L’annamita dai molti nomi




Il giovane Ho Chi Minh, il colonialismo francese in Indocina e il movimento comunista internazionale sono il punto di partenza per una necessaria riflessione sugli effetti del colonialismo europeo, che molto ha contribuito all’iperoggetto Antropocene.



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Una vera e propria classe operaia nasce in Vietnam nei primi decenni del Novecento: di origine contadina, essa rappresenta appena il 2-3% della popolazione ed è composta dagli operai delle poche fabbriche, dai portuali, dai braccianti delle piantagioni chiamati spregiativamente coolie, dai minatori. Questi anni sono caratterizzati da sollevazioni sporadiche e disorganizzate contro il regime coloniale francese, tutte represse sul nascere. I malumori coinvolgono gruppi sociali diversi e arrivano a contagiare la gracile borghesia indigena, cui il pesante giogo francese impedisce di crescere ed espandere i propri interessi. Il maggior antagonismo economico, in questa fase, intercorre tra i colonizzatori e il complesso della popolazione indigena, soffocata dalla pesante fiscalità e dal severo autoritarismo del regime coloniale. Le sue pratiche e istituzioni, che particolarmente nell’Annam si sommano ai retaggi dell’aristocrazia e dell’apparato mandarinale e feudale, sono impopolari e penalizzanti per gli indigeni: questi ultimi sono soggetti a perquisizioni arbitrarie presso il loro domicilio, che non è considerato inviolabile, sono giudicati da tribunali le cui giurie sono composte esclusivamente da francesi, hanno bisogno di una speciale autorizzazione per le riunioni; la stampa è soggetta a pesanti restrizioni e ad autorizzazioni preventive; il governatore generale e il suo apparato possono disporre della libertà e dei beni degli indigeni con grande arbitrio; le condizioni schiavili di alcuni lavoratori indigeni possono sconfinare impunemente nella tortura.

Ma il movimento nazionale non viene sradicato in profondità e nella temperie culturale che si apre moderatamente alla modernizzazione assume nuovo vigore. Nel Tonchino imbocca la via delle società segrete e dell’agitazione sovversiva clandestina, mentre in Cocincina iniziano a sorgere organizzazioni che conciliano gli obiettivi politici democratici con gli interessi commerciali della borghesia saigonese. Una particolare «zona ribollente» [1], «culla permanente della rivoluzione» [2] è il Nghe-Tinh, zona agricola ad alta densità demografica formata dalle province di Nghe An e Ha Tinh, che sforna letterati e rivoluzionari, conoscitori della lingua cinese e patrioti.

Tra questi c’è Nguyen Sinh Sac (noto anche come Nguyen Sinh Huy), un mandarino di cui non si sa molto, se non che viene destituito dalla sua carica per le sue simpatie nazionaliste e perché, come tanti uomini istruiti originari della stessa zona, rifiuta di imparare il francese. Nel 1885 prende parte ad una delle tante sollevazioni del Nghe-Tinh, la cosiddetta Can Vuong o «rivolta dei letterati», sorta su appello dei mandarini nazionalisti. Cinque anni più tardi nasce suo figlio, il ribelle annamita dai molti nomi: chiamato alla nascita Nguyen Sinh Cung, più tardi Nguyen Tat Thanh, e poi come Nguyen Ai Quoc («il patriota»), nome che manterrà, tra alterne vicende, sino all’ottobre 1944, quando scrive la Lettera alla Nazione firmata per la prima volta con il nome di Ho Chi Minh.

Dopo gli studi classici nel villaggio natale (1901-1906), il giovane Cung (che intanto aveva assunto il nome di Nguyen Tat Thanh) segue il padre a Hue e si iscrive al collegio nazionale Truong Quoc Học – una scuola diretta da insegnanti francesi, con un corso di studi moderno. Nel villaggio natale, il piccolo Cung aveva potuto conoscere di persona alcune grandi figure della prima resistenza anticoloniale, amici del padre; alla scuola di Hue alcuni insegnanti vietnamiti gli trasmettono le idee dell’Illuminismo e della rivoluzione francese.

Quando nel 1908 si manifestano in diverse parti del Vietnam le prime proteste contadine di massa contro il sistema fiscale dell’amministrazione coloniale, il giovane Tat Thanh vi prende parte attiva e per questo motivo viene espulso dalla scuola. Insegna per qualche tempo in una scuola di Phan Thiet.

Nel giugno 1911 comincia la sua vita di emigrante: si imbarca come aiuto cuoco a bordo del bastimento francese Latouche Tréville sulla rotta Hai Phong-Marsiglia. Durante la permanenza in Francia lavora come addetto alle pulizie, cameriere e montatore cinematografico, trascorrendo la maggior parte del tempo libero nelle biblioteche pubbliche, leggendo libri di storia e giornali politici per approfondire la conoscenza delle strutture della società occidentale. Fa domanda – rimasta senza risposta – di iscrizione alla École Coloniale, che anche i nativi delle colonie in possesso di una borsa di studio possono frequentare. Viaggia per alcuni anni come marittimo, toccando le coste africane, quelle latinoamericane e New York, dove si ferma per un breve soggiorno, poi si stabilisce a Londra, dove fa diversi mestieri (tra cui l’aiuto cuoco al Carlton Hotel) ed entra in contatto con la Overseas Worker’s Union, organizzazione di lavoratori di Paesi coloniali e semicoloniali.

Da Londra si trasferisce clandestinamente a Parigi. Qui, nel 1919, aderisce al partito socialista e, col nome di Nguyen Ai Quoc, inizia, insieme con compagni di diverse colonie, un’intensa attività di denuncia del colonialismo e dell’ipocrisia della «civiltà occidentale», che maschera sotto magniloquenti frasi la reale barbarie dell’oppressione coloniale [3]. Gli anni parigini sono molto importanti per la formazione politica di Ho Chi Minh. È qui che nel giugno 1919 egli esce politicamente allo scoperto presentando, col nome di Nguyen Ai Quoc, alla Conferenza di Versailles le Rivendicazioni del popolo annamita [4], redatte insieme con il gruppo parigino di patrioti vietnamiti. È un testo breve ed essenziale, che non rivendica l’indipendenza del Paese, anche se a essa non rinuncia («In attesa che il principio delle nazionalità passi dal regno dell’ideale a quello del reale con il riconoscimento effettivo del sacro diritto dei popoli di disporre di se stessi»), ma avanza richieste, definite dagli autori «umili», quali amnistia, fine della repressione, dei tribunali speciali e dell’arbitrio del regime dei decreti, libertà di stampa, di associazione, di emigrazione, di insegnamento; chiede scuole tecniche e professionali per i vietnamiti e una delegazione permanente di vietnamiti al Parlamento francese perché possano tenerlo informato dei loro desiderata. Fa appello al popolo francese e alla sua tradizione repubblicana di libertà, giustizia, fratellanza.

Già in questo testo si possono ravvisare in embrione alcune linee-guida del pensiero e dell’azione politica del futuro Ho Chi Minh: fermezza nei principi, e, al contempo, attenzione alla situazione concreta; molto importante è la distinzione tra il governo dei colonizzatori e il popolo francese. Ritroveremo tale distinzione anche negli anni dei ferocissimi bombardamenti americani sul Vietnam, quando appunto distingue la popolazione americana e dal rispettivo governo. Ho Chi Minh non porrà mai la lotta per l’indipendenza nazionale in termini di lotta etnica o razziale, di popoli armati l’uno contro l’altro, badando al contrario a evidenziare sempre la natura essenzialmente antipopolare delle guerre imperