La nocività del lavoro all’epoca della produzione digitalizzata

Un libro di Dario Fontana. Intervista all’autore




Negli anni più recenti sono state pubblicate alcune ricerche, nel campo delle scienze sociali (nella fattispecie, la sociologia del lavoro), che pure focalizzate su realtà in divenire o ancora in parte da indagare (e dunque quanto mai «attuali»), comunicano una sensazione di proficua inattualità, laterali come sono (per categorie utilizzate e postura di ricerca) dal senso comune che orienta gli interessi più diffusi dei ricercatori. Digitalizzazione Industriale. Un’inchiesta sulle condizioni di lavoro e salute (Franco Angeli, 2021) di Dario Fontana è una di queste. Il bersaglio dell’indagine è condensato nel titolo del volume, che restituisce i risultati di una ricerca pluriennale, realizzata con un impianto metodologico solido, un lavoro in profondità sulle dimensioni analitiche e sull’operazionalizzazione delle variabili, tecniche di analisi multivariate, a supporto di risultati che potrebbero risultare intuitivi, ma apparirebbero paradossali per quanti si avvicinassero ai materiali trattati con il filtro delle idee dominanti sul rapporto tra cambiamento tecnologico e lavoro. Superfluo consigliarne la lettura agli addetti ai lavori e ai praticanti di studi organizzativi e del lavoro, ma anche a sindacalisti, militanti, attivisti, medici, se non fosse per la barriera del costo (l’editoria scientifica ha le sue regole, che non possono essere imputate ai ricercatori!).


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Il rapporto tra scienza, tecnologia, organizzazione e contenuto del lavoro, ma potremmo altrimenti parlare di nessi tra conoscenza, potere e sfruttamento, ha occupato uno spazio centrale nell’esperienza del movimento operaio e fino a qualche decennio addietro (retaggio del lungo ’68 italiano e del residuo egemonico che ancora esercitava sul mondo intellettuale) anche all’interno delle scienze sociali. Questo campo analitico in seguito è quasi scomparso o praticato da sparute minoranze o singoli ricercatori. L’organizzazione della produzione è tornata una prerogativa del management, lo sviluppo tecnologico un fatto trascendente, lo sfruttamento una condizione naturale. Difficile trovare indicatori più efficaci dei rapporti di forza sulle materiali condizioni del lavorare della rimozione dal dibattito della questione organizzativa. Tuttavia, qualcosa sembra essersi mosso ed è possibile che la qualità del lavoro nella sua complessità torni ad occupare un posto centrale non solo nella ricerca, quanto nell’esperienza e nella pratica di componenti ampie di lavoratori; una prospettiva, più che da auspicare, da organizzare!

Il bersaglio della ricerca di Dario Fontana, basata su dati quantitativi e qualitativi raccolti in otto realtà manifatturiere e terziarie (di diversi settori) in digitalizzazione dell’Emilia, è definito dalle relazioni e dai rapporti di causazione tra cambiamento tecnologico, organizzazione (e contenuto) del lavoro, salute. In queste pagine riecheggiano motivi «classici» che sembravano archiviati insieme alla critica dell’organizzazione tayloristica del lavoro novecentesco; l’apparente asincronia delle categorie utilizzate rispetto all’hype della modernizzazione digitale (si vedano molti contributi sulla cosiddetta quarta rivoluzione industriale) non è tuttavia un assillo per i ricercatori e le ricercatrici (citiamo per affinità al campo d’indagine di Fontana, sapendo di fare torto ad altri, i lavori di Matteo Gaddi) che hanno iniziato a guardare nella black box della produzione digitale, per scoprirvi continuità e lasciti rispetto all’industrialità classica e ai suoi imperativi.

Di particolare rilievo nella ricerca di Dario Fontana sono i rapporti tra sviluppo e applicazione delle nuove tecnologie e salute dei lavoratori. Il robusto inquadramento iniziale del volume muove da premesse prossime all’assunto di David Noble, che affermava che quando sottratta all’esperienza dei produttori, la «questione tecnologica» è irrimediabilmente consegnata agli strumenti ideologici del progresso e del determinismo, ovvero al «dominio del futuro sul presente» e all’inevitabilità dello sfruttamento o della sua intensificazione. Dunque, scontato dirlo qui ma meno se si guarda alla pubblicistica sul futuro del lavoro, l’indagine (che non rinuncia a una robusta cornice «oggettiva» di informazioni statistiche ufficiali) muove dal vissuto e dalla percezione dei dipendenti, operai, tecnici e impiegati.

