L’anticapitalismo imperfetto

Considerazioni sull’ultimo libro di Giorgio Galli, e altro



La vita con Giorgio inizia dal libro Tra me e te per l’artista Ettore Spalletti. Forse il titolo ha influito. Era appena caduto il muro di Berlino, un evento non previsto dalla scienza politica, né dai servizi segreti, che è stato lo spunto per riflettere sull’imprevisto che ci si aspetta dall’arte. Temevo di essere stata imprecisa. Avevo rincontrato Giorgio, che conoscevo da tempo, attraverso l’amica Valentina D’Urso, gli ho chiesto di leggerlo prima di consegnarlo all’editore e di darmi un suo parere.

Il 2 febbraio 1990 ci vediamo, condivide quello che ho scritto. Galeotto fu il libro. Non ci siamo più lasciati.

Oggi nel suo, L’anticapitalismo imperfetto, trovo lo spunto per descrivere il sistema globale dell’arte e delle aste internazionali.

A marzo scorso a New York un quadro di Jackson Pollock è stato venduto per 55 milioni di dollari. Il 9 luglio 2021, a Londra da Christie’s, il disegno di Leonardo, Testa d’orso, ha raggiunto 8.857.500 sterline, cioè 12.196.778 di dollari. Solo due esempi, ma questo è il trend. Non è azzardato ipotizzare che tra i compratori ci sia la «Superclass» delle multinazionali, che Giorgio ha studiato nell’ultimo decennio.

«Un testo che inizia a livello teorico, ma che dal terzo capitolo descriverà fatti, cioè l’odierno agire delle multinazionali» (Giorgio Galli, L’anticapitalismo imperfetto, Kaos edizioni, 2020, p. 20).

È un racconto vertiginoso dei salti di proprietà delle multinazionali informatiche, bancarie, finanziarie, farmaceutiche, logistiche, scritto tra febbraio e giugno 2020, a Camogli, dove avevamo passato il lockdown. È la descrizione «concreta» del Covid 19 che Giorgio ha visto fino al 27 dicembre 2020.

Prende molte informazioni dai quotidiani, che cita non per dar conto della sua idea, ma per un allenamento a inserire i fatti nella vita individuale. Un atlante della geografia globale che modifica i confini non di paesi, fiumi, mari, ma di banche, poteri, managers, guadagni plurimiliardari, relazioni individuali, corporative, sociali. Una geografia che precede la volontà di sapere.

I dati si moltiplicano con una suspense simile a un giallo d’azione e psicologico, ma si capisce che non c’è un colpevole finale.

Seguo il suo stile narrativo e cito per esteso alcuni passi.


«L’anticapitalismo rimane imperfetto finché non riesce a regolamentare politicamente chi detiene un potere enorme di cui non deve rendere conto a nessuno. Il pericolo vero, come dichiara Yuval Noah Harari (“Sette-Corriere della Sera”, 10 aprile 2020), non viene dal virus, ma da aziende globali digitali che possiedono strutture tecnologiche che stanno mandando avanti il mondo e invadono le nostre vite. Una volta che i più potenti saranno più intelligenti, più forti più sani il concetto di democrazia, sarà messo a dura prova».” (p. 28). «È Il rischio, temuto da Pasolini, di un capitalismo che abbia trovato la formula dell’immutabilità dell’assetto sociale». (p. 27).


Le pagine iniziali dove individua l’origine di quest’imperfezione sia a sinistra, che a destra, sono una folgorante sintesi storica, utile a tutti e soprattutto ai giovani del terzo millennio, lontani dalla rivoluzione di Marx, dai contraccolpi autoritari degli anni ’20-45, dalle ribellioni degli anni Settanta in Europa e Usa, ma che, probabilmente, potrebbero agilmente decifrare i fatti di questa geografia globale. Me ne approprio per compensare la sproporzione informativa dei media.

