La Musica non è un pranzo di gala




Lo sherpa alza la testa, arrivano suoni dalle vette, o sono i paesaggi interiori a risuonare? Il suono accade, fatto della stessa sostanza imprendibile e imprecindibile del tempo, qui e ora. Non può vivere altrimenti. Dell’arte più ineffabile ci parla chi la compone, Maurizio Marsico.



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La Musica non è. La Musica accade. Misteriosa, Magica, Miracolosa, accade. Intensa o lieve, densa o rarefatta, accade. Invisibile, immateriale, intangibile accade, nel fluire ininterrotto del Tempo presente e riaccade, quando riprodotta, come memoria sonora di quanto e quando realmente accadde o di quanto e come eventualmente riaccadrà, nel Tempo passato come nel Tempo futuro. Forse però, la sua più autentica, nonché unica e irripetibile natura, è sempre stata quella, fin dall’alba dell’uomo, di nascere, evolversi e morire lungo una direttrice spazio/temporale determinata pur nell’indeterminatezza dell’eterno presente. Anzi, ad essere precisi, potremmo osare affermare che la Musica, quando è buona, trasforma il Tempo in Spazio (e viceversa), e quando è buonissima, trascende entrambi. Il Tempo soggettivo e quello relativo si intersecano al Tempo musicale con le sue durate, i suoi movimenti e andamenti e pulsazioni/suddivisioni ritmiche che ad Oriente, si dipanano orizzontalmente, in sintonia con la natura e i diversi momenti del giorno e della notte e a Occidente in verticale, come espressione culturale dell’esperienza umana. A Est scorre come acqua di un unico gigantesco fiume, ad Ovest con i ritmi dei tanti e diversi affluenti che presumono di essere unici, fino all’inevitabile immissione nell’universale continuum. Cronos si mangia tutto, tranne la Musica, che trasforma il suo trascorrere in forma d’Arte.

Oltre i metronomi, gli orologi, i calendari e gli ambienti in cui e da cui si propaga, accade questa inafferrabile cosa che ogni volta ha un inizio, uno sviluppo e una fine, e che nessuna volta sarà mai perfettamente uguale a se stessa. Materia evanescente e quadridimensionale che nasce, vive e risorge. Live, nel senso più vero del termine. Dead, come ciò che appassisce e termina per poi mutare di forma e di sostanza, di nuovo qui oppure altrove. Accelerando, rallentando, a tempo, fuori tempo, in sincrono oppure no.

Sarà forse la sua finitezza, che in fondo suggerisce la nostra, a farci commuovere durante l’ascolto delle pagine più belle e delle esecuzioni più memorabili ? O la miracolosa naturalezza con cui suonano certi passaggi mai ascoltati prima, sprigionando in noi una familiare eppur inspiegabile gioia? Oppure ancora, non sarà solo questione di vibrazioni ? Corpi elastici che producono frequenze sonore che entrano in vibrazione con i nostri stessi corpi. Dalle vertiginose altitudini degli ultrasuoni alle telluriche gravità degli infrasuoni, la Musica penetra in noi attraverso l’aria. Dall’epidermide al condotto auditivo e poi giù giù fino ai nostri più abissali interni oppure su su fino ai capelli e poi ancora più su, proprio in cima alla testa… a procurarci lacrime, pelle d’oca, beatitudine, insopportabile fastidio o una irrefrenabile voglia di danza. E poi c’è anche da considerare il fatto che la Musica non ha bisogno di parole che ne spieghino il senso né di idiomi che la traducano rendendola comprensibile ovunque. La Musica è già linguaggio: universale e terreno come il cibo, extraterreno come lo spazio cosmico.

Sentire la Musica, probabilmente significa tutte queste cose insieme, e chissà quante altre che ancora nemmeno immaginiamo e forse proprio il non saperle è parte del suo enorme fascino. Indagarle, è compito del compositore.

Sentire la Musica propria o di altri, mentre la si esegue o la si dirige con un organico allargato è invece tutto un altro paio di maniche. Potremmo tranquillamente definirla l’esperienza musicale più straordinaria, o meglio, definitiva, che possa capitare ad un compositore/esecutore. Perché è come si fosse dentro l’autentica fonte della Musica, lì dove sgorga il suono.

Il Sentire in questo caso assume un carattere diverso e molto più deciso del semplice ascoltare, lo potremmo chiamare vero e proprio ascolto immersivo: ascolti te stesso e ascolti gli altri mentre ascolti l’intera creazione musicale nel suo svolgersi.

Al di là di ogni Interplay tra musicisti, essere dentro un insieme è come essere parte di un meccanismo vivente perfetto. Ogni movimento è vissuto prima che suonato. Ogni nota è amplificata, ogni gesto diventa significativo, ogni emozione essenziale e poi c’è il Caso, che spesso entra in gioco in modo imprevedibile e determinante.

A volte, persino suonare una semplice parte di triangolo in una grande orchestra può significare vivere un’esperienza esoterica.

Certo, la qualità e l’intensità dell’esecuzione cambiano a seconda del grado di maestria degli esecutori. Gli esecutori che conoscono meglio il proprio strumento ( e possibilmente anche la partitura), possono beneficiare maggiormente dell’esperienza totale senza essere distratti da noiose tribolazioni tecniche. La padronanza massima è quando non cerchi più le note sullo strumento, ma sono le note a venirti incontro e non hai più bisogno nemmeno di guardare lo strumento mentre leggi lo spartito o suoni a memoria o improvvisi, perché ogni singolo dito è adibito alla sua specifica funzione e il cervello le amministra tutte, quasi di default, in modo che tu possa «sentire» il tutto con rilassata concentrazione e, al tempo stesso, goderne come fossi dentro e fuori la performance.

Le Improvvisazioni rappresentano in un certo senso l’apice della sapienza esecutiva. Facile buttare quattro note a casaccio, magari pure belline, molto più difficile invece, comporre o decomporre all’istante qualcosa che abbia senso, sia dal punto di vista formale che contenutistico, senza ricorrere ai propri cliché, a ciò che il pubblico si aspetta o a schemi di sicurezza eccessivamente prevedibili. Il livello più alto lo raggiunge solitamente chi, arrivato al punto di saturazione dello scibile tecnico, lascia che tutto il virtuosismo fine a se stesso oltrepassi il punto di fusione ed evapori, per poter giungere ogni volta al proprio strumento completamente a nudo, svuotato di ogni orpello, fresco come rinato e pienamente consapevole di ciò che si è. Curioso come un bambino che riscopre il proprio strumento come fosse la prima volta e, contemporaneamente, avendo piena coscienza di possedere un armamentario immenso, decide infine di non sfoggiarlo mai a sproposito ma al contrario sceglie di utilizzare sempre e solo ciò che, di volta in volta, è davvero necessario in quel particolare contesto, sia esso tecnicamente impossibile o di una semplicità disarmante….o in certi casi, addirittura, di anteporre il silenzio alle note. Quando ciò accade, l’Essenziale diventa Estatico sia sul palco, sia in platea.

La Musica «non è un pranzo di gala».

La Musica non è Artigianato o per meglio dire, quando è Artigianato non è Musica in quanto Arte.

Ideazione, scrittura, esecuzione.

Il mestiere sono le fondamenta e non il fine dell’artista musicale. Il mestiere è qualcosa da padroneggiare ai massimi livelli per poi abbandonarlo definitivamente all’oblio perché è proprio dalla dimenticanza e dai ricordi approssimativi che si sviluppano i germi dell’originalità. Le autentiche invenzioni musicali nascono più dagli errori e dal caso, che dalle riperpretazioni dell’Ovvio o dalle imitazioni ad nauseam di tutte le meraviglie dello sconfinato catalogo musicale universale, riplasmate ad hoc in favor di pubblico e sponsor. Se è vero che tutte le Arti tendono alla Musica, è anche vero che ogni artista musicale dovrebbe, in teoria, rendere onore al privilegio e alla responsabilità di dirsi tale.

Nella nostra epoca (ma in fondo in tutte le epoche) un vero artista musicale è raro quanto un Santo perché come un Santo pur di perseverare nella ricerca, nell’approfondimento e nella creazione artistica dovrebbe essere altrettanto disposto (in modo particolare in Italia) al martirio dell’incomprensione, al supplizio dell’impopolarità, e al sacrificio di non scendere mai a quei compromessi che corrompono la spontaneità e la forza di qualsiasi operato. E poi, vogliamo finalmente accettare, una volta per tutte, che la (Buona) Musica esprime soltanto se stessa e i suoi autori, in quanto portatori di idee (musicali) e di contenuti (musicali) senza continuare a affibbiarle interpretazioni arbitrarie che pescano negli infiniti serbatoi della Storia e della Letteratura o peggio del Sentimentalismo da feuilleton o da reality show. Qual è il problema ? Che la Musica non arrivi a chi non la capisce ? E quindi è forse preferibile appiccicarle qualsiasi programma «a pera» affinché qualcosa arrivi, qualcosa si muova?

Direi di no, visto lo sconfortante panorama in cui attualmente verte in Italia lo stato della Musica , effetto devastante di un dissennato marketing culturale spesso senza capo né coda, sempre all’impronta o a rincorrere il calendario delle solite celebrazioni, o ad inventare date di nuove commemorazioni. Come afferma Achille Bonito Oliva nel suo illuminante pezzo su «La Repubblica» in relazione all’Arte visiva (L’Artista che Resiste – «Robinson»- 1 maggio 2021) : «Tramontata ogni spettacolarità vivremo nel tempo dell’introspezione e le nuove opere stimoleranno riflessioni lente e progressive che salderanno la relazione tra chi le crea e chi le vede» , in egual misura è sempre più urgente un cambio di passo nella relazione tra creatore e fruitore/ascoltatore dell’opera musicale. Per comporre e produrre musica di qualità bisogna votare la propria vita ad essa, senza se e senza ma.

Per far si che sia di valore, bisogna immettere valore in essa.



Immagine: Franca Sacchi


Maurizio Marsico

Compositore, protagonista della scena musicale anni ottanta con Monofonic Orchestra, la sua eclettica ricerca spazia da sonorità acustiche alla musica elettronica contemporanea.