È da osservare che anche nel campo della teoria critica (qualunque cosa significhi) molto tempo è passato da quando si ipotizzava che lo sviluppo del digitale fornisse le condizioni per un’emancipazione libertaria dell’attività umana trainata da «senza colletto» istruiti a cooperanti. Gli anni recenti hanno visto semmai un capovolgimento, con il proliferare di analisi critiche sul platform capitalism e sulle pratiche estrattive e di sorveglianza delle corporation al vertice della nuova economia. Letture che tematizzano la natura plastica e pervasiva degli odierni processi di valorizzazione, accumulazione e riproduzione dei rapporti capitalistici, ben oltre i luoghi a suo tempo specializzati della produzione manifatturiera e degli uffici, ma che spesso da queste hanno ripreso e adattato ben poco creativamente criteri, metriche, modelli di razionalità. Il digitale è l’intelaiatura che definisce sul piano tecnologico il nuovo capitalismo, serve questo grande scopo sistemico piegando alla logica del valore ciò che prima era impossibile organizzare direttamente. Vedere nell’uso capitalistico delle macchine digitali solo l’automazione e l’input alla produttività mediante intensificazione del tempo individuale e collettivo di lavoro, sarebbe parziale. Omettere questa dimensione, tuttavia, lo è ancor più.

Non meno inattuale nel senso su esposto, la focalizzazione sui rapporti tra organizzazione produttiva e salute. L’inchiesta di Dario Fontana non frequenta luoghi (che non sarebbe difficile trovare anche nei paesi a capitalismo maturo) a nocività ambientale esplicita o in cui la competitività si fonda su livelli salariali offensivi, ma situazioni organizzative evolute, considerati luoghi virtuosi di innovazione, con retribuzioni e finanche relazioni industriali dignitose. Il negativo impatto della digitalizzazione sulla salute dei lavoratori (e ancor più delle lavoratrici, rileva l’indagine) nelle situazioni indagate non discende da condizioni di perifericità, poiché qui si parla della nocività del business as usual, del funzionamento abituale della produzione in ambienti che possiamo immaginare più salubri di altri: è il nucleo intimo del rapporto tra organizzazione capitalistica della produzione e salute, che investe direttamente gli imperativi a cui ogni impresa collegata al resto dell’economia deve rispondere, a essere interrogato direttamente. Fontana sceglie dunque (dal punto di vista del posizionamento politico-culturale) una prospettiva scomoda. La sua analisi è infatti ostile, naturaliter, al culto tecnocratico del progresso, ma ciò non distinguerebbe questo da altri lavori; il suo punto di vista è poco digeribile, però, anche per le minoranze fautrici di soluzioni organizzative co-progettate e partecipative, poiché queste assumono che gli interessi (di parte) dei lavoratori possano sempre convergere con quelli delle imprese. In più, l’indagine vìola l’idea ricevuta per cui le trasformazioni tecnologiche abbiano prodotto miglioramenti irreversibili in termini ergonomici e per la salute dei lavoratori.

Rinviando alla successiva intervista con l’autore per una sintetica restituzione dei risultati della ricerca, è utile richiamare a questo proposito una delle sue principali conclusioni. Le principali determinanti della diffusione dei disturbi muscolo-scheletrici e della stress da lavoro correlato (le due patologie o condizioni prodromiche delle malattie professionali oggi più diffuse), come emerge dall’analisi, sono l’intensificazione e più ancora il ridursi dello spazio decisionale dei lavoratori (ossia, la dimensione del controllo, la possibilità di influire sull’organizzazione e sulle sue finalità). Il paradosso apparente è che ai lavoratori oggi si chiede molto in termini di partecipazione, autonomia operativa, apporto personale. Si chiede di essere capitale umano, non scimmie ammaestrate (anche se spesso il contenuto di ciò che fanno è istupidente). Questioni che non si presentano oggi, non sono una primizia consegnataci da industria 4.0, ma costituiscono piuttosto invarianti dell’industrialità capitalistica, ciò che distingue l’uso della tecnoscienza applicata alla produzione di merci. L’intensificazione non è di conseguenza un effetto collaterale delle Ict, ma l’obiettivo stesso di questi dispositivi, il «riempire più fittamente i pori del tempo» che nel capitolo XIII del primo libro del Capitale Marx associava indissolubilmente al macchinismo.

