L'ultimo immaginario (1)



Una «vita nova» collettiva, solidamente ancorata alla natura animale del legame sociale, è apparsa; per poi rapidamente diffondersi fin negli interstizi più improbabili dello scambio e della comunicazione sociale. Queste nuove forme di vita collettiva hanno più di un’analogia con le forme biologiche, in primo luogo l’autonomia, cioè la capacità di produrre desideri di natura tale che il loro appagamento sia reale, cioè sensualmente esperibile.



La gente era tanta, a mucchi come covoni, un tempo, prima della mietitrebbia, sui campi assolati – e mano a mano che le giornate giravano, i gruppi si spostavano. Si poteva immaginare di essere dentro un technicolor di battaglie campali nei secoli dello Stato assoluto: un continuo movimento di masse – e ciascun gruppo si portava dietro carriaggi e tende, strumenti musicali e rudimentali arnesi.



Gli spostamenti delle bande erano accompagnati da un alone di polvere – sicché potevi pensare si trattasse di reggimenti, fino a quando non ti arrivava il profumo orientale di quel fumo, a fiotti. Potevi immergerti in una specie di matassa colorata, avvolgente, tanto densa di desideri quanto scevra di tabù. La gente fumava, faceva all’amore, ascoltava musica, trascorreva dolcemente il tempo nel ritrovarsi, nel sentirsi unita. Ombre leggere alla ricerca di un tempo e di un corpo collettivi.



Lo stupore era la prima reazione che provavi – era dunque vero che in quegli anni la resistenza e il rifiuto avevano creato questo potenziale di liberazione. L’emozione si confermava non appena coglievi la predominante condizione proletaria come stile vincente. Un sacco di fenomeni cosiddetti sociologici erano lì, in bella vista, e non avevano più nulla di quelle un po’ infami, un po’ eccentriche caratteristiche mercantili nelle quali le descrizioni scientifiche li traducono.



Qui non v’era nulla di eccessivo – nulla che non potesse essere riportato all’umano. Era in realtà un carnevale di poveri – a differenza del carnevale non riusciva tuttavia a risolversi nella ritualità, a esaltare e ad annullare i comportamenti nell’eccezione – era un carnevale che consapevolmente si voleva liberazione. Forse, allora, più simile ai misterici riti ellenici che al carnevale cristiano.



Un’altra emozione che ti colpiva era di conoscenza. Un corto circuito tra miseria del nuovo proletariato e la forma altissima della sua composizione intellettuale, un gioco che compensava la miseria nella intelligente moltitudine. Ma si dava davvero specifico godimento di questa intellettualità? No. Era e rimaneva un cortocircuito. La verità della liberazione non può solo riposare sul particolare. L’intensità del desiderio si tendeva. La nuda fanciulla danzante proponeva se stessa come grazia e speranza ma il desiderio non si placava nell’artificialità e nella convenzione.



Droga, musica potevano essere un sovrappiù. Cominciavi a respirare irrequietezza. Ricerca del corpo collettivo e insieme rivolta del corpo. Ti accorgevi, poco a poco ma con quella razionale certezza che filtra dalla massa di mille percezioni sensibili, che quanto avveniva era il disegnarsi di una tempesta in un cielo limpido – ché prima senti nell’aria e nei nervi e nei muscoli il maltempo che s’addensa, poi vedi improvvise le nubi cumularsi.



I media ripetevano la minaccia: rimanete nel ghetto. Di fatto, superare le transenne imposte significava entrare in un altro mondo – ma è ben vero che in quest’imbuto si travasava quello che era già fermentato, che le coscienze s’erano trasformate e che la loro potenza già pulsava. Rifondazione dei corpi. Una moltitudine stupefatta, nuova e selvaggia.