Ho assorbito da Giorgio l’utopia profetica di una democrazia rappresentativa in cui sia possibile


«l’elezione diretta (invece della designazione governativa) di almeno una parte dei consigli di amministrazione, in Italia potrebbe essere una mossa relativamente autonoma rispetto al contesto globale. Due casi esemplari sono quelli della Rai e Cdp». (Scacco alla superclass, con Francesco Bochicchio, Mimesis, Milano 2016, p. 287). Il suo modo di «descrivere i fatti» ci fa capire come decisioni finanziarie che sembrerebbero esterne, entrano direttamente nell’esperienza personale. Non svela un potere segreto, ma un sistema economico reale, puntualmente recensito ogni giorno, come lo sport.

Notizie, magari lette distrattamente, trovano una logica nel racconto intenso del suo pensiero e nelle ampie citazioni. Sono il dono col quale arricchisce la conoscenza di chi legge e una prova di gentilezza critica rispetto anche a pareri che non condivide.

Mentre il suggerimento di seguire le notizie, anche se non sono evidenziate da grandi titoli, è prova del suo stile inventivo, non accademico. Dal suo libro capiamo come sceglierle, come mettere in relazione con l’altro anche il sapere più alto. Da qui deriva la sua curiosità e impareggiabile memoria.

Appare l’infinita passione per la lettura, dalla politologia alla filosofia, alla letteratura, all’esoterismo, alla fantascienza, all’astrologia, alla fisica, alla storia di tutti e tutte: compresa quella delle donne, delle quali ha scritto, ha letto i saggi, i romanzi, le poesie, le opere d’arte, i film.


«Per valutare gli effetti della pandemia del Covid 19 sul capitalismo globale delle multinazionali, occorre partire dalle più forti di loro. Le Cinque sorelle del Big Tech, i nuovi predatori (inserto “Economia, Corriere della Sera”, 18 maggio 2020). Nel maggio 2015, un’azione di Amazon valeva meno di 500 dollari. Nell’estate del 2020 ne vale 2400. Col ceo Jeff Bezos, ha un valore in borsa di 1180 miliardi di euro. Le altre quattro: Microsoft (ceo Satya Nadella) 1360 miliardi; Apple (ceo Tim Cook) 1330; Google (ceo Sundar Pichai) 769; Facebook (ceo Zuckerberg) 584.

Hanno le casse piene, divorano entità minori e startup (sempre nell’inserto del 18 maggio). A proposito di “casse piene”, il 21 marzo 2020, nel pieno della pandemia la Banca centrale europea annunciava che sarebbero stati stanziati i primi 175 miliardi di euro per sorreggere le economie del continente. Molti commentatori a quel punto osservarono che il problema consisteva nel come far arrivare in tempi brevi quelle enormi risorse alle piccole imprese e ai negozianti pressati da esigenze immediate» (p. 55).


Un fatto che segnala la differenza sostanziale rispetto a «una delle caratteristiche di fondo del capitalismo del XXI secolo: 500 multinazionali dispongono di una enorme liquidità immediatamente disponibile e di linee di credito privilegiate, facilmente accessibili (capitali finanziari diretti) a loro volta gestite da alcune decine fortissime di queste stesse 500, quelle bancarie: quindi 500 soggetti istituzionali che coesistono con oltre 60 mila multinazionali minori e con milioni di piccoli e medi imprenditori e commercianti, la cui operatività dipende da una lunga catena creditizia (capitale finanziario indiretto). Da cui deriva che decine di milioni di persone nel mondo hanno l’illusione della libertà d’iniziativa economica (padroni a casa propria), mentre non sono che rotelle dell’ingranaggio del capitalismo diffuso delle 500 multinazionali egemoni. È un’illusione di libertà, equivalente e contemporanea a quella di centinaia di milioni di persone che nel mondo ritengono di poter scegliere liberamente il proprio stile di vita individuale (in tema di lavoro, sessualità, abbigliamento, tempo libero) mentre sono condizionate da stili e costumi imposti, più o meno sottilmente, dai grandi media, dalla pubblicità e dalla distribuzione, tutti sotto il controllo delle maggiori multinazionali. Questa illusoria libertà di scelta individuale in spazi privati, tra l’altro, è utile per distogliere da scelte di impegno collettivo che possano mettere a rischio il sistema di capitalismo diffuso, nel quale il vero potere decisionale appartiene soprattutto a poche migliaia di ceo della Superclass» (p. 56).


