L'Università del Pnrr: nuove opportunità? (Seconda parte)

Saperi e linee di sviluppo


Continuiamo nella pubblicazione delle trascrizioni del seminario L’Università del Pnrr: quali opportunità? organizzato da alcuni studenti dell’Università di Bologna, Dopo le considerazioni generali pubblicate nella scorsa occasione (https://www.machina-deriveapprodi.com/post/l-universit%C3%A0-del-pnrr-nuove-opportunit%C3%A0-prima-parte), nel secondo appuntamento si è discusso con Giliberto Capano (professore ordinario all’Università di Bologna di Scienza Politica ed Analisi delle Politiche Pubbliche) e Francesco Antonio Maturo (professore ordinario all’Università di Bologna e Coordinatore del Corso di Dottorato in Sociologia e ricerca social ) rispetto ai «saperi» e alle direzioni su cui il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza spinge maggiormente. Le domande poste dagli studenti sono le seguenti: verso quali saperi si indirizzeranno gli investimenti del Pnrr? Quali profili professionali vengono creati per il mercato del lavoro? Si può parlare di discontinuità rispetto alla storia delle politiche universitarie? Si può parlare di un processo di impoverimento dei saperi? Crediamo che le risposte dei relatori siano particolarmente interessanti perché colgono e analizzano i processi da un punto di vista, per così dire, «ufficiale», ovvero quello di chi si interroga sulle riforme e sui cambiamenti dell'Università a partire dalla propria internità.



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Giliberto Capano

Mi capita di parlare di Università in contesti in cui non si sa come essa esattamente funzioni, molto spesso anche i colleghi non lo sanno. Bisogna contestualizzare le domande. Se si dice che i fondi del Pnrr determineranno un’inversione di rotta, bisogna prima rispondere al quesito: inversione di rotta rispetto a che cosa? A chi? Di solito si risponde rispetto a come funzionava prima, quindici o venti anni fa. Ma prima funzionavano meglio? Tolto il fatto che c’è stato un disinvestimento netto a partire dalla campagna elettorale del 2008, con la vittoria del centrodestra (per togliere l’Ici sono stati fatti tagli del 20% nel settore universitario), un’età dell’oro non è mai esistita. Se si vuole contestualizzare il Pnrr e l’Università bisogna farsi una domanda di base.

A che cosa serve l’Università? Noi abbiamo idea che essa sia sempre esistita e abbia sempre fatto le stesse cose. È la seconda istituzione per anzianità (dopo la Chiesa) e, come tutte le istituzioni sociali che persistono nel tempo, è cambiata. Non esiste un modello del passato a cui tornare, l’Università è entrata in crisi tra il Cinquecento e il Seicento, Napoleone la ha abolita e ha creato le scuole politecniche. Le prime facoltà che vennero create sono medicina e giurisprudenza, altro che libertà. Sono due saperi tecnici, professionali. Attenzione all’idea che abbiamo di Università, quella dell’istituzione che fa ricerca deriva dall’Ottocento. Chiediamoci prima a cosa essa serva. Perché gli studenti si iscrivono? Cosa vuol dire politiche neoliberiste? L’Università si dice che serve a fare ricerca, ma è solo una delle due funzioni storiche (a cui se ne aggiunge una terza). Ma la ricerca si è sempre fatta anche fuori da essa e lo si fa ancora oggi anche fuori. Le accademie servono per fare ricerca libera, ovvero di base, fuori è applicata.

La didattica per fare cosa? Nelle società dell’Ottocento e Novecento la funzione didattica era quella di formare le élite di un paese. Fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale era questa la funzione, poi c’è stato il processo di democratizzazione e massificazione dell’istruzione secondaria. A quel punto non doveva solo formare le élite del paese, ma anche contribuire ad aumentare la qualità e la quantità del capitale umano della società. Non necessariamente creare élite e offrire un’istruzione di massa vanno di pari passo.

