La Battaglia della Montagna Bianca (8 novembre 1620)




Alla Battaglia della Montagna Bianca dell’8 novembre 1620 seguì la cosiddetta Guerra dei Trent’Anni, vicenda tra le più importanti della storia europea. Di seguito un contributo di Chicco Funaro che ripercorre quei fondamentali eventi.


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La Bilà Hora, Montagna Bianca, collina a ovest dei moderni sobborghi di Praga, un tempo al centro di una vasta riserva di caccia reale, è ora un grande e gradevole parco, facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici. Al centro, svetta sul verde un vistoso edificio rinascimentale, la Hvezda, la Stella, padiglione di caccia dall’inconsueta pianta a sei punte, che risale alla seconda metà del XVI secolo. Poco lontano dall’edificio, un cippo piramidale di pietre tiene dimessa memoria dell’evento cruciale che qui si svolse l’8 novembre del 1620: la Battaglia della Montagna Bianca. Di questo fatto d’arme vale subito la pena di dire che la temperie che ne seguì, la cosiddetta Guerra dei Trent’Anni, fu vicenda tra le più importanti della storia europea. Materia troppo vasta, complessa, drammatica, affascinante per essere ridotta, compressa e contenuta in una lineare commemorazione sul filo di una precisa data – in una semplice lapide.

Il singolo episodio mostra in ogni caso la trama di una narrazione storica, per il suo svolgersi, per le sue conseguenze, ma soprattutto per gli eventi che l’hanno preceduto, cause e concause, uno spessore e un interesse di non modesto riguardo. La battaglia della Montagna Bianca viene generalmente descritta in sicure sequenze lineari. Sul campo erano schierati due eserciti: quello del regno di Boemia, la cui corona poggiava da meno di un anno sul capo del principe elettore del Palatinato Federico V, e nel quale militavano sia pur valorosi capi militari come il conte Ernst von Mansfeld, il principe Christian von Anhalt-Bernburg, Cancelliere del Re, il conte Jindřich Matyáš Thurn-Valsassina e Bethlen Gábor principe di Transilvania; e quello formato da un nutrito contingente imperiale, al comando del conte Karel Bonaventura di Buquoy, e dai mercenari della Lega Cattolica del nobile vallone Johann Tserclaes conte di Tilly. Le truppe boeme, circa 21.000 uomini, si erano attestate su una posizione difensiva apparentemente solida, che sfruttava le pendici della collina, con il fianco destro protetto dalla mole della Stella, ma che di fatto era tagliata fuori dalla strada per Praga, unica via dalla quale sarebbero potuti arrivare rinforzi e soccorsi. Le truppe cattoliche erano in ogni caso numericamente superiori (circa 29.000 uomini), oltre che meglio armate e addestrate. E furono esse a muoversi per prime. La cavalleria boema di Anhalt riuscì a contenere la prima offensiva nemica, ma fu presto dispersa dall’attacco di un tercio vallone comandato da un colonnello di nome Guillermo Verdugo, vero protagonista dello scontro. Subito dopo, grazie all’abilità di manovra della stessa formazione, l’intera artiglieria dell’esercito di Federico V, consistente in 10 cannoni, cadde nelle mani del nemico. Un successivo attacco dei reggimenti bavaresi e dei tercios valloni ebbe l’esito di mettere in fuga gli ungheresi di Bethlen Gabor. A quel punto, tutta la fanteria boema cedette all’avanzata del nemico, rinforzato dall’arrivo di nuovi reparti imperiali. Tilly e i suoi riuscirono a spingersi sino alla Stella, travolgendo le ultime difese nemiche. Le fasi cruciali dei combattimenti erano durati poco più di un’ora. L’esercito protestante si era letteralmente dissolto e aveva lasciato sul terreno circa 4000 caduti. Le perdite cattoliche ammontarono a qualche centinaio di uomini. Mentre battaglia era in corso, Federico V e la Regina Consorte Elisabetta, figlia di Giacomo I Stuart re d’Inghilterra, si erano intanto seduti a tavola, in attesa di notizie, in una delle sale del Hradčany, il maestoso castello alto sulle Due Città di Praga. Chi mise al corrente la coppia reale del disastro appena avvenuto, fu Anhalt. Che prese subito a insistere perché il re, la regina e i loro familiari abbandonassero immediatamente la città, che rischiava da un momento all’altro di essere invasa dal nemico. Federico non si fece pregare: già il giorno successivo era in viaggio verso Breslavia e la Slesia. Su tanta fretta, la satira antiboema e antiprotestante, già vivissima con pamphlet, volantini e stampe popolari, coniò la figura del Re dalle Calze Calanti: negli appartamenti reali del castello erano state rinvenute infatti le insegne dell’Ordine della Giarrettiera, che Federico aveva ricevuto da suo suocero, ma che non aveva avuto modo di portare con sé. Del Re di un Inverno, comunque, la storia si occupò sempre più marginalmente, sino alla sua morte, sopraggiunta a Magonza nel 1632. Nel giro di poche ore dalla fuga di Federico, le truppe imperiali entrarono in Praga e si accinsero a occuparla stabilmente. La città non subì saccheggi e devastazioni. L’unica anche se dura rappresaglia, fu la spettacolare decapitazione un anno dopo, nello scenario della Staroměstské náměstí, la piazza della Città Vecchia, di 27 capi della rivolta. L’ultima avventura boema era giunta alla sua fine fallimentare.