Il volume, oltre che denso di risultati di ricerca, è accompagnato da dettagliati compendi metodologici e non si sottrae al tentativo di «far parlare i dati» oltre la loro immediatezza semantica, proponendo interpretazioni che anche laddove meritevoli di ulteriore discussione (incluse assunzioni problematiche o da problematizzare su cui ovviamente dubbi e riserve sono leciti) forniscono materiale sufficiente per aprire la discussione.

È importante sottolineare, prima di cedere spazio all’autore, che l’intento esplicito di queste pagine non è la denuncia morale della controparte manageriale, che persegue i suoi obiettivi. Si ipotizza piuttosto, immaginiamo intenzionalmente, un campo di potenziale ricomposizione soggettiva: il conflitto sulla salute non è un terreno etico, poiché (scrive l’autore) «la salute è il piano ultimo di verifica delle condizioni che il capitale pone al lavoro, ma anche la cartina di tornasole per comprendere lo sbilanciamento dei suoi interessi rispetto a quelli dei lavoratori». L’attualità della questione della salute, che in stagioni non troppo lontane favorì processi di attivazione e pratiche di ricerca operaia che si possono considerare tra i momenti più avanzati di organizzazione politica della conoscenza, grazie al concorso tra contro-esperti, militanti politici, sindacalisti e lavoratori, va acquisita anzitutto in questa chiave di potenziale soggettivazione politica. L’esperienza della pandemia Covid ha costituito un fattore di ripoliticizzazione della salute, che sembra avere favorito su scala non marginale ripensamenti e comportamenti soggettivi verso il lavoro che potrebbero costituire il grimaldello per riaprire la contraddizione tra imperativi dell’accumulazione e benessere delle persone, che richiede più che mai la pratica messa in discussione degli assetti organizzativi e di comando sulle condizioni vigenti della produzione.


Alcune domande all’autore

Tra i tanti meriti della tua ricerca c’è la scelta di concentrarsi sulle materiali condizioni del lavorare. Di norma, quanti (nelle scienze sociali) hanno continuato a occuparsi di organizzazione del lavoro o aderiscono ad un registro deterministico (organizzazione come insieme di prescrizioni oggettive e disincarnate) o si rifanno a tradizioni che (non esenti da meriti) enfatizzano le possibilità effettive di una sua progettazione consapevole e reciprocamente vantaggiosa (per lavoratori e management). I più, però, semplicemente non se ne occupano. Ci piacerebbe una tua riflessione su questo grande rimosso.


La domanda pone un ragionamento complesso che attiene alla cosiddetta fine della «centralità del lavoro», la destrutturazione del mercato del lavoro, l’articolazione delle catene del valore e tutti gli altri argomenti di cui conosciamo le domande, ma di cui poco affrontiamo le risposte in modo collettivo. Per ovvie ragioni di spazio, più che una risposta proverò a fornire delle traiettorie di riflessione rispetto al tema. Sicuramente lo studio delle condizioni di lavoro, in Italia, è scivolato sempre più dall’ambito sociologico a quello epidemiologico, economico o ingegneristico. Congiuntamente, alla visione della tecnologia come fatto sociale – quindi come elemento passibile di diverse direzioni in base agli scopi degli attori sociali che ne incarnano le traiettorie di sviluppo – si è (ri)tornati ad una visione determinista della tecnologia come meccanismo di crescita implicita di benessere, di cui è ormai inutile discuterne il fondamento. Al fondo del problema si possono individuare molti effetti dell’evoluzione del pensiero politico e sociale degli ultimi trent’anni, in questa sede ne cito due che – a mio parere – hanno portato a tale condizione scientifica «retriva» rispetto al tema delle condizioni di lavoro. Da un lato sicuramente la destrutturazione delle organizzazioni dei lavoratori (qualsiasi esse siano), che non riescono più a raggiungere quel punto di forza tale da imporsi come «policy maker» (in termini valoriali, ma anche finanziari) dello sviluppo scientifico e culturale. Dall’altro, una direzione dello sviluppo del pensiero sociale e politico che ha messo al centro dell’attenzione solo la sfera della riproduzione, scalzando quella della produzione che è stata il centro del dibattito politico del ‘900. Sicuramente la sola sfera produttiva-strutturale non riesce più ad essere il solo campo di cognizione della complessità delle odierne società capitaliste occidentali, tuttavia ci si è ritrovati con l’effetto opposto. Si discute molto (forse troppo) degli effetti della riproduzione sociale, ma ci si dimentica che per riprodursi in questa società bisogna ancora mettere a valore la propria forza lavoro a determinate condizioni (almeno per la stragrande maggioranza degli individui). Questi due cambiamenti strategici hanno a sua volta comportato una molteplicità di ricadute. Ne cito solo alcuni su cui riflettere. Nel campo sindacale si è ritornati alla sola contrattazione salariale, chiudendo le porte a quella stagione che per vent’anni (’72-’92) ha visto una comprensione olistica della contrattazione che poneva i salari sullo stesso piano dell’organizzazione del lavoro, in quanto sfere interdipendenti (es: se conquisto più salario, ma lavoro più velocemente, ho praticamente azzerato il guadagno e la redistribuzione del capitale). Un altro aspetto è quella dell’aziendalizzazione dei centri di ricerca (universitari e non) che piegano sempre più i propri progetti alla benevolenza dei finanziatori privati e quindi al portato valoriale in termini di domande di ricerca (a meno che non si pensi ancora che lo sviluppo scientifico sia una sfera neutra e priva di ingerenze valoriali). Poter avere dei fondi che riescano a costruire una ricerca sulle condizioni di lavoro (quando interessa) è ormai un fatto raro, è quando ciò avviene si tenta forzatamente di innestarla dentro una sfera che tenta di convogliare interessi «win-win» non sempre attuabili, e non ne discuto in termini ideologici, ma materiali, come ad esempio la contraddizione fra le richieste di efficientamento della produzione e quelle di salvaguardia della salute. Infine nel terreno della sfera politica istituzionale è palese a tutti la fine di un polo che riesca a discutere e difendere alcuni elementi di ragionamenti finora fatti, tuttavia questo avviene in tutte le sfere della politica italiana, anche in quei settori dei movimenti sociali che rischiano di cadere in forme identitarie. Limiti una volta fondati sull’appartenenza politica progettuale, e oggi invece sempre più incardinati nella settorialità dei singoli fronti di lotta che rischiano di rendere incomunicabili i bisogni e le contraddizioni che nascono nella molteplicità delle sfere sociali e civili e di conseguenza trovare elementi di sintesi fra essi, di cui le condizioni di lavoro sono sicuramente uno.


Il conflitto sulla salute non si pone sul piano meramente etico, ma di quello materiale sui rapporti tra le grandi parti in conflitto (almeno oggettivo) del capitalismo. Aggiungiamo, la tua indagine non ha riguardato situazioni produttive di riconosciuta nocività (che pure continuano a non mancare, con lavoratori e lavoratrici esposti a polveri, materiali tossici, fumi, ecc.), ma contesti industriali e terziari perlopiù «avanzati». Eppure, anche gli ambienti 4.0 e del terziario professionale sono nocivi. E’ il nucleo profondo del rapporto tra organizzazione capitalistica e salute qui ad essere indagato. Cosa propone la tua ricerca su questo punto fondamentale?


In estrema sintesi i risultati dell’inchiesta hanno messo in luce condizioni di lavoro i cui tratti fondamentali descrivono un’organizzazione produttiva fortemente intensificata (alta velocità e carichi, poco tempo per concludere le operazioni) e standardizzata. D’altro canto lo spazio decisionale vede calare, proporzionalmente al grado decisionale, le componenti di complessità, autonomia e controllo dell’organizzazione del lavoro. Per la stragrande maggioranza dei lavoratori il rapporto uomo-macchina è pressoché conformato a ridotti o nulli spazi di autodeterminazione, a fronte di un accrescimento del controllo aziendale offerto dalla digitalizzazione. Il lavoro appare sempre più isolato, poco redistribuito e con un certo grado di violenza psicologica. L’insicurezza del lavoro cresce, ma non – come molte volte si immagina – a causa della sostituzione tecnologica, ma a causa della paura della sostituzione causata dalla concorrenza del costo del lavoro (es. appalti e contratti atipici).

Gli effetti sulla salute, date queste condizioni, riferiscono una maggioritaria presenza della componente ad alto rischio stress lavoro-correlato, a cui si associano in modo differente stati di ansia, insonnia, depressione e bassa salute mentale. A questo si affianca un’alta presenza di disturbi muscolo scheletrici statisticamente associati alla modalità di produzione (il 71% dei lavoratori). Nonostante ciò la coscienza della nocività del lavoro e del nesso di causa con la produzione sono maggioritari fra i lavoratori.

I risultati sono d’altronde in linea con le principali statistiche europee dove, ad esempio, dall’ultima indagine Ewcs si nota come più della metà dei lavoratori dichiari ormai ritmi veloci sul lavoro. Anche il quadro delle malattie professionali si accosta a quello che ormai sta diventando, nel silenzio generale, una nuova forma di nocività estesa nei luoghi di lavoro: i disturbi muscolo-scheletrici rappresentano ormai il 60% di tutte le patologie denunciate, a seguire con il 20% circa lo stress lavoro-correlato.

Questo quadro che intreccia causa ed effetto della nocività del lavoro, parla di una trasformazione interna all’organizzazione del lavoro: spariscono le «classiche» malattie professionali date dal contatto fisico con la merce prodotta, sostituite da patologie direttamente correlate alla modalità di produzione delle macchine, facente capo direttamente alle scelte economico-produttive della valorizzazione del capitale. In altre parole – come da letteratura scientifica ormai affermata – le cause dello stress e dei disturbi muscolo-scheletrici sono da rintracciare nelle scelte con cui si satura e si intensifica il lavoro, parallelamente alle forme di autonomia e controllo date ai lavoratori. Per questo motivo l’inchiesta sulla salute diventa sempre meno un problema etico, ma una traccia per comprendere il nucleo centrale della messa a valore della forza lavoro, trasversale a tutti i settori produttivi, in cui la differenza fra operaio e impiegato – seppur con differenti percorsi di rischio – diventa sempre più sottile.

I princìpi di una proposta di risoluzione non possono che basarsi sul rispetto minimo dei limiti della componente psico-fisica dell’essere umano, come argine ad una valorizzazione teoricamente senza limiti. Il problema rimane tuttavia l’attuazione pratica di tali istanze. La parte finale dell’inchiesta registra come, a fronte di una condizione di lavoro e salute oggettivamente pericolosa e coscientemente conosciuta dai lavoratori e dalle lavoratrici (la cui discriminazione di genere ne aumenta i rischi), il livello di soddisfazione del lavoro dichiarato rimane alto. L’interpretazione di questa contraddizione apre sicuramente un altro grande rimosso che è l’alienazione e la reificazione sul lavoro, ma in termini più semplici si può certo dire che la forte presenza di un ricatto occupazionale e la mancanza di serie vie progettuali di risoluzione collettive, mette in atto un rapporto fra lavoro e salute estremamente deleterio, che vede la sua punta di diamante nell’esemplificazione di ciò che succede alla ex Ilva di Taranto. La vera sfida si pone dunque: nel riassetto politico e organizzativo delle istanze già coscienti fra i lavoratori; nello sviluppo innovativo di alcune figure particolari come le Rls; di campagne di inchiesta che precedono la contrattazione organizzativa come alcuni eccellenti esempi, seppur estremamente rari, si sono visti in Italia e in Germania (e non mi riferisco al potere di benevola concessione di alcune grandi industrie). Questi sono solo frammenti di proposte, ma le domande su cui innestare un valido progetto di risoluzione appaiono estremamente chiare: chi avrà la direzione politica dello sviluppo tecnologico? In base a cosa saranno scelti i processi produttivi da digitalizzare? Chi decide quali saranno le future condizioni di lavoro e di salute? Nel prossimo avvenire sempre più macchinico, si potrà ridurre il monte ore – a parità di salario – per redistribuire il lavoro, oppure si lavorerà sempre in meno, in modo più intensificato e con una salute più a rischio? Gli interessi delle imprese coincidono sempre con quelli dei lavoratori? E di conseguenza, bisogna delegare solo alle imprese la progettualità e l’adozione della futura tecnologia digitale?