Come reagire?

Lo indica nell’appendice. «Lo choc pandemico, la crisi e le difficoltà post-pandemiche rendono centrale, per l’economia e per l’intera società italiana, il ruolo della Cdp (Cassa depositi e prestiti) e di chi la dirige. Centrale e comprensibile alla pubblica opinione, ai cittadini-contribuenti, una moltitudine che fronteggia l’élite (Rothkopf), i quali possono essere indifferenti, se ad amministrare i loro risparmi siano i mandatari incontrollabili delle lobbies di speculatori e parassiti, ma potrebbero invece sentirsi impegnati se potessero partecipare alla scelta di quegli amministratori. Posti che siano 7 in totale, 3 potrebbero essere eletti a suffragio universale, con una legge elettorale, per esempio à panachage, della quale Daniele Comero ha presentato un modello. Chi presentasse una proposta di legge, orientato da queste indicazioni, potrebbe entrare nella storia, ispirato dal genio italico, evocato da premi Nobel dell’economia, quali Edmund Phelps e Robert Shiller» (p. 189).


Non è casuale che Giorgio presenti quest’ipotesi come appendice, invece che come conclusione, è la firma della sua ritrosia protagonistica.

Il libro finisce così.


«Personalmente punto sulla “riduzione del divario tra demo ed élite” di cui parla Dahl, che definisco controllo dei cittadini sulle élite del vero potere del XXI secolo, i vertici delle multinazionali. E applico lo schema di Dahl in ambito economico: il demo, per evitare il governo oligarchico dei custodi deve poter votare con l’estensione del suffragio universale, per scegliere chi comanda davvero. Così l’anticapitalismo potrà essere meno imperfetto. Vorrei confrontarmi con altre proposte di soluzione della crisi che incombe (p. 177)».


In quest’ultima frase c’è l’apertura e la generosità che sono la chiave delle sue molte previsioni anticipatrici.

Per il sistema dell’arte di cui parlavo all’inizio, mi collego alla sua idea di economia informale. Non c’è riconoscimento che attutisca lo choc di un’opera nuova. «Quando appare bisogna dire, ero lì, lì per farlo anch’io». Invece di entrare in competizione, la acquisisco per la mia ricerca. È un’economia informale perché la contrattazione che ne deriva va modificata, in base alla novità che quell’opera stessa segnala.

Anna Achmatova (la grande poetessa russa) lo dichiara a Lidjia Chukovskaja mentre compiono «il rito del cerino». Una frase in codice per dire che, dopo averle letto una nuova poesia, bisognava bruciarla perché non cadesse in mano alla censura staliniana. (L. Chukovskaja, Incontri con Anna Achmatova, Adelphi, 1990).

La catena gallerie, fiere, aste di oggi, pur non sfuggendo alla sentenza di Achmatova, è il perno del sistema globale dell’arte. È sintomatico che «La Lettura – Corriere della Sera» di domenica 20 giugno 2021, dedichi le pagine di rilevazione dati ai 200 artisti più venduti dal 2000 al 2019, in base a The Contemporary Art Market Report 2020.

L’arte, in ogni epoca, è sempre in rapporto diretto col mercato internazionale, l’attuale circuito delle aste aumenta il valore economico, ma diminuisce l’attenzione rispetto all’economia informale dell’arte, particolarmente in Italia, e non a caso nella classifica de “La Lettura”, gli italiani sono soltanto due: Mimmo Paladino e Maurizio Cattelan. Tra gli internazionali, moltissimi invece sono cinesi e asiatici. Si ripete anche nell’arte il primato dei Continental States in cui agiscono le multinazionali? È probabile.

Se usiamo l’arte contemporanea come una metafora è un dato preoccupante e uno stimolo a rinnovare lo scambio artista-opera-osservatore.