Ma come e perché si era arrivati, alla Montagna Bianca?

Lungo un percorso sofferto e drammatico, durato almeno tre secoli. Il regno di Boemia era stato sin dalla nascita entità politica in qualche modo parte del Sacro Romano Impero, e le due cariche, quella di re di Boemia e di Imperatore erano state più volte appannaggio della stessa persona. Carlo IV del Lussemburgo, per citare uno di questi sovrani, eletto nel 1346, aveva fissato la sua residenza a Praga. E a Praga aveva fatto mettere a punto, dieci anni dopo, quella Bolla d’Oro che di lì in poi avrebbe regolato in termini rigidamente formali la procedura dell’elezione imperiale. Il Re di Boemia era dunque diventato Grande Elettore. Mai i destini di due Sovranità sembravano essere più complementari, dunque. In realtà, i Boemi, soprattutto i Praghesi, non avevano mai rinunciato alla visione di una loro «indipendenza», o meglio: al sogno di poter guardare a se stessi come a una «nazione» ricca della propria autonomia religiosa, culturale, politica. Di questo patrimonio ideale era stato vero paradigma la vicenda di Jan Hus e della sua «eresia», sfociata in una sanguinosissima guerra tanto «patriottica» quanto rivoluzionaria durata decenni. Grazie anche all’eredità spirituale e culturale della Husité, tenuta viva da numerose scuole dottrinali e gruppi di seguaci e di credenti, il Protestantesimo e le varie Riforme non ebbero alcuna difficoltà a trovare in Boemia spazio e consensi sempre più ampi. L’affermarsi di un sempre più largo ed esclusivo predominio dinastico da parte dei cattolicissimi Asburgo sugli altri potentati e il loro continuo alternarsi tanto alla guida del paese, quanto a quella dell’Impero, contribuì non poco a creare un generale malessere e un diffuso malcontento pronti a diventare facilmente spirito di rivolta e aperta ribellione. Il caso vuole che a far precipitare la situazione verso una crisi irreversibile fosse l’operato di una figura di sovrano che aveva curiosamente messo l’amore per Praga al centro della sua vita: Rodolfo II d’Asburgo, re di Ungheria e re di Boemia, eletto imperatore nel 1575, fissò la sua residenza a Praga nel 1583. Con lui, la capitale boema (e imperiale!) divenne la «città magica» di tanta letteratura che insiste sul «luogo comune» ridolfino: nel quale si incontrano personaggi mitici come il rabbi Yehuda Löw Ben Bezalel, il mitico creatore del gōlem; o figure solo appena più «storiche» di filosofi, astrologi, alchimisti e operatori del Magico come Giordano Bruno, Tycho Brahe, Johannes Kepler, John Dee, Edward Kelly, Michael Sendivogius. E si hanno notizie diffuse su una passione fortissima del Sovrano per il collezionismo, sfociata in una wunderkammer divenuta un vero e proprio museo e in una raccolta d’arte tra le più importanti dell’epoca, oggi dispersa ma della cui originalità rimangono prova, tra gli altri, numerosi dipinti di Arcimboldo. Va detto però che pur essendo già al suo tempo molto discusso e criticato come reggitore della cosa pubblica, Rodolfo dimostrò comunque una notevole sensibilità politica quando concesse ai suoi sudditi una Lettera di Maestà nella quale era statuita per i protestanti e i riformati boemi una certa libertà di culto. Fu la revoca da parte dei suoi successori Mattia e Ferdinando II d’Asburgo di tale Lettera che aprì la crisi approdata in meno di due anni alla battaglia sopra descritta. In particolare, Ferdinando proibì la costruzione di due luoghi di culto evangelici sostenendo che i terreni su cui dovevano sorgere erano di proprietà cattolica. Per protestare contro una tale decisione fu convocata nel Castello di Hradčany un’assemblea dei notabili protestanti. I due legati imperiali, Jaroslav Bořita z Martinic eVilém Slavata , e un loro segretario, Filip Fabricius, che si erano con una certa leggerezza e tracotanza presentati alla riunione furono afferrati dai presenti e precipitati da una finestra della sala.