Poi arriva la terza funzione: si chiede alle Università di diventare motore di sviluppo economico e sociale di una comunità. Inversione di rotta rispetto a quale funzione? Come tutte le istituzioni basa i suoi comportamenti su valori coesistenti e non sempre facili da rendere coerenti: eccellenza e uguaglianza, autonomia e responsabilità. E il tutto deve essere efficiente. La gran parte dei fondi per gli atenei nella gran parte dei paesi del mondo vengono dalla collettività, che pretende che il sistema sia efficiente. Dimenticatevi Giappone e Usa, nella gran parte dei paesi occidentali paga la collettività. L’ Italia è terza tra i paesi europei se si considera il rapporto tra soldi pubblici e aggregato delle contribuzioni studentesche (quanto mette lo Stato in relazione a quanto paga lo studente). Ci sono gli olandesi, gli inglesi e poi gli italiani. Il 75/80% dei costi è pagato dalla collettività. Queste funzioni sono state messe in crisi dalla massificazione (l’Italia ha trovato una pessima soluzione a questo problema). Se si prendono i dati dal 1960 al 2000 (considerando che dal ’60 circa inizia l’apertura degli accessi e nel 2000 inizia il 3+2), il 60 % degli iscritti non si è mai laureato, causando uno spreco mostruoso di risorse pubbliche e individuali. L’Università italiana non aveva ancora messo a posto il problema della massificazione (il sistema del 3+2 è un modo improprio per risolverlo), quando sono arrivate nuove sfide: globalizzazione e internazionalizzazione, competizione tra paesi per attirare gli studenti. L’Australia aveva come quarta voce di entrata del sistema economico gli studenti stranieri che si iscrivono negli atenei australiani (dati pre-covid). Spesso il 40 % delle entrate di alcuni atenei erano di studenti asiatici che andavano a studiare in Australia. Oggi c’è anche maggiore competizione sulla ricerca e ci sono tanti istituti pubblici e privati. Ora anche i grandi Microsoft e Google che vogliono fare le loro Università. Decine di milioni di persone frequentano ormai i corsi online. C’è la sfida sull’istruzione permanente o life long learning. Già adesso alcuni paesi asiatici hanno imposto ai propri atenei degli accordi in vista di un calo demografico. Lo Stato continuerà a finanziarle se loro garantiscono un’istruzione permante ai laureati. A Singapore quando ti laurei sai che per 20 anni potrai fare corsi di aggiornamento gratuiti. Il nostro trend demografico mostra che, se le cose non cambiano e se rimane costante la quota di maturati propensi ad iscriversi all’Università (oggi pari al 60 %), tra 20 anni ci saranno il 30 % di iscritti in meno e alcuni atenei chiuderanno. Altra sfida è la rilevanza rispetto alla società, prima non dovevano giustificare cosa facevano.

Dunque: inversione di rotta rispetto a che cosa? Il Pnrr ha una visione per mettere insieme tutte queste sfide? Il sistema universitario italiano è da decenni in ritardo soprattutto su una cosa: la rilevanza nei processi socioeconomici, ed è quindi su questo che si incentra il Pnrr. Da due tabelle che mostrano come verranno allocati i soldi si capisce qual è, legittimamente, la ratio del Pnrr. Agli Its andrà 1 miliardo e mezzo; per l’orientamento attivo 250 milioni; per gli alloggi quasi un miliardo; mezzo miliardo per le borse d’accesso all’ Università; mezzo miliardo per didattica e competenza; 400 milioni per dottorati; 400 milioni per dottorati di ricerca innovativi. I soldi vanno spesi entro sei anni. Guardando alla ricerca: 6 miliardi per modelli innovativi per ricerca di base e applicata. Per la ricerca di base ci sono 1.8 miliardi (non è dunque vero che non ci sono soldi per la ricerca di base). Grazie al Pnrr gli studiosi vedranno una quantità di soldi come mai visto in 30 anni. Ci sono 600 milioni per giovani ricercatori (sempre ricerca di base) e poi c’è l’applicata. Su 11 miliardi sicuramente c’è molta ricerca applicata ma ci sono anche molti fondi per la ricerca di base. L’Italia non ha mai visto tanti soldi come negli ultimi bandi. Qual è la logica? In questo paese vogliamo sempre che ci sia una visione complessiva!

