La pelle è coercizione. La metamorfosi secondo Heidi Bucher



In questo articolo Cristina Zappa racconta la nuova retrospettiva dell'artista Heidi Bucher dal titolo Metamorfoses II, ospitata al Museo Susch, nell’omonimo paese svizzero e curata da Jana Baumann.


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«Forse oggi l’obiettivo principale non è di scoprire che cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare».

Michel Foucault


La pelle del corpo costringe. Nelle sue opere in lattice, la Svizzera Heidi Bucher (1926-1993) indaga varie forme di oppressione e possibili processi di affrancamento. Nel video (Skinning of Gentlemen’s Study, single channel video, camera Indigo Bucher, 1978) l’artista, si presenta come un’amazzone che, con sforzo immane, strappa con fuga feroce le garze impregnate di lattice, quelle con le quali ha rivestito le pareti dello studio del padre. Stremata, si accovaccia nelle grandi tele scuoiate come un uovo finalmente pronto a schiudersi. Si affranca dalla zavorra dello spazio, l’habitat di legno che riveste e avvolge i muri trattenendo le vestigia della casa famigliare, reminescenze che inibiscono la mente impregnata di ricordi, liberandola dai condizionamenti verso attitudini inesplorate e incondizionate.

Boiserie su muro, garza e lattice su legno, plastica e lattice indossata su pelle e un’impellente necessità di liberarsi da stratificazioni temporali e profane, e da rievocazioni mentali verso una metamorfosi necessaria.

L’antologica Methamorphosis II al Museo Susch, nell’omonimo paese svizzero, curata da Jana Baumann, riscopre – dopo la retrospettiva Methamorphoses tenuta all’Haus Der Kunst – il lavoro di Bucher e ripropone i lavori degli anni settanta e ottanta in cui denuncia le impalcature architettoniche istituzionali (Panopticon), i costrutti atavici, famigliari e di genere.

La pelle è l’interfaccia della mente con il mondo e con le istituzioni. Il corpo si plasma nello spazio ove acquisisce competenze, percezioni e commozioni. Bucher fa vedere e sentire la sua presenza fisica nel complesso del processo artistico, mettendo in luce i suoi condizionamenti esterni, con l’intento di contrastare l’auto-alienazione mentale e architettonica. La sua fisicità conferisce una dimensione intima, recondita e dolorosa ai lavori, e al contempo sembra incitare a uno smarcamento dal pathos.

I Bodyshells di un bianco vivido (Bodyshells, single channel film, 1972) sembrano quattro figure di scacchi; sono enormi sculture di gommapiuma indossate da donne che ballano fluttuando sulla spiaggia di Venice Beach, come inconsuete creature marine senza sesso: un mix di costume, architettura, scultura e danza che rimanda alle teorie apprese dal Bauhaus con Johannes Itten (Zurigo) e ricorda il video di Joan Jonas (Wind, 1968).

La lotta contro l’emarginazione, l’oppressione e la discriminazione si concretizza dopo la visita al Sanatorio Bellevue, una clinica abbandonata sul lago di Costanza, ove si reca per realizzare impronte architettoniche. L’istituzione era destinata alla reintegrazione sociale di persone considerate malate perchè non conformi agli standard e alla pervasività della società di sorveglianza. I calchi della grande sala mostrano dapprima la realtà esterna di vedute dell’ospedale, e poi quelle interne: entrando nella stanza scarnificata di garza sembra di sentire le urla di microcosmi soggetti al processo disciplinare della psichiatria. Il calco della sala delle udienze ove il Dottor Binswanger (The Audience Room of Doctor Binswanger, Sanatorium Bellevue, Kreuzlingen, 1988), con il collega Sigmund Freud, effettuava le sue diagnosi sull’isteria, associata esclusivamente al genere femminile, è un omaggio all’antesignana austriaca, attivista per i diritti delle donne, Bertha Pappenheim, la celebre «Anna O».

Nei calchi di lattice (Skinnings, scuoiamenti) di oggetti, di porzioni architettoniche e di persone, l’artista si concentra su tematiche legate all’emancipazione femminile dai luoghi comuni (vestiti usati, collant, trapunte, cuscini), alla sperimentazione con materiali diversi e a pratiche performative che creano degli scudi protettivi e testimoniano la scoperta e il riscatto artistico del corpo, processo abbastanza inconsueto per l’epoca.

La massima espressione la si trova nell’iridescente scultura indossabile che rimanda a una grande libellula, appesa al soffitto di una stanza bianca, che riflette la sua stessa ombra sul pavimento (Dragonfly Lust, textile, latex and mother-of-pearl pigment, 1976). Il costume sembra spiccare il volo e staccarsi dal suo passato: il commiato dai condizionamenti sociali sembra compiuto e raggiunge l’apoteosi del processo di metamorfosi rendendo fluido il distacco dalle costrizioni terrene della mente.





Heidi Bucher, Metamorphoses II

A cura di Jana Baumann con Krzysztof Kosciuczuk

16 luglio-4 dicembre 2022

Muzeum Susch

7542 Susch - Svizzera