Ho messo in gioco la mia non appartenenza al mondo delle professioni, ho messo in gioco la mia esplorazione del piacere di vivere, al di là delle necessità e delle sciagure, dei lutti e dell’assurdo. Per decenni ho trascorso la vita giocandomi questa mia non appartenenza nonostante avessi una professione che mi desse da vivere e mi dilettassi in vari modi all’occorrenza.

La poesia è rottura di complicità quando la si sceglie come posta in gioco, è uno spazio non conforme, uno spazio che è ancora privo di forma, pur lavorando la forma come enigma, come qualcosa che non c’è ancora, o che significa nuovamente in altro modo.

Sì, ma questa rottura di complicità è tutta nella tua testa, però. La mattina ti alzi e vai a lavorare, rispetti il codice della strada, ti senti dire banalità, ti guardi allo specchio e ti vedi molto simile a quelli che vedi per strada. Eppure come lo Straniero di Camus ti senti, tuo malgrado, senza complicità ogni volta a reagire all’assurdo. La poesia che è argine alla confusione è anche rottura di complicità: è necessario restare confusi, fusi con questo esteriore/interiore che è diventato il plasma dell’esistenza nel nuovo millennio, almeno quanto è necessario il movimento opposto che è la separazione, l’argine contro la complicità.

La poesia è una pratica di inattualità

Ripenso a Jacopone da Todi ma anche al Dante infernale e petroso, ripenso a Brunetto Latini ma anche a Guido Cavalcanti. La radice della lingua italiana, la sua origine faticosa e già così splendente, energica, inarrivabile. Dante, Petrarca e Boccaccio all’inizio e prima ancora la barbarica sonorità del mio Jacopone, la sua lingua corporale. Da giovane non riuscivo a concepire chi scrivendo poesia non sentisse forte questo legame, questa derivazione. Il motivo di questo mio attaccamento alla lingua delle origini non era l’inseguimento di una mitica età dell’oro ma la pratica della poesia come una pratica di inattualità. Ciò che confondevo con la passione di lettore della poesia antica era invece un impulso bellicoso contro il mio tempo, contro la stucchevole rinascita in Italia alla fine degli anni ’70 e alla metà degli anni ’80 di una nuova poesia simbolista, fondata sull’effetto retorico del violento accostamento di immagini e su di una verniciatura di lessico contemporaneo per raddoppiare appunto il facile straniamento. O al contrario la spudorata nostalgia di un mondo mitologico oramai inevitabilmente libresco. Una pratica di inattualità della poesia, proprio grazie a Jacopone, mi avrebbe restituito il presente della poesia lasciando indietro la sua negazione che è il “poetico” dichiarato. Un presente fatto di rabbiosa rivolta al mondo levigato della pubblicità televisiva che stava generando una seconda natura, un paesaggio virtuale dove l’artificio era ormai seconda natura. E tutto questo molto tempo prima dell’avvento del computer e del suo effettivo diffondersi nell’antropologia italica e nelle sue mutazioni.

La poesia come consolazione e come apprendistato.

A sedici anni leggevo e rileggevo Mario Luzi. In quell’adolescenza solitaria e foruncolosa le parole carezzevoli e “vissute” di questo poeta cattolico, mi arrivavano come una forma di conforto e di consolazione. Quella sofferenza giovanile che non aveva la possibilità di anestetizzarsi con internet grazie a Luzi si sublimava, si nobilitava, diventava il segno di una distinzione interiore. Vi leggevo la solitudine ma anche quel compiacimento narrativo che accuratamente celava ai miei occhi l’aspetto brutale di quella condizione per restituire solo un’idealità caritatevole di sapienza. A pensarci bene questo modo di leggere e di “usare” la poesia di Luzi non faceva bene a me adolescente che avrebbe avuto bisogno di nominare le cose con il loro nome e a quell’età, i nomi erano soprattutto di ragazze. Ecco questa tendenza alla sublimazione e alla nobilitazione di quella poesia e in genere di una certa poesia in seguito l’avrei energicamente avversata. E credo che tale avversione sia nata proprio in quegli anni quando da Portici mi spostavo con la circumvesuviana (allora sempre in orario e all’avanguardia) a Sorrento e lì passeggiavo da solo e guardavo il panorama. Talvolta portavo con me il libro di Luzi e in quegli anni ’70, rabbiosi ma anche di cantautori, canticchiavo un motivo di un concerto di Brahms: si trattava di due potenti dispositivi nobilitanti per trasformare in struggente malinconia l’acuto e sprovveduto dolore di adolescente. La mia avversione per un tipo di musica e di poesia del genere, tutto sommato decadente, non deve nascondere ai miei occhi il semplice fatto che il mio amore per la poesia sia nato proprio grazie a questo uso farmacologico che facevo di essa. In seguito, molti anni dopo, non avrei più aperto un libro di poesia per cercare quel tipo di sollievo, non sarei stato più un vero lettore, consegnato alla speranza lenitiva della lettura. In seguito, la lettura dei poeti avrebbe avuto sempre un secondo fine: imparare, ampliare il mio orizzonte, distinguere le tecniche e affinare il gusto. Da più di trent’anni poi la lettura della poesia è diventata esercizio di critica e perfino quello sguardo di apprendista non c’è più, e mi chiedo cosa ci sia stato al suo posto. Cosa c’è stato in questi trent’anni di “critica militante”, come si diceva? Temo dover ammettere che il primo ad essere stato sacrificato in questa lunga militanza sia stato proprio il godimento a vantaggio di altre esperienze, forse più ruvide e agguerrite. La critica militante dei poeti merita proprio una riflessione a parte.

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