Non era la prima volta che a Praga una «defenestrazione» era stata un gesto estremo di protesta o il segnale di una rivolta. In due precedenti del 1418 e del 1483, gruppi di appartenenti al radicalismo hussita avevano messo a morte numerosi esponenti del cattolicesimo imperiale.

La sorte dei tre non fu in realtà così drammatica. I cespugli di rose ma soprattutto i mucchi di letame su cui atterrarono attutirono gli effetti del volo e i Nostri rimasero praticamente illesi. Con una certa prontezza, nei giorni successivi all’evento gli Asburgo concessero al segretario il cognome nobilitante di Von Hohenfall, cioè di «Caduto dall’alto». Come logica conseguenza all’atto, attraverso cui veniva proclamata de facto l’indipendenza della Boemia, occorreva ora trovare uno sbocco istituzionale all’accaduto: un nuovo Re.

Dopo un rifiuto imbarazzato da parte di Giovanni Giorgio Elettore di Sassonia, la scelta della Dieta praghese cadde su Federico V di Wittelsbach-Simmern, il Grande Elettore del Palatinato. Una scelta che pur essendo la «seconda» poggiava comunque su solide ragioni.

Intanto Federico era a capo dell’Unione Protestante. Era sposato con Elisabetta Stuart, figlia di Giacomo I d’Inghilterra. Aveva poi mostrato immediato interesse per la causa boema, organizzando numerose missione diplomatiche di sostegno ma anche inviando a Praga un primo contingente di armati al comando, come detto in precedenza, di Christian di Anhalt-Bernburg, suo amico e Cancelliere. Federico accettò, e fu incoronato il 4 novembre del 1619. Buon segno purtroppo mentitore: la cerimonia fu un concreto esempio di tolleranza e rispetto tra confessioni religiose: Federico era in realtà calvinista, denominazione assente a Praga, gli officianti erano Kališníci, o Calistini, ministri di culto che seguivano ancora la ritualità Utraquista.