Ci sono tre problemi che il Pnrr cerca di affrontare: innanzitutto la capacità di formare capitale umano altamente istruito. C’è infatti un tentativo di ampliare il canale terziario professionalizzante (Its). Questa è un’idea intelligente. L’Italia è uno dei pochi sistemi al mondo nei quali dopo la scuola secondaria c’è solo l’Università. La metà dei belgi e degli olandesi, invece, ad esempio, frequenta Università applicate. Stessa cosa per il 20 % dei tedeschi. Nel mondo occidentale sono cinque o sei i paesi che non prevedono altro oltre l’Università. Nel tentativo di moltiplicare il numero di persone che vanno agli Its e per ampliare il canale professionalizzante, si investe un miliardo e mezzo. Ma si vuole solo raddoppiare il numero da 5000 a 10000, il che è davvero poco. Si prevede poi di fare orientamento alle superiori. Ma il problema della bassa propensione a iscriversi agli studi post-secondari viene affrontato con pochi soldi, perché la maggior parte vanno a rendere la ricerca internazionalmente competitiva e a colmare il gap della ricerca universitaria nel contribuire allo sviluppo economico del paese. Negli ultimi 25 anni si è tentato di rendere l’Università più sensibile allo sviluppo economico del paese, ma i vari tentativi hanno fallito. Ma nel Pnrr si dice chiaramente di investire in tal senso, ciò è una scelta politica che viene fatta soddisfacendo il vero interesse che gli atenei hanno: l’incremento del Ffo (pacchetto di soldi pubblici che vengono dati all’Università ogni anno). Guardando alle previsioni di bilancio approvate del Parlamento, nel 2026 vi sarà un incremento di 865 milioni del Ffo per assunzioni e promozioni. Ciò è una precisa strategia politica. L’ Università italiana non ha mai avuto tanti soldi per assumere e promuovere i propri interni, in cambio si vuole che si investano energie per contribuire allo sviluppo del paese. Lo scambio è abbastanza chiaro. Se guardiamo a come si è sviluppata l’istituzione italiana si vede che l’obbiettivo è sempre stato quello di avere più soldi per alleviare la pressione interna, il Pnrr non a caso è stato disegnato fuori dal circuito universitario (anche se con l’accordo dei rettori). Se noi pensiamo alle riforme (il Pnrr ha 6 macro-temi ciascuno diviso in riforme, soldi e investimenti), mentre in molti settori le riforme previste sono importanti, quelle previste per le Università sono di piccola taglia: introdurre l’orientamento, la riforma del dottorato già preparato dal governo precedente, togliere gli esami di stato (come è stato fatto per medicina durante il covid). Dal punto di vista delle riforme c’è poco. Il Pnrr non è molto interessato ai saperi delle Università ma dice loro di far da sé con la riforma delle classi di laurea. Il vero problema è riempire il gap di essere motore socioeconomico rispetto ad altri paesi. Le Università non hanno voglia e non sono preparate a ciò, in questa partita sono viste come attori conservatori che vogliono continuare a fare ciò che hanno sempre fatto. Dunque: lo Stato mette soldi, ma in cambio bisogna colmare questo gap. Non c’è una grande visione, non si guarda avanti e alle sfide del life long learning e alla competizione su ricerca e didattica, ma si sta parlando di tantissimi soldi da investire in 6 anni e quindi legittimamente i decisori hanno scelto di colmare questo gap.

Il fatto che i soldi ci siano non vuol dire che le riforme verranno attuate… E qua inizia tutto un altro discorso. Verso quali saperi? Perché abbiamo questa strana idea che sia il centro a decidere dove vanno i saperi? Le Università italiane hanno molta più autonomia di quelle di altri paesi. Perché leggiamo il Pnrr come un vincolo e non come un’opportunità? Dove sta scritto che necessariamente i progetti applicati riguardano solo i corsi Stem? C’è il tentativo di spingere verso una visione olistica della ricerca. Dove sta scritto che per definizione la ricerca applicata possa essere fatta solo da alcune discipline? Gli investimenti vanno in ricerca, lo spazio per rafforzare e incentivare i saperi c’è, ma non è lo Stato a decidere quali saperi. La vera sfida del Pnrr è che dalla ricerca applicata vengano fuori persone qualificate di alto livello che vadano a lavorare nel sistema economico. Anche i dottorati innovativi non servono per formare persone che facciano solo ricerca, ma per formare persone che, ad esempio, diventeranno quadri nella PA. Ha un suo senso. Questi soldi implicano anche ricerca di base in cui ci si aspetta che si diano dei risultati che si possano applicare. Cosa c’è di sbagliato? Io non credo che i saperi si stiano impoverendo. Le Università sono baluardi dei saperi, anche di quelli più deboli dal punto di vista applicato. Non è lo Stato che dice che la filosofia non conta più nulla, i saperi dipendono da cosa fa l’Università. Deve essere chiaro quale sia il disegno del PNRR. Ma bisogna chiedersi anche cosa ci si aspettava. Aumentare il numero di iscritti all’Università? Sì, ma bisogna ricordarsi che all’Università di Bologna il 50% degli iscritti o non paga tasse o le paga molto basse. La propensione ad iscriversi all’Università dipende da più fattori e non solo dalle tasse: che scuola si è fatta, la famiglia etc. Tutti i dati dicono che non è rendendola gratis che aumentano gli iscritti, la scelta di farla è costruita dal contesto in cui si è vissuti. Ora si danno soldi alle Università e si chiede cosa siano capaci di fare. Temo che non tante saranno in gradi di cogliere la sfida, dipende da come sono gestite al loro interno. Tutto ciò non risolve il serio problema delle Università: la progressiva differenziazione tra Nord e Sud del sistema universitario che si sta allargando. Il Pnrr prevede che il 40% delle risorse debbano andare al Sud, di più non poteva fare. Il vero punto è che forse dovremmo anche chiederci se davvero le Università saranno capaci di usare il Pnrr come opportunità e se, soprattutto, dalla società verranno le giuste richieste alle accademie, che non sono delle campane di vetro, ma sono lo specchio delle società in cui stanno. Nel rapporto tra governo che mette i soldi, pressione della società e Università che hanno le competenze, per quest’ultimo attore può essere l’opportunità di dimostrare che alcuni saperi (che potrebbero sembrare inutili) possono diventare utili. È una sfida per i così detti «saperi deboli» per dimostrare che non solo hanno senso in sé, ma che possono anche servire.