Insisti, nelle premesse metodologiche, sull’inchiesta come approccio epistemologico, ricollegandoti alle più avanzate esperienze nel campo del rapporto salute-lavoro (i lavori animati da figure come Oddone, Maccararo, Stanzani e altri) che facevano perno sull’esperienza operaia e sulla presenza di contro-esperti in rotta rispetto al loro ruolo sociale di detentori di conoscenze funzionali alla riproduzione dei rapporti di potere. Il tuo libro, da questo punto di vista, si ricollega ad una tradizione di indagine e prassi sui rapporti tra conoscenza, potere e sfruttamento, oggi quasi azzerata. Eppure non c’è quasi movimento o grande tema del presente che non implica una capacità di riattivare questo nesso. Se sfogliassimo le riviste di scienze sociali troveremmo molti articoli critici sul digitale, sull’uso dei dati o sul rapporto tra profitto e natura. Però a fronte di tante analisi (giuste, beninteso), ci sembri che latitino proprio quegli assunti che sorreggevano l’approccio dell’inchiesta. E’ come se la critica dello sviluppo scientifico e tecnologico fosse divenuto un sotto-genere, un campo disciplinare, in cui però lo scienziato sociale rimane nei confini del proprio ruolo di esperto, o svolge il proprio lavoro in solitudine, o al limite in rapporto con i propri pari. Quali riflessioni puoi condividere su questo a nostro avviso fondamentale punto?


In parte credo di avere già risposto. Nondimeno questo interrogativo permette una riflessione sul ruolo dell’inchiesta. Nel libro discuto di approccio epistemologico e non di metodo (fase susseguente), al fine riporre questo tipo di «azione analitica» al suo filologico approccio generativo, cioè l’inchiesta di marxiana memoria, da cui poi nel tempo sono scaturiti diversi filoni che oggi – per citare i più noti – possiamo definire: inchiesta operaia, conricerca, inchiesta sociale, ricerca-azione, ecc... A mio avviso, oggi, il problema centrale può essere circoscritto ad elementi comuni che sottendono all’epistemologia scientifica che struttura questa tipologia di «indagare la conoscenza».

Per tutti gli approcci, come in quello originario marxiano, il fine politico-trasformativo non può essere scisso dall’attuazione della fase di ricerca. Ciò è dato dal fatto che l’arbitrio valoriale del ricercatore-tecnico è rimesso – ad intensità e forme diverse – in mano ai soggetti che sono direttamente coinvolti nel fatto sociale analizzato. In estrema sintesi: una cosa è la ricerca sui lavoratori, altra cosa è la ricerca con i lavoratori. In un mondo in cui la scienza non è un campo neutro, una compartecipazione valoriale fra tecnico e soggetto (da non confondere con la condivisione valoriale) permette di allargare il campo di comprensione, sia a monte sia a valle del metodo assunto per la verifica empirica. In questo senso la formulazione degli obiettivi, delle ipotesi e l’atto interpretativo sono agevolati da una migliore conoscenza della molteplicità dei legami che sottendono uno specifico fatto sociale. Si fa quindi propria l’inevitabile influenza reciproca derivante dallo stesso oggetto della ricerca quando esso è un altro essere umano, che fra l’altro vive il fenomeno oggetto di studio. Tuttavia quando viene meno l’interesse del soggetto-oggetto della ricerca (il lavoratore), crolla di conseguenza la capacità di porre un’inchiesta che riesca ad andare oltre uno studio di «superficie». In altre parole l’inchiesta marxiana è tale se vive del protagonismo dei soggetti, seppur – ripeto – in diverse forme o intensità. La reificazione accademica dell’inchiesta, ponendo ai margini il lato politico-trasformativo, ha di fatto escluso l’interesse stesso della partecipazione dei lavoratori, per il quale la maggior parte delle volte rifuggono l’idea di essere «indagati» senza che ne trovino uno scopo a loro funzionale, producendo non di rado atteggiamenti che ostacolano (in diversi modi) l’andamento stesso dell’inchiesta. Non è un caso che l’inchiesta nasca e abbia vissuto i suoi periodi d’oro proprio quando la classe operaia si faceva portatrice d’interesse e attirava a sé i ricercatori di cui servivano le competenze tecniche (in diversi ambiti disciplinari). Come già accennato, questo oggi è un elemento marginale, schiacciato dalla narrazione neoliberista che ha confinato l’azione attiva dei lavoratori a un romantico orpello del passato. Tuttavia marginale non significa scomparso, ancora oggi vivono delle inchieste marxiste con risultati di non poco conto, tuttavia bisognerebbe chiedersi come allargare l’uso di questo strumento anche in altri ambiti sociali. Un dibattito vecchio trent’anni il quale anch’esso si nutre del grado di protagonismo soggettivo di chi vive gli abiti sociali e politici.


