L'Università nel PNRR



Transuenze dedicherà uno spazio importante, nei prossimi mesi, all’impatto degli investimenti del PNRR sugli assetti economici, sociali e culturali del nostro paese. Rimandiamo alle interviste realizzate con alcuni economisti, pubblicate nei scorsi mesi sulla rubrica, per un primo approfondimento sul tema. Con l’intervista a Giovanni Semi, docente di sociologia presso il Dipartimento di Cultura, Politica e Società dell’Università di Torino e autore di (per noi molto importanti) volumi e articoli critici sulla «questione urbana», entriamo introduttivamente nel merito del rapporto tra investimenti previsti dal PNRR e trasformazioni nelle Università italiane.


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La particolare struttura produttiva dell’Italia, che ha tuttora un motore trainante nelle piccole e medie industrie di norma con limitata spesa in innovazione e ricerca, ha trovato riflesso anche nel definanziamento, verrebbe da dire quasi strategico e non legato alla contingenza dei singoli governi, del sistema universitario. Credi che gli investimenti del PNRR possano invertire la rotta visto che un’intera «missione» del piano (per un totale di 33,4 Mld di Euro, pari al 14,2% del totale) è destinata a Istruzione e Ricerca, di cui la parte maggiore (20,9 mld di Euro) al potenziamento dei servizi di istruzione, considerati fondamentali per la crescita del Paese?


La prima cosa da ricordare è, come sempre, la natura emergenziale di un sovra-finanziamento dopo anni di de-finanziamento. Siamo nella condizione di una pianta che è stata tenuta all’asciutto per lungo tempo e ora viene innaffiata massicciamente: le radici marciranno. In questo momento, per dirne una, abbiamo avuto una prima tornata di posti da ricercatore precario, che non prevedono una stabilizzazione successiva, inattesa e ampia. Con quale risultato? Un temporaneo senso di sazietà, addirittura in diversi dipartimenti un’incapacità a trovare le persone per quelle posizioni, eppure in un quadro in cui questi posti dopo tre anni non daranno uno sbocco stabile.

Questa modalità di finanziamento, largamente indipendente da qualsiasi programmazione, dall’andamento demografico della crescita studentesca nel nostro paese e da qualsivoglia riflessione collettiva sul senso stesso della ricerca scientifica, produrrà solo una temporanea sensazione di abbondanza, cui seguiranno, verosimilmente, altri anni di «magra». Un andamento a fisarmonica che l’Università italiana conosce bene, che la caratterizza da decenni, e dunque rispetto al quale è culturalmente preparata: in fondo la logica stessa di molto precariato è precisamente quella di costituire un immenso esercito di riserva che poi, ogni tanto, viene prosciugato per essere infine ricostituito. Un esercito largamente ricattabile e ricattato, composto da una moltitudine di ricercatori e ricercatrici incapacitati a proiettarsi nel futuro con qualsivoglia ragionevolezza.


Quali saranno, secondo te, i settori e dunque i saperi che saranno maggiormente interessati dagli investimenti?


La scelta fatta sino a qui è quella di spingere su due descrittori, ‘green’ e ‘innovation’, che sono molto evocativi nella loro grande ambiguità. Certamente, le discipline STEM sono particolarmente adatte a reagire velocemente a bandi tarati sulla loro logica d’azione, mentre è evidente che le humanities e le scienze sociali si trovano spesso a mal partito con questi mondi. Di più, la logica emergenziale e con scadenze ravvicinatissime, non consente una riflessione ponderata ma nemmeno un’argomentazione di fronte a questi finanziamenti. Cadono a pioggia, e chi ha il catino pronto raccoglie. Chi non ce l’ha, chi è abituato a usare delle reti o altri strumenti e logiche, viene tagliato fuori. Anche ammettendo che nelle prossime tornate arrivassero finanziamenti straordinari a tematiche e logiche minoritarie, incorrerebbero comunque in questa governamentalità emergenziale e non negoziata. Di certo però siamo entrati in una fase darwiniana ‘dall’alto’, per cui discipline tecnico-scientifiche orientate ad alcune linee di sviluppo, verranno sovra-finanziate, a scapito di altre. Tutto quello che riguarda i big data, lo sviluppo di intelligenze artificiali, ovviamente legati al biomedico e a quell’immenso bacino che è l’invecchiamento della popolazione, oltre a settori consolidati e classici che vanno dalla finanza alle ingegnerie, avrà ulteriori e rilevanti sviluppi. Le scienze antiche, le discipline artistiche e molti altri saperi che non sembrano interpretare i tempi correnti, sono già state in certa misura fortemente ridimensionate se non abbattute.


Credi che questi investimenti e le previste assunzioni nello Stato e nel settore pubblico porteranno ad una «riqualificazione» dei titoli di studio universitari, rafforzando la tendenza che vede il titolo di studio come credenziale minima per accedere ad un numero sempre maggiore di lavori? Se sì, credi che questo porterà ad aumento delle iscrizioni nei prossimi anni? Che tipo di aspettative potranno generare negli studenti?


Da una parte ci sono le tendenze globali verso una differenziazione delle credenziali educative e le relative riqualificazioni. Se l’Italia fosse realmente ancorata ai paesi OCSE più avanzati, potremmo pensare a uno scenario in cui mano a mano che la popolazione si istruisce di più, aumentano i livelli di specializzazione sia per rispondere all’aumento della complessità sia per garantire protezione normativa ai ceti già fortemente istruiti. Questa è stata una dinamica che abbiamo osservato direi per tutti gli anni Ottanta e Novanta e testimoniata dalla nascita in Italia del dottorato di ricerca tra 1980 e 1983. Però l’Italia è una singolare cenerentola in ambito OCSE, con la sua tristemente nota e tristemente bassa quota di PiL investita nel sistema della ricerca. Molto spesso ce ne lamentiamo perché pensiamo che sia espressione di un ritardo culturale o dell’insipienza di una classe politica poco istruita o sensibile al tema. In realtà, soprattutto quando si ha a che fare con sotto-finanziamenti che durano, verrebbe da dire, da sempre, forse sarebbe più onesto riconoscerli come vere e proprie politiche. Insomma, il nostro paese non investe in ricerca e nel sistema universitario in generale perché ha, a fianco, un sistema produttivo che fa altrettanto. Le nostre imprese sono piccole e medie, mentre quelle grandi ormai si contano sulle dita di poche mani e sono state sapientemente smantellate nel corso degli ultimi trent’anni (e lo dico senza nostalgia, però fa davvero specie guardare a cosa era il sistema industriale italiano ad esempio nella produzione di elettrodomestici o nella chimica alla fine degli anni Ottanta e cosa è adesso). L’ossatura produttiva italiana, anche quando ha delle punte innovative e avanzate, è largamente costituita da organizzazioni che non richiedono molta specializzazione e, quando lo fanno, tengono a pagarla poco o comunque relativamente meno che nei paesi a noi confrontabili. Il risultato è un cronico sotto-utilizzo, sotto-mansionamento e, direi persino, sotto-stima del capitale umano che circola nel nostro paese. Una delle conseguenze è certamente la costante emigrazione skilled di nostri connazionali che cercano all’estero salari e impieghi migliori, ma l’altra, persino peggiore, è nella marea di laureati e laureate italiani che acquisiscono competenze elevate nelle nostre università e poi si vendono per un tozzo di pane in sistemi produttivi che chiedono loro relativamente meno di quanto potrebbero. Una battuta che circola spesso nei Dipartimenti che frequento è che noi insegniamo a usare software statistici avanzati per futuri lavoratori che poi dovranno imparare Excel in azienda (facendo dunque un salto all’indietro di una ventina d’anni di sviluppo di linguaggi di programmazione e analisi). D’altro canto, siamo anche il paese che cronicamente ha sempre avuto i manager meno istruiti e mobili d’Europa, con carriere fatte spesso e solo all’interno della medesima impresa lungo tutto l’arco della propria vita lavorativa.


Ecco, un sistema così necessita di credenziali e competenze in alcuni servizi essenziali, come quelli medici, ingegneristici e informatici, ma per altri è largamente disinteressato se non addirittura sospettoso. Come non dimenticare, infatti, la nota dichiarazione dell’economista Zingales secondo cui aveva poco senso investire in biotecnologie in Italia, quando potevamo insistere sul paesaggio e sul turismo? La sua, che era un’invocazione certamente sciagurata, era anche una triste e opprimente fotografia del paese. Demograficamente, possiamo ancora contare su coorti robuste di giovani che entrano nel sistema universitario. Se la tendenza demografica, figlia della bassissima natalità italiana, è quella di non vederle crescere infinitamente, rimangono però ampie quote di nuovi e futuri studenti universitari. C’è poi da dire che, nonostante l’indecente livello salariale italiano medio, è comunque sempre più remunerativo laurearsi che entrare immediatamente nel mercato del lavoro e questo, persino non tenendo conto del tipo di laurea. Le famiglie italiane perciò saggiamente continuano a iscrivere la propria prole all’università. Che questo implichi anche aspettative crescenti, non saprei. In fondo siamo anche quel paese deprimente e reazionario dove, per ogni comparto del settore pubblico, esiste una relativa e costante campagna politico-mediatica che ne denuncia lo sfacelo e la corruzione (la mala sanità, l’università dei baroni, i furbetti del cartellino, etc etc etc). Queste campagne di delegittimazione servono precisamente a non generare quelle aspettative crescenti che, una volta messe di fronte alla realtà dei mercati del lavoro italiani, quelli sì onestamente inaccettabili, potrebbero anche sfociare in critica di massa contro un capitalismo arruffone e arretrato.


Cosa pensano secondo te gli studenti della quantificazione esasperata delle credenziali educative e del sapere offerto dall’Università? A noi sembra che sia l’uso pragmatico e celere (anche perché costoso) finalizzato ad accumulare certificazioni della conoscenza formalmente detenuta (al di là di quanto effettivamente ricca o posseduta) a guidare i comportamenti dei giovani ...


Il tema della quantificazione del sociale è molto più ampio e radicale del solo mondo educativo. Per rimanere nel nostro piccolo recinto, i nostri studenti vivono di CFU e altre misure largamente prive di senso, così come noi docenti passiamo ormai la vita a misurarci vicendevolmente a colpi di indici-h, soglie, indicatori di produttività e decine di altre menate (mi si perdoni il concetto). In questo senso, la quantificazione della produttività parte dal nostro corpo e dai mille devices che usiamo quotidianamente per arrivare al piano-carriera che uno studente deve compilare o il registro informatizzato dove aggiungo mano a mano le pubblicazioni che faccio. Resistere alla quantificazione è difficile se non vano, perché è una logica governamentale, non un vezzo del MUR.


Come in ogni epoca, però, c’è sempre stata una quota di esseri umani che resiste ai tentativi di governo del proprio corpo e della propria vita. Se una volta si cercava di fregare il cronometrista in fabbrica (o di fargli capire che si stava assumendo un rischio, diciamo), così oggi c’è chi frega indicatori e indici, magari non per cambiare il sistema ma se non altro per fotterlo. Pensiamo alle miriadi di frodi scientifiche, la nascita di riviste fake, di numeri pompati per stare nel sistema ma senza credere alle sue regole. E questi ultimi sono i cinici, o i furbi. Ma ci sono altre pratiche più interessanti, aperte e utili, come i repertori open di pdf e articoli di rivista rubati alle grandi imprese dell’editoria globale. Nascono iniziative editoriali contro-corrente, c’è una costante voglia di confrontarsi e pensare altrimenti, e questo nonostante la sempre più diffusa circolazione del motto attribuito a Fisher (e Jameson) secondo cui ‘è più facile pensare alla fine del mondo che alla fine del capitalismo’. Ecco, così come nascono in continuazione risposte utili e intelligenti alle forme di governo, così abbiamo infiniti studenti e studentesse ugualmente utili e intelligenti che chiedono di più, di meglio e si preparano alle sfide che ancora noi non riusciamo a intravvedere. In fondo la storia dell’umanità è sempre la stessa: sistemi di governo che opprimono esseri umani, che sfuggono a queste maglie, e questo in un loop millenario.


Un ultima questione: se guardiamo alle maggiori operazioni di trasformazione urbana delle grandi città (ad esempio a Milano, Torino, Bologna, Napoli, Roma, ecc.), vedremo quasi sempre, in posizione di capofila o comunque di partner strategico, un grande ateneo. Quale sarà il ruolo dell’Università nella trasformazione urbana con gli investimenti del PNRR?

Le università sono anche e sono sempre state dei clamorosi operatori immobiliari e questo anche perché hanno una lunghissima storia e dunque, in alcuni casi soprattutto, possiedono capitalizzazioni immobiliari strategiche. Palazzi, ville, terreni, siti. E poi le Università sono anche una rete di interessi professionali, in interscambio e relazione con il mondo locale che le circonda, che siano gli ordini professionali veri e propri, la politica locale, il mondo dell’impresa, le banche o quegli strani ircocervi italiani chiamati ‘fondazioni bancarie’. Da un certo punto di vista, dunque, le università sono sempre state centrali nella produzione di urbano, perché per eccellenza istituzioni fortemente radicate localmente. Con interessi da tutelare e con una funzione di coordinamento e scambio. Negli ultimi decenni, però, hanno, se possibile, accentuato questa funzione perché oltre a crescere il ruolo dell’istruzione superiore all’interno di società complesse (insomma: c’è comunque bisogno crescente di centri universitari e diffusi), vi sono stati numerosi rovesci nel sistema economico che hanno lasciato dei vuoti, colmati appunto dalle università. Si pensi al ruolo delle università milanesi nel riempire ex-post il vuoto strategico dell’area dove si era svolto l’Expo, oppure ai mille accordi che vedono le università cedere sedi nei centri storici, espandersi altrove. Questo è un po’ il frutto della vocazione territoriale degli atenei e anche di politiche nazionali che, di fatto, li spingono a investire sul territorio e le infrastrutture più che sul personale. Dovremmo quindi avere la maturità di pensare a questi attori non solo nel loro ruolo principale, nella formazione e nella ricerca, ma anche in quanto organizzazioni datoriali decisive sia per quanto riguarda l’impiego locale sia per quanto riguarda la politica territoriale, la crescita e lo sviluppo. Certamente, in un quadro di sviluppo capitalistico che predilige la rendita e la valorizzazione economica dei suoli, le università si fanno attori economici di questo meccanismo.


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Giovanni Semi è professore associato di Sociologia all'Università di Torino. Nelle sue ricerche si è occupato di fenomeni migratori, mutamenti della struttura sociale italiana e trasformazioni urbane. Tra i suoi ultimi lavori per Il Mulino Gentrification.