Non si tratta di contrapporsi alla super valutazione di almeno 200 artisti e artiste del mondo, ma di ampliare il dialogo con questo «soggetto» non biologico, messo al mondo da donne o uomini, che è l’opera d’arte, con la quale altre donne e uomini hanno relazioni mutevoli, eppure essenziali per riconoscere nel presente e nel passato lo spirito del tempo.

Questa dinamica è travolta dalle Fratrie, come oggi definisce il patriarcato Lia Cigarini (una delle fondatrici della Libreria delle donne di Milano, nel 1975). Un termine che sarebbe piaciuto a Giorgio, per i fratelli conflittuali, rapaci delle multinazionali, che proiettano il loro comportamento anche in chi non appartiene alla Superclass.

Credo che Giorgio approverebbe questa parafrasi: fino a quando le fratrie non elaboreranno la differenza maschile-femminile anche la critica al capitalismo delle multinazionali non potrà estendersi ai regni dei viventi dove, come scrive Irigaray, siamo «almeno due» (Luce Irigaray, Etica della differenza sessuale, Feltrinelli 1983).


«Il patriarcato, dice Lia Cigarini, era un ordine simbolico che garantiva la complementarità tra donne e uomini, affidando alle prime la riproduzione e ai secondi il lavoro, all’interno del quale, vigeva anche l’obbligo di protezione delle donne da parte dei padri, o dei fratelli. Il crollo dell’ordine simbolico patriarcale, che stiamo vivendo, ha spostato il rapporto di fiducia maestri- allievi a fratrie di uomini, assetati di potere, tendenzialmente simili. E da un ordine è diventato un disordine. In questi ultimi cinquantanni si è però formato un ordine simbolico femminile, che cerca di fare un nuovo ordine, fondato non sulla complementarità tra i due, ma sulla loro differenza».


Non serve combattere le fratrie per ottenere una più equa complementarità, ma che gli uomini elaborino la propria differenza e la confrontino con un ordine simbolico che si fonda su una contrattazione consapevole delle proprie differenze, invece che sul binomio «uomo- donna, vero-falso, soggetto-oggetto». Le fratrie di cui parla Cigarini sono una reazione speculare all’inefficacia di questo binomio, peraltro non in grado di correggerla.

In questi ultimi anni le donne sono l’opera nuova di cui parla Anna Achmatova, non perché sono diventate più brave, più ricche, più influenti, ma perché, partendo da sé e dalla relazione con le altre, hanno individuato un ordine simbolico che prima non c’era. Gli uomini dovrebbero quindi dire: «ero lì, lì per farlo anch’io» e, invece di privilegiare il restauro conservativo del dualismo complementare, dovrebbero indagare la propria differenza e da lì andare a confronto con l’altra da sé. Questa è l’opera nuova per correggere «il presente disordine» e non spetta solo alle donne.

Vedo un legame con «l’economia informale» e la possibile divergenza dalle proposte al rialzo di una Superclass che, oltre a spingere le quotazioni dell’arte contemporanea e antica, prospetta vacanze nello spazio. Jeff Bezos con Blue Origin, e Richard Branson con Virgin Galatctic tra l’11 e il 20 luglio 2021 si sono sfidati per inaugurare l’era del turismo spaziale. «Pare che esista già un consistente mercato di ricchi pronti a spendere una fortuna per l’ebbrezza del volo suborbitale in assenza di gravità» (Massimo Gaggi, «Corriere della Sera», 11 luglio 2021). Insaziabili fratrie che investono enormi somme per placare la sete di potere con il dominio e il consumo anche dello spazio.

L’economia informale, tipica della produzione intellettuale, davanti a un’opera nuova, può ancora dire: «Sono lì, lì per farlo anch’io»? O anche l’arte rientra in un anticapitalismo imperfetto? Spesso le sue figure sono evidenti critiche politiche, da Duchamp, a Warhol, Carol Rama, Meret Oppenheim, Valie Export, Yoko Ono, Margherita Morgantin, Bruna Esposito ma anche Goya, Picasso, Mario Merz, Cindy Sherman, Alberto Garutti, Adrian Paci. L’elenco è lungo. Ne ho parlato spesso con Giorgio che riconosceva l’influenza dei guadagni miliardari sull’aumento di valore dell’arte e la necessità di uno status mecenatesco analogo a quello di benefattori, tipo Bill Gate.

