L’Ucraina è lontana, vista dall’Asia



Le lenti dell’Asia – almeno nella porzione orientale del continente – vedono diversamente la guerra in Ucraina. Le posizioni riflettono un’articolazione marcata, una pluralità di dichiarazioni, un uso retorico di espressioni eccessivamente semplificate. Non esiste una linea unanime, se non quella intrisa di richiami al negoziato, alla salvaguardia delle vite umane, all’auspicio della pace. Tutti sono preoccupati, ma le sfumature delle posizioni rilevano un’inconciliabile varietà di interessi.


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La Cina non ha certamente rinnegato il suo allineamento alla Russia. Le responsabilità dell’attacco appartengono agli Stati Uniti e alla Nato, afferma senza timore il Ministero degli esteri a Pechino. Si tratta di amicizia, asse, alleanza, fratellanza? I concetti sono ormai intercambiabili, come in un telegiornale qualsiasi. Verosimilmente, Mosca e Pechino stanno privilegiando la loro convergenza di interessi. Quello prevalente è trarre vantaggio dal declino statunitense. Entrambe le capitali ritengono che Washington stia perdendo l’incontrastata egemonia che detiene dalla caduta dell’Urss. Ne sono testimonianze il ritiro dall’Afghanistan, il sostanziale disimpegno dal Medio Oriente, la debolezza della Casa Bianca. L’inefficacia dell’Europa – imbelle e divisa – completa il quadro. Dopo anni di sconfitte politiche e di vittorie militari, Putin ha rischiato l’avventura di una guerra quando la riteneva relativamente più agevole. Al momento – se non si presentano esiti imprevedibili e più sanguinosi – Pechino non può che assistere agli eventi. Spera di allentare la tensione con gli Stati Uniti, sfuggendo al ruolo di suo primo nemico. Non è in grado tuttavia di rinnegare la vicinanza con Mosca. La legano vincoli geografici, energetici e merceologici, militari. I due paesi non sono tradizionalmente amici: entrambi troppo grandi, nazionalisti, orgogliosi, pregni di storia e cultura. Anche durante il blocco socialista le tensioni ideologiche – con l’Urss revisionista e la Cina che incarnava l’autentico marxismo-leninismo, secondo il Maoismo del secolo scorso – nascondevano rivalità senza possibilità di ricomposizione. Le guerre di confine sul fiume Ussuri del 1969 apparivano inspiegabili ai militanti comunisti di allora, una ferita in un blocco comunista che in Asia stentava a consolidarsi. Dieci anni dopo lo confermavano l’invasione vietnamita della Cambogia – per mettere fine ai massacri di Pol Pot – e la conseguente ritorsione cinese contro Hanoi. Dove era finito l’internazionalismo proletario, dove la Guerra fredda tra capitalismo e socialismo? La situazione in Asia appariva maledettamente più complicata, l’analisi paradossalmente più complessa. La sovrastruttura faceva sentire il suo peso, un mantello di religioni, etnie, linguaggi, credenze che non potevano essere ricondotte alle differenze di classe o al conflitto tra capitale e lavoro.

La guerra in Europa appare lontana per gli amici degli Stati Uniti, perfino per chi dovrebbe schierarsi contro Mosca senza esitazioni. L’India si è astenuta all’Onu sulla condanna della Russia. Non vuole consegnarla nelle mani di Pechino, il nemico storico di Delhi. Il suo arsenale è russo, così come i suoi armamenti, dai sottomarini alle munizioni. Stretta tra Cina e Pakistan – nella guerra sul tetto del mondo tra Karakorum e Himalaya – teme di non aver accesso agli acquisti militari. Non può metterli in gioco per schierarsi con un paese – l’Ucraina – che a stento sa collocare sulla carta geografica. Non è la sola. Anche i più fidati alleati di Washington, Seul e soprattutto Tokyo, non si spingono oltre la condanna formale o l’imposizione di sanzioni non strategiche. Avrebbero ottimi motivi per rispolverare il risentimento anti-russo. La Corea del Sud certamente non ha dimenticato l’appoggio di Stalin a Pyongyang nella guerra civile della penisola, il Giappone l’occupazione russa della Isole Kurili alla fine del conflitto mondiale. Ancora oggi la pace non è stata firmata, né tra le due Coree, né tra Giappone e Russia. Eppure le tensioni vengono sopite, le questioni di principio smussate, si trova rifugio nelle frasi di circostanza, quelle che non impegnano, non conducono a nuovi rischi. Perfino l’Australia, regolarmente allineata con gli Stati Uniti nelle questioni internazionali, ha espresso comprensione per la prudenza indiana, nelle parole del suo Primo Ministro Scott Morrison: «Tutte la nazioni hanno differenti livelli di confronto con la Russia, così come nella nostra regione, e io li rispetto».

Probabilmente il conflitto risulta incomprensibile. Molti polemologi cinesi sostengono che le guerre in Europa siano civili, cioè combattute dagli stessi popoli, dentro i medesimi confini. Siamo abituati a pensare che l’ultima guerra mondiale sia iniziata per Danzica nel ’39 e finita con la bandiera rossa sul Reichstag nel maggio ’45. In Asia la guerra è iniziata nel ’37 con l’occupazione di Shanghai e il massacro di Nanchino da parte del Giappone e finita con la sua resa ad agosto ’45 dopo le bombe su Hiroshima e Nagasaki. Come si fa a stabilire chi abbia ragione? È un’operazione sensata, redditizia? Dal 1905 l’Europa, l’intero Occidente, non sanno rispondere a queste domande. In quell’anno il Giappone si affermò sulla Russia nella guerra per il controllo della Manciuria e del nord-est asiatico. Per la prima volta nella storia una nazione asiatica sconfisse una potenza europea. Dopo aver inflitto secoli di umiliazioni, il Vecchio continente non riusciva a imporre la sua volontà, vinto da una forza superiore e meglio organizzata. Il seguito è stato costellato da affrancamento dal giogo coloniale e imperialista: la nascita di nuovi Stati, la liberazione dell’Indocina, l’affermazione della Cina. Le capitali europee rimanevano distanti, estranee, spesso ostili. Ancora oggi, non c’è coscienza sufficiente per impelagarsi in questioni di interesse derivato, dannatamente difficili da capire.