Le determinanti principali della salute (parliamo di disturbi muscolo-scheletrici e di stress da lavoro correlato, le due patologie strutturali della nuova organizzazione produttiva), come emerge dall’analisi, sono l’intensificazione e più ancora il ridursi dello spazio decisionale dei lavoratori. In particolare, la dimensione del controllo, ossia la possibilità di influire sull’organizzazione e sulle sue finalità. Chiarisci inoltre che controllo e partecipazione non sono la stessa cosa. Ai lavoratori oggi si chiede in realtà molta partecipazione (anche se non ovunque), attenzione, un certo grado di autonomia esecutiva, coinvolgimento personale. Sotto il profilo del controllo l’indebolimento è viceversa assoluto. Potremmo quasi dire che partecipazione e controllo sono principi mutuamente ostili; anche la partecipazione (nel senso prescrittivo sopra richiamato) potrebbe essere una determinante della nocività?


Questa domanda mi permette di approfondire uno dei punti focali dei risultati sintetizzati già nella seconda domanda. Luciano Gallino, già negli anni ’80, descrive con estrema chiarezza quali sono le differenze fra autonomia e controllo. Con autonomia si definisce la possibilità di decidere le regole con cui svolgere la mansione, quindi il grado di autodeterminazione. L’autonomia corrisponde quindi all’esercizio di una certa libertà, potendo formulare gli obiettivi del proprio lavoro (pur entro un quadro di scopi e funzioni generali), di scegliere il ventaglio di alternative e non solo muoversi all’interno di esso (cosa che attiene alla complessità). Con la dimensione del controllo si intende invece quel grado di decisionalità che opera al di fuori degli stretti ranghi della mansione, indicando le capacità di scelta che attengono le finalità e gli obiettivi generali dell’agire lavorativo, come: l’organizzazione del lavoro, le attività da assegnare, l’oggetto da produrre e, non per ultima, la progettualità tecnologica. Si tratta, in altre parole, di avere voce nei centri decisionali.


Molte ricerche critiche sul grado di autonomia negli attuali modelli di produzione post-fordista (fra cui la più nota Lean Production), mettono in luce una dimensione ambigua di autonomia. In questi modelli produttivi l’esigenza della partecipazione al processo è legata alla sola esigenza di continuo problem solving (da non confondere con il problem setting), utile all’emersione delle conoscenze che solo chi opera direttamente nei processi produttivi può comprendere. Conoscenze che, dopo essere emerse, diventano patrimonio dell’azienda, che le standardizza e le oggettiva in sequenze algoritmiche riproducibili per tutti i lavoratori, soprattutto grazie all’evoluzione delle tecnologie digitali. In altre parole, il coinvolgimento dei lavoratori è utile all’azienda sia per disvelare e far proprie le «astuzie» e il sapere operaio, sia per creare uno stimolo di appartenenza e responsabilizzazione che renda coinvolgente il raggiungimento degli obiettivi posti dal management, stimolando una attivazione e partecipazione autonoma al problem solving. Tuttavia, come da letteratura scientifica, il solo problem solving non è compensativo per estinguere – ad esempio – i rischi da stress lavoro correlato, né tanto meno l’insorgere dei disturbi muscolo scheletrici, che come abbiamo visto aumentano a dismisura. Anzi addossare al lavoratore solo la sfera del problem solving «emergenziale», rischia di aumentare i livelli di stress e disturbi invece che diminuirli. È la dimensione del controllo quella che invece struttura una vera risoluzione del rischio, e non si discute in termini ideologici del controllo operaio della produzione come vincolo etico di emancipazione, ma come strumento reale per porre al centro – del rapporto lavoro-salute – i limiti psico-fisici che la valorizzazione del capitale non può valicare.


Usare, Adottare, Progettare le tecnologie. Sono tre piani diversi. Se non si intacca la direzione dello sviluppo tecnologico, è implicito nella tua riflessione, il digitale applicato all’organizzazione del lavoro non può che generare esiti di razionalizzazione, intensificazione del lavoro, riduzione dello spazio decisionale. Cosa significa e cosa implica però, effettivamente, «contrattare l’algoritmo»? Ritieni che vi sia lo spazio per pratiche locali e decentrate di contro-uso dell’organizzazione strutturata dal digitale, o almeno compromessi accettabili circa un loro uso meno distruttivo?


«Contrattare l’algoritmo» significa porre maggior grado di controllo possibile da parte dei lavoratori, proprio sul piano a monte dello sviluppo tecnologico, cioè nella sua progettazione (a cui segue l’adozione da parte delle aziende e infine l’uso da parte dei lavoratori). Più si prosegue nei gradi di realizzazione tecnologica, più diminuiscono i margini per un intervento strutturale sulla tecnologia. Sviluppo tecnologico che, ribadisco, è un fatto sociale, guidato da interessi e valori, e non un fattore la cui crescita è un divenire immanente quasi fideistico. Qui si ritorna ad una domanda che ho già posto, chi ha il controllo dello sviluppo tecnologico imprime i propri interessi, e non sempre gli interessi dei lavoratori coincidono con quelli manageriali. In altre parole i margini di compromesso sono sempre più difficili non solo nelle fasi successive alla progettazione, ma anche quando si tocca il nucleo degli interessi su cui si fonda la stessa progettazione. In una fase storica in cui il capitalismo occidentale è rivolto all’aumento della velocità (e non solo alla retorica della qualità), l’attuazione di un reale compromesso diventa un terreno di scontro in cui lo stesso compromesso potrebbe non essere mai raggiunto. Per questo penso che le condizioni di lavoro e di salute diventeranno presto un nuovo terreno di scontro politico, sempre che ci sia la forza soggettiva di farne fronte. Sicuramente pratiche locali e decentrate di contrattazione possono essere utili solo se queste non rimangono azioni isolate, tali da costringere l’azienda che le mette in campo a soccombere di fronte alla concorrenza di chi non attua tali scelte. L’azione su questo piano o è collettiva o rischia di produrre danni anche a chi riesce a conquistare margini di controllo. In teoria questa è la fase di discussione e progettazione del Pnrr, di cui uno dei pilastri è il finanziamento della digitalizzazione industriale, che sicuramente inciderà per i prossimi decenni, ma nessuno sembra affrontare l’argomento con la giusta progettualità dialettica e politica. È bene essere chiari nel ribadire che non è la tecnologia in quanto tale a creare rischi, ma la sua progettazione e applicazione. Ritengo difficile un contro-uso della tecnologia quando essa è già nella fase di valorizzazione del capitale, questa idea è stata già smentita agli inizi degli anni 2000, quando si pensava che i «knowledge worker» potessero usare «in modo rivoluzionario» la tecnologia informatica. Un’analisi che aveva parzialmente dimenticato che il costrutto tecnologico contiene in sé gli interessi del produttore e di chi lo inserisce nei gangli produttivi. Altro argomento è invece la comprensione dei margini di contro-uso ai fini di sciopero o «sabotaggio», ma è una questione diversa dal controllo. Tuttavia la complessità della tecnologia digitale la rende sempre più delicata e rende quindi più vulnerabili le organizzazioni del lavoro.



Immagine: S.B.