Erano mesi ormai che all’appropriazione nel supermercato seguiva quella nel negozio di lusso, che l’autoriduzione delle bollette telefoniche, dei trasporti, della luce e dei biglietti degli spettacoli si accompagnava all’occupazione di case, che le ronde di intimidazione contro i padroncini del lavoro nero costruivano cammini di ricomposizione sociale e di lotta politica del nuovo proletariato diffuso, che le piazze dei fascisti e degli spacciatori erano ripulite. Nelle scuole era ricominciata l’agitazione, le comunità di fabbrica e di quartiere si ritrovavano nei coordinamenti operai e territoriali. La trafila delle lotte non riesci più a seguirla.



Quella incredibile circolazione di lotte si accompagnava a un salto nel costume associativo – nascevano nuove forme familiari e nuove figure di aggregazione sociale. Quanto il movimento femminista aveva seminato come critica e dissolvimento riappariva come coscienza e comportamento. Toccando la vita intera, il nuovo aveva uno spessore che sapeva d’antico. Si entrava in un’epoca nuova dove il paradosso consisteva nel fatto che l’immediato si presentava come valore e dove il valore si presentava come collettivo, potenza, speranza. La verità era un’essenza pre-riflessiva, una libera disseminazione di vita.



Quel passaggio aveva una risonanza centrale nella vita degli individui. Il personale è politico. Interpretazioni intimistiche e disfattiste, liriche e miserabili si susseguono. Ma tante sono, tante s’estinguono – un lampo senza tuono. Il personale è politico perché la persona e i suoi valori immediati sono trascinati in una funzione collettiva, responsabilmente collettiva, e là solamente è dato godimento – godimento collettivo del personale, non rappresentazione, non mediazione, non istituzione bensì immediatezza collettiva.



La creazione è prima di tutto piacere di se stessa – conclusivamente, poi, deve manifestarsi quale godimento dell’essere – ma noi al settimo giorno non eravamo certo giunti, né il riposo della conclusione ci era concesso. La superficie avrebbe dovuto scoprire il proprio formarsi come macchina desiderante, come macchina da guerra, potenza – si sarebbe detto da lì a poco.



Si insisteva a dismisura sulla necessità di restaurare il personale come dimensione correttamente dislocata nel collettivo – e i vecchi compagni reduci da tutte le battaglie, forse più di altri e comunque meno ingenuamente, erano a questa costruttiva autocritica disposti. Ma nel momento stesso nel quale questa trasformazione individuale si realizzava, proprio i più vecchi e consapevoli compagni ponevano il problema dell’ulteriore progetto. Ché, se non si definiva quel nostro vivere sarebbe stato solo episodio di astratta seduzione. E non potenza. E non antagonismo.



La droga pesante era proibita. L’ero si collocava proprio sul vuoto del problema irrisolto: era insieme la più alta costruzione del desiderio e la segnalazione della negatività assoluta di ogni pretesa – quando il cammino del desiderio non fosse stato collettivo, pratico, reale. L’ero era l’immaginazione che, nell’esigere il dovuto, negava il problema, dissolveva il collettivo. L’eroina era la nostra angoscia. Dal personale al collettivo correva un unico percorso, la nostra angoscia dobbiamo trasformarla in un più alto godimento del progetto.



Sfruttamento è il contrario di felicità, sfruttamento è uguale ad angoscia. Non s’intende l’angoscia senza intendere lo sfruttamento. Ma la distruzione dello sfruttamento è la liberazione del lavoro –realisticamente, in questa condizione è rifiuto del lavoro. Rifiuto del lavoro è nuova produttività. Ma dove sta, qui e non domani, qui, su questo punto, un progetto da percorrere, una speranza da vivere?



Sull’ottimismo di una ragione che può affermare la virtù e scoprire l’ignoto si basa tutto il movimento, insieme, della sovversione e della trasformazione. No future è il destino – il destino che loro, i padroni, vogliono imporci – ma il destino può essere modificato dalla forza dell’intelligenza alternativa. La fondazione del nuovo soggetto rivoluzionario non è dunque genericamente togliere l’angoscia ma determinarla nella potenza di un nuovo progetto.