Interrompiamo qui. Anche perché bisognerebbe di qui andare oltre la Bilà Hora, tentazione per ora impossibile, verso la fase boemo-palatina, della guerra; e poi, ovviamente, la fase danese (1625-1629), la fase italiana (1628-1631), la fase svedese (1630-1635), la fase franco-svedese (1635-1648) e la Pace di Westfalia. E dunque dovremmo parlare di Cristiano IV di Danimarca, di Albrecht von Valdštejn-Wallenstein, di Ambrogio Spinola, della Guerra del Monferrato in Italia, della peste del 1630, quella dei Promessi Sposi; della cosiddetta Cabala degli Italiani al comando degli eserciti imperiali – Torquato Conti, Ernesto e Raimondo Montecuccoli, Rambaldo di Collalto, Rodolfo di Colloredo, Mattia Gallas, Ottavio Piccolomini; della presa di Magdeburgo e del suo orribile saccheggio da parte degli imperiali; di Gustavo Adolfo di Svezia, del suo cancellerie Axel Oxenstierna, delle battaglie di Breitenfeld, di Lützen, di Nördlingen; di Richelieu, del Gran Condè duca di Enghien, dei Tercios Viejos de Lombardia, de Naples, de Cerdeña, de Flandes alla battaglia di Rocroi… e di Simplicissimus e della Vita dell’arcitruffatrice e vagabonda Courasche, opere uscite, a pochi anni dalla pace del 1648, dalla magica penna di Grimmelshausen…

Ma ancora, e davvero da ultimo: L’Illuminismo dei Rosacroce.

Fu davvero vivo e operante tra la fine del Cinquecento e i primi anni del secolo successivo, come la grandissima storica del Warburg Institute Frances Yates ha sempre sostenuto, l’avventuroso disegno politico e culturale da parte di un ristretto ma agguerrito gruppo di filosofi, di teologi, di scrittori e di letterati, di costruire in una rinnovata Germania e nel nord dell’Europa un sistema di Stati e di nazioni indipendenti capaci di lottare, forti del loro «protestantesimo», contro l’assolutismo ispano-asburgico e l’oscurantismo restauratore della Controriforma, imprimendo una decisa svolta in senso illuminato, se non ancora democratico, alle relazioni tra Stati e cittadini?

Certo, riandando all’opera appena sopra citata e a tutti suoi scritti, la tentazione di dare un assenso assoluto alla Yates e a questa ipotesi si fa spontanea e sempre più pressante, visto lo straordinario e affascinantissimo lavoro di indagine svolto dalla storica inglese sulla cultura, sulla filosofia, sul sentimento religioso del tardo Cinquecento e dei primi decenni del Seicento – e viste soprattutto le sue straordinarie doti di scrittrice e di narratrice. Lavoro nel quale tema dominate è appunto l’ipotizzare l’esistenza di correnti culturali e spirituali capaci di disegnare un tale irenico progetto e di operare per renderlo concreto. La Yates celebra in questo senso i nostri Giordano Bruno e Traiano Boccalini, quest’ultimo da noi troppo spesso dimenticato; il boemo Jan Amos Komenský; il tedesco Johannes Valentinus Andreae; e poi Bacone, Cartesio, e i vari consessi nati per favorire lo sviluppo della conoscenza naturale, come la Royal Society di Londra. E li indica come corresponsabili, spesso in buona corrispondenza tra loro, di un vastissimo progetto di pace, di fratellanza e di rinnovamento politico, etico, morale e spirituale, destinato a cambiare il volto del mondo e il senso del vivere in esso. Anche perché non si può negare che, Rosicrucian o no, la speranza in «un mondo migliore» appaia comunque in maniera rilevante nei tracciati ideali e culturali degli autori citati, che non a caso sono gli intelletti e i cuori tra i più vivi e vivaci di quegli anni. Certo tutti i dubbi possono riapparire se pensiamo a quanto di tutto ciò potesse essere la concreta incarnazione la figura, politica ma anche personale di Federico V, non certo a tutto tondo.



Immagine: Hans Holbein il Giovane