Francesco Antonio Maturo

Anche io credo che il Pnrr vada visto più come un’opportunità, per quanto ci siano degli aspetti criticabili. Mi concentrerei di più su ciò che fa, rispetto a cosa non fa. Nell’ambito della missione 6 che riguarda la salute, c’è la creazione di team multidisciplinari di medici con servizi sociali e attività di prevenzione. Questo è un primo esempio di come certi saperi apparentemente distanti e teorici (ad esempio la sociologia e le scienze sociali) possano trovare una collocazione che le valorizzi. Spetta anche a noi docenti e ricercatori cercare delle vie nelle quali essere propositivi, proattivi e fornire un valore aggiunto a delle discipline che apparentemente ripudiano le scienze sociali (ad esempio la medicina). Abbiamo visto quanto alcuni aspetti nella medicina siano importanti come la comunicazione, ma anche l’epidemiologia è più vicina a una scienza sociale che alla medicina. Un primo effetto del Pnrrr è l’attenzione al territorio e alla comunità. È qua che le scienze sociali possono dire molto e bisogna essere creativi nell’adattarci. Parlando di inversione di rotta, io ho pensato che si parlasse di neoliberismo e di un certo modo di intendere l’Università. A mio avviso alcuni aspetti dell’internazionalizzazione sono benefici. Prima c’era la lezione distante dagli studenti, con citazioni in greco e latino che riflettono un’idea elitaria che non rimpiango. L’internazionalizzazione ha imposto la standardizzazione nella scrittura accademica, copiando da quella medica. Molti l’hanno vista come un’imposizione. In realtà è imparare a comunicare e ad esporre le proprie idee in maniera semplice e comprensibile. A lungo si pensava che scrivere in maniera oscura volesse dire essere profondi e brillanti. Una piccola prevalenza verso le discipline Stem c’è, è chiaro. Lo sviluppo economico viene spinto più da queste discipline. È a livello di Università che c’è più una certa ritrosia ad includere le scienze sociali. Ci sono questi cinque centri nazionali che stanno nascendo (hub) che non hanno niente, almeno apparentemente, di scienze sociali: simulazione calcolo e analisi dei dati, agri tech, sviluppo terapie geniche, mobilità sostenibile, biodiversità. Ognuno avrà 200/400 milioni. Ho fatto due tentativi per infiltrarmi in maniera creativa. Il terzo (quello dello sviluppo delle terapie geniche) probabilmente sarà a Padova, ma Bologna cerca di contribuire al centro e ricevere finanziamenti. Ho chiesto se ci fosse spazio per scienze sociali e mi hanno detto di no. Con alcuni colleghi delle Università di Padova e Torino, abbiamo costituito un gruppo per proporci come esperti all’hub di Padova. Ci hanno illuso per qualche settimana e poi niente da fare. Va bene essere creativi e adattarsi, le scienze sociali hanno delle grandi risorse per collocarsi nel Pnrr, ma alcuni aspetti geneticamente sono respingenti verso alcune discipline, mentre altre più arcaiche fanno più fatica. Verso quali saperi? È detto chiaramente, sono le Stem. Ma è il caso di tentare di essere creativi. Prendendo la missione 4 (istruzione e ricerca), questa nasce da varie considerazioni a cui il piano cerca di dare una risposta: solo il 28% dei giovani tra i 25 e 34 è laureato (contro una media Ocse del 44%), inoltre c’è un mismatch tra istruzione e richieste del mercato del lavoro, basso numero dei ricercatori, perdita di talenti, limitata integrazione dei risultati della ricerca nel sistema produttivo. Questi sono alcuni dei presupposti da cui nascono questi investimenti. Sull’inversione di rotta, l’Università ha già la tendenza a combinare aspetti aziendali con un aumento della burocrazia nell’ambito del suo sviluppo. Si cercano sia una maggiore efficienza che una grande produzione di dati. Ai docenti si richiede di essere versatili in aspetti amministrativi che poco hanno a che fare con la ricerca: da un lato è magnificato l’impegno nelle pubblicazioni internazionali, dall’altra la figura del docente si è trasformata e sono tante le incombenze amministrative che distolgono da cose che potrebbero fruttare molto. Vengono costruiti indicatori, veniamo misurati. Non è che io sia contrario alla valutazione ma, come diceva Churchill, certe volte ci sono le mezze menzogne e le statistiche. Non è sempre oggettivo quello mostrato dai numeri. Gli indicatori dicono cose diverse in base a come sono costruititi e nel processo di reclutamento io sarei per una maggiore responsabilizzazione dei dipartimenti e un minor controllo sulla valutazione di quanto fatto in tanti anni. Ne pagherà il dipartimento se una persona non è produttiva. In Italia si è ossessionati dai certificati. Una cosa che mi ha preoccupato ascoltando persone che parlavano della missione 6, è che ci saranno tante risorse da spendere entro il 2026, ma tante iniziative hanno bisogno di un flusso di soldi costante. È bello assumere e fare una casa della salute, ma poi bisogna continuare a pagare, un po’ sono preoccupato per la spesa pubblica. A un certo punto i nodi verranno al pettine. Partecipando alle riunioni sui partenariati (ovvero reti diffuse tra università ed enti pubblici e privati che faranno ricerca su 15 temi, io mi occupo di invecchiamento), ancora non è chiaro se alla fin fine parteciperanno tantissime università e docenti e se i finanziamenti si distribuiranno su tante entità e atenei che li riverseranno ai dipartimenti. Alla fine, l’aspetto più ghiotto è quello dell’aumento del Ffo e delle borse di studio e non tanto quello dei partenariati.