La centralità della riproduzione



Proseguiamo, con la trascrizione dell’intervento di Christian Marazzi, la pubblicazione dei contributi formativi del modulo «Crisi e riproduzione del capitale» della Summer School organizzata da «Machina» a inizio settembre 2021, promosso congiuntamente dai curatori delle sezioni «transuenze» e «vortex».


Al centro di questo ciclo di lezioni il rapporto tra continuità e discontinuità del capitalismo nella crisi aperta dallo shock pandemico. Covid 19, questo uno degli assunti del modulo, ha fornito ulteriore evidenza alla centralità odierna della «questione della riproduzione». Ai relatori e alle relatrici (oltre a Marazzi il percorso ha coinvolto Alisa Del Re, Sandra Burchi, Leopoldina Fortunati, di cui saranno prossimamente pubblicati i contributi, oltre agli economisti Fumagalli, Del Prieto e Brancaccio, già pubblicati qui) si è richiesto preliminarmente un inquadramento concettuale, poiché con lo stesso termine (riproduzione) ci si riferisce sovente a livelli del discorso differenti. Tra riproduzione sistemica, sociale, degli individui e delle loro capacità (e aggiungiamo, della specie e degli equilibri ecologici), in una società interamente plasmata dai rapporti capitalistici ci sono evidenti reciproche funzionalità, però vi sono anche aspetti peculiari e specifici. Qui si parla soprattutto di riproduzione delle persone e della loro capacità di lavorare e dare valore. Il richiamo alla centralità odierna della riproduzione nel circuito della valorizzazione capitalistica potrebbe in questo senso fuorviare. Non dobbiamo scoprirla oggi, dopo cinquant’anni di critica femminista. Si tratta però di leggerne le trasformazioni e le forse inedite prerogative, alla luce delle trasformazioni intervenute nella sfera del produrre, dell’accumulazione, della valorizzazione. Tra le suggestioni a monte del ciclo d’incontri si richiama anche l’ipotesi, formulata da Romano Alquati in un testo del 2002 recentemente pubblicato da DeriveApprodi (Sulla riproduzione della capacità umana vivente), in cui l’autore ipotizzava che la riproduzione della capacità-umana si stesse progressivamente ponendo, per la prima volta, come luogo diretto e principale della valorizzazione capitalistica.


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Tenterò, a titolo introduttivo, di riprendere alcuni aspetti che a me sembrano importanti da richiamare per quanto attiene al dibattito sulla riproduzione e la sua centralità. Inizierei col dire che è almeno dagli anni Settanta che il tema è stato posto, sul piano teorico e politico, dalle donne. Si trattò di una «scoperta», di un’innovazione all’interno delle coordinate politiche del tempo, che vedeva la soggettività politica delle donne porre una questione (teorica e politica) che era rimasta sottotraccia nel Novecento, nell’epoca del capitalismo fordista, in cui vigeva una precisa divisione sessuale del lavoro. Questo è il primo aspetto, non banale, da sottolineare: si passava infatti da un assoggettamento ad una soggettivazione. Inoltre, questa scoperta teorica e politica poneva a mo’ di cuneo un problema teoricamente molto complesso, tanto che anche nel campo marxista permangono ancora dubbi o resistenze: il rapporto tra salario e profitto. La riproduzione come ambito di lavoro gratuito, come gratuità e vita messa al lavoro, questa era la questione centrale. Con la sua gratuità il lavoro riproduttivo di fatto permette al capitale di incrementare proporzionalmente la quota di plusvalore rispetto al lavoro necessario. Ciò permette di tracciare una linea storica di continuità, se vogliamo (tra le tante discontinuità che abbiamo vissuto in questi decenni), tra gli anni Settanta e il tempo presente. La gratuità del lavoro riproduttivo si inserisce nel rapporto tra lavoro necessario e plusvalore, tra salario e profitto, poiché grazie ad essa si riduce la quota di salario a carico del capitale. Per dire, se hai qualcuno che cucina gratuitamente per te non devi andare al ristorante e non devi rivendicare un aumento del salario per fare fronte ai costi della ristorazione. Negli anni Settanta infatti la questione del lavoro riproduttivo, è bene ricordarlo, era stata posta in ambito domestico, come lavoro che produce valore all’interno della sfera domestica, tanto che la rivendicazione politica conseguente era «salario al lavoro domestico».