Nel sud-est asiatico, la parte più esotica ma meno industrializzata dell’Estremo oriente, permane il cardine della politica estera: la non interferenza negli affari interni di un paese. Ovviamente siamo in presenza di un attacco militare ad un’altra nazione, quindi la condanna è inequivocabile, ma le sanzioni non vengono applicate e il flusso di merci, capitali, armamenti non viene messo in discussione. Non potrebbero farlo i regimi militari di Myanmar e Tailandia, i governi di Vietnam e Laos memori dell’aiuto sovietico, le cancellerie di chi ha ancora bisogno di collaborazione per sconfiggere il sottosviluppo. Se c’è un equilibrio che impegna l’Asia sud-orientale è quello tra Cina e Stati Uniti. È vitale per garantirsi il traino economico di Pechino e la sicurezza offerta da Washington. Anche in questo caso, Mosca è utile, Kiev è lontana.

Prevale dunque il pragmatismo, la ricerca di soluzioni negoziali, la marginalizzazione di posizioni di principio. L’ambizione generalizzata – soprattutto per la Cina e per i paesi in via di sviluppo – è il mantenimento del binomio stabilità-crescita: governi forti, repressione del conflitto, difesa delle frontiere, controllo della forza lavoro. Rappresentano le calamite degli investimenti stranieri, ancora necessari per sconfiggere l’arretratezza. È difficile immaginare che le multinazionali smettano di deindustrializzare i propri paesi, rivolgendosi ad altri, soltanto perché questi ultimi non hanno condannato la Russia.

In questa cornice, è possibile una mediazione cinese tra Russia e Ucraina? Dipende (come sempre), ma appare molto difficile. Se il valore della mediazione scende verso accezioni meno impegnative (facilitazione, ruolo, dialogo, multilateralismo) è ragionevole immaginarla. La Cina ne ricaverebbe un palcoscenico e un trampolino. Laddove invece si trattasse di un intervento diretto (e ovviamente in assenza di colpi di scena) la sua praticabilità appare bloccata almeno per quattro motivi.


1) Nella terza settimana del conflitto, il bastone del comando è ancora in mano a Putin. I tentativi diplomatici sono falliti, il terreno di battaglia risuona di colpi e di bombe. È ancora tempo di generali e non di ambasciatori. La Russia vorrà negoziare da posizioni di forza e deve ancora completare la conquista territoriale.

2) La Cina è troppo forte, grande, schierata, interessata, per proporsi come neutrale. Per una mediazione sono indicate figure di alto prestigio – politiche o religiose – oppure paesi democratici, rispettosi dei diritti umani, esperti nel gestire situazioni complesse.

3) Pechino non ha la duttilità sufficiente. È abituata a misurare i rapporti di forza, tende a pensare che la trattativa sia un cedimento. Preferisce i rapporti bilaterali, dove fa leva sulle sue dimensioni. Vede le concessioni come una sconfitta; è questo probabilmente il suo limite più evidente. Un grande paese è stato finora sostanzialmente ai margini della scena internazionale.

4) Non le sarà concesso il prestigio di uscire rafforzata laddove la negoziazione avesse successo. Le cancellerie nemiche di Pechino non sopporterebbero un’affermazione plateale della Cina dopo averla attaccata negli ultimi anni. Per evitare il rischio, si opporrebbero al suo incarico prima di affidarglielo.


La conclusione del conflitto sembra lontana, i suoi esiti incerti e drammatici, ogni limite non appare più invalicabile. Di fronte a questa tragedia – e alla difficoltà di contenerla – l’Asia e la Cina potrebbero svolgere un ruolo di pace e di progresso comune. Rimane uno spiraglio di fiducia che proprio da quella parte del mondo non si è mai chiuso: paesi nemici, animati da indimenticabili rancori, hanno deciso di accantonarli, di crescere cioè senza il clangore delle armi. Questa esperienza, seppur complicata e contraddittoria, poteva essere usata. Sfortunatamente il Vecchio mondo non ha avuto voglia di imparare. Ha lavorato invece per convertire quei luoghi in titanici opifici globalizzati, utili per produzione e consumo; una scelta che i governi asiatici hanno trovato utile e ineludibile. Finora, non hanno avuto la forza di contrastarla, soltanto di volgerla a proprio vantaggio.


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Romeo Orlandi. Economista e sinologo, è Vice Presidente dell’Associazione Italia-Asean e Presidente del think-tank Osservatorio Asia. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all'Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull'economia dell'Asia Orientale in diversi Master post universitari. Fa parte di numerosi centri studi ed è relatore a conferenze nazionali e internazionali. Ha vissuto e lavorato a Los Angeles, Singapore, Shanghai e Pechino. Collabora a quotidiani e riviste specializzate. È autore di numerose pubblicazioni – di saggistica e narrativa - su Cina, India, Vietnam, Indonesia, Singapore, Cambogia e Malesia