Chi guarda un’opera, però, più che dalle sue quotazioni, è coinvolto dalle possibili suggestioni critiche. È una forma di resilienza rispetto alle multinazionali? È un altro elemento che si può inserire nel concetto di «economia informale»?

Cosa scrive Giorgio?


«Lo studioso liberale peruviano Hernando de Soto ne Il mistero del capitale, sostiene che l’idea del conflitto tra padroni e lavoratori appartiene al passato. Oggi i poveri dei Paesi in via di sviluppo sono piccoli imprenditori perché devono esserlo, non hanno alternative. Più di tre miliardi di persone che si organizzano in piccole attività. Non possono crescere e rimangono vulnerabili. La forza del capitalismo sta invece nell’avere istituzioni e regole che ne garantiscono il funzionamento. Il campo di battaglia sarà l’economia informale. È enorme, il 90 per cento dell’economia indiana è tale, l’80 per cento di quella del Paraguay, il 60 per cento di quella cinese, il 50 per cento di quella Argentina. Tre miliardi di imprenditori disperati che guidano i popoli a strappare alle multinazionali il controllo delle risorse naturali. Mentre l’anticapitalismo imperfetto vede il culmine di questo modo di produzione nelle circa 500 multinazionali col problema del loro controllo attraverso la rappresentanza democratica. La coincidenza non invalida l’ipotesi di de Soto, ma fa riflettere sulla possibilità che le sofisticate multinazionali possano essere fronteggiate dall’economia informale, più validamente che da un progetto, il quale ha per base la democrazia rappresentativa, invenzione geniale delle aree culturalmente avanzate» (p. 70).


Aree che però, sotto l’urto del Covid 19 sono ricacciate in una povertà simile a quella dei paesi in via di sviluppo.

Qualche pagina prima inserisce questa descrizione di Massimo Gaggi sul «Corriere della Sera» (12 aprile 2020).


«Seimila veicoli in coda a San Antonio – Texas per ricevere 500 tonnellate di cibo. Molti arrivano con grossi Suv e fuori strada scintillanti. Finti poveri? No. Gente che aveva un buon impiego ma nessun risparmio, da un giorno all’altro, si è trovata senza lavoro, senza soldi, senza liquidazione».

Così prosegue Giorgio:


«Dai poveri operai del 1840 di Engels che respirano i miasmi delle fogne, al ceto medio impoverito che mendica cibo in auto di lusso è trascorso un secolo e mezzo di capitalismo in sviluppo in presenza di un anticapitalismo imperfetto» (p. 69).

E in questa direzione riprende l’intervista a Edgar Morin, «La Lettura – Corriere della Sera», 5 aprile 2020.


«Viviamo in un grande mercato planetario che non ha saputo suscitare sentimenti di fraternità tra le nazioni. Ha creato una generalizzata paura del futuro. La pandemia del corona virus ha illuminato questa contraddizione (…) e un indiscutibile ripiegamento su ste stessi. (…) Nel mondo del mercato chi non regge la concorrenza è destinato a soccombere» (p. 66).


Nei paesi in via di sviluppo l’economia informale è chiamata a fronteggiare le multinazionali sul piano delle risorse; a livello personale a creare una divergenza rispetto al loro potere tecnologico, mediatico, distributivo per continuare a esprimere una dialettica non subalterna. Una sfida impossibile?

Forse no. L’arte può essere una mediazione interessante, soprattutto in Italia, dove con il Rinascimento è stata inventata l’Arte del Mondo Occidentale. Sono passati 500 anni dalla nascita di Raffaello e gli occhi del suo autoritratto ancora oggi pongono la domanda sull’idea di sé e del mondo. Raffaello e Giorgio Galli sono una buona guida.


Immagine: Daniele Lombardi