Secondo punto. Il passaggio dal fordismo al postfordismo - che normalmente situiamo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta - vede una moltiplicazione dei soggetti legati al lavoro riproduttivo. Già negli anni Settanta il lavoro domestico aveva cominciato a conoscere forme di salarizzazione, poiché la famiglia era in qualche modo anch’essa soggetta a quei processi di outsourcing (come poi si sono dati in fabbrica) di tutta una serie di attività di cura e riproduzione: ad esempio le lavanderie, il cibo consegnato a casa o comunque cucinato all’esterno. Anche qui c’era una forma di salarizzazione. L’uso dei termini è molto importante quando si parla di riproduzione, sotto il profilo della sua traduzione politica e rivendicativa; la salarizzazione in quanto tale conosceva già un processo che attraversava l’ambito domestico, appunto nella forma dell’esternalizzazione di servizi che in precedenza erano svolti in casa. Ciò se vogliamo creava problemi, anche di unità di classe, all’interno del mondo femminile, con la divisione tra chi può permettersi di pagare questi servizi acquistati all’esterno e chi (lui o lei) che continua a produrseli gratuitamente.


Questo passaggio a me sembra importante. Si parte da un soggetto forte, quello delle donne, e poi trasmigra in una proliferazione di soggetti che proprio per questo, o malgrado questo, richiedono a loro volta processi di soggettivazione. Il fatto di passare da una divisione di genere molto forte ad una moltiplicazione dei soggetti operanti nell’ambito della riproduzione non fa venire meno il problema della soggettivazione. Tutt’altro. Io sono sempre dell’opinione che anche parole d’ordine a vocazione universale (es. reddito di base incondizionato) vadano in qualche modo «soggettivati», pena l’astrattezza o il fatto di essere disincarnati da processi reali. Cosa succede quindi con il passaggio al postfordismo? Che uno dei tratti fondamentali della riproduzione analizzata dal punto di vista critico, cioè la gratuità, si espande, esce dai confini domestici e attraversa tutto l’ambito delle relazioni sociali e delle relazioni economico-produttive, interessando una «moltitudine» di soggetti in vario modo coinvolti da questo divenire diffuso della fabbrica. Con l’esternalizzazione assistiamo ad un venire meno dell’unità spazio-temporale della fabbrica «novecentesca» e ad una sua pervasività. La fabbrica colonizzava la società e facendolo creava spazi di gratuità interstiziali che consentivano di parlare di un divenire «femminile» della società, esito dell’espansione al di fuori dell’ambito domestico della gratuità. Naturalmente, la crisi pandemica da questo punto di vista ci ricorda (basti pensare a tutto il dibattito sui lavori essenziali) quanto l’aspetto della riproduzione coinvolga tanti soggetti della cura. Tanti anni fa ne «Il posto dei calzini» avevo ricordato come anche i processi di industrializzazione nell’ambito domestico se, da una parte, hanno diminuito il lavoro manuale-ripetitivo, dall’altra hanno però aumentato il lavoro cognitivo-relazionale. In termini generali, il lavoro non è diminuito, non c’è un esodo dall’ambito domestico ma un cambiamento della natura del lavoro riproduttivo dentro i processi di industrializzazione, meccanizzazione, automazione dell’ambiente domestico. In altre parole: il lavoro è aumentato nella misura in cui si è cognitivizzato. Rispetto alla domanda «cos’è il lavoro riproduttivo e chi coinvolge?» ho due ulteriori questioni da porre. La prima è sull’emergere di un modello antropogenetico negli ultimi 20 anni: un modello di società emergente sulla falsa riga dei processi di automazione, digitalizzazione, globalizzazione che abbiamo vissuto, un modello dentro il quale, parafrasando il titolo del libro di Sraffa, assistiamo ad una «produzione dell’uomo a mezzo dell’uomo». Nei paesi occidentali una serie di settori sono statisticamente cresciuti nella determinazione del Pil: sanità, socialità, assistenza, ricerca e formazione, cultura. Se guardiamo alle statistiche per quanto attiene l’occupazione e la generazione di reddito, questi settori superano di gran lunga gli altri, anche se alla loro crescita non ha corrisposto un miglioramento delle condizioni di vita, ma l’esatto contrario. Questi sono i settori che hanno preso il posto del capitalismo fordista: nel capitalismo industriale la produzione era finalizzata alla produzione dell’oggetto, ora, invece, del soggetto. Cosa che non nega un certo «neoindustrialismo», utilizzando un termine caro ad Alquati, visto che le condizioni di lavoro peggiorano. La seconda questione riguarda il divenire macchina della forza-lavoro. Nel passaggio dal fordismo al postfordismo abbiamo assistito ad una cosa molto interessante: già Marx nel «Frammento sulle macchine» contenuto nei Grundrisse, parla della crisi della teoria del valore-lavoro, di come il lavoro vivo diventi la «base miserevole» del valore poiché, con l’aumento del capitale costante, le macchine inglobano il «general intellect» (fatto di saperi e meccanizzazione della cooperazione) rendendo il lavoro vivo una specie di appendice destinata ad essere sempre meno importante. È proprio a partire da queste analisi che in Itali venne coniato lo slogan politico «+ salario – lavoro», per far risaltare come il lavoro necessario si era reso «non più vero anche se vigente». Dunque nel passaggio al postfordismo il general intellect è stato spostato nel corpo della forza-lavoro che diventa essa stessa capitale costante, tante delle operazioni fatte un tempo dalle macchine (ovvero coordinare, garantire e organizzare la cooperazione fra soggetti del lavoro vivo) nel capitalismo postfordista vengono assicurate dai corpi che usano capitale fisso. Per essere più chiaro: il computer è solo uno strumento di lavoro, è il nostro corpo ad essere la macchina, questo passaggio va attribuito al fatto che il lavoro diventa comunicativo. Detta in maniera diversa, è qualcosa che somiglia all’affermazione di Alquati secondo cui nel lavoro riproduttivo c’è una valorizzazione immediata, è la vita che produce valore. Senza i corpi oggi non esisterebbe capitale fisso. Oggi è impensabile attribuire al capitale fisso separato dalla forza-lavoro quella importanza che ha avuto nell’ambito del capitalismo industriale, dove questa separazione era organizzata all’interno delle quattro mura della fabbrica. Questa è l’ipotesi sulla quale lavorare: corpi come contenitori del general intellect, depositari di quella risorsa fondamentale che è il linguaggio, la comunicazione che ci permette di farci agire da capitale fisso. Nel discorso sulla riproduzione e sulla rivendicazione di una remunerazione del lavoro riproduttivo, dovremmo includere il lavoro riproduttivo del corpo come capitale fisso. Questo è interessante perché è davvero una sfida teorica: Marx nel I libro del Capitale quando parla del capitale costante dice una cosa importante: il capitale fisso, proprio perché depositario del lavoro astratto, non può essere riprodotto dal lavoro vivo che produce salario e profitto, il valore della macchina consumato nel processo di produzione, che dovremo ammortizzare quando si determinano i prezzi di vendita delle merci, non è prodotto da nessuno. È come se il prezzo fosse una sovrastruttura che si aggiunge ma che non è supportato da un lavoro vivo che ha prodotto quel consumo, quell’ usura del capitale fisso. Questo vuol dire che manca un reddito per riprodurre il capitale fisso. In questo modo non si tratta di rivendicare la remunerazione del lavoro vivo ma un reddito sganciato dalle determinanti del valore che ci permetta di vivere senza subire l’usura del nostro copro, dei nostri saperi, del nostro linguaggio, del general intellect incorporato. All’inizio della pandemia pensavo che potesse venire fuori uno stato sociale antropogenetico, nei settori strategici per l’accumulazione di capitale. Ad un anno e mezzo dall’evento pandemico, ho qualche dubbio che si possa rilanciare lo stato sociale post-liberista capace di investire in questi settori. Come possiamo muoverci politicamente e soggettivamente in questo ambito intersettoriale riproduttivo per valorizzare concretamente tutto quel lavoro gratuito non riconosciuto?


Immagine: Maurizio Cannavacciuolo, Malattie professionali: bancario = gastrite, 1995, olio su tela, 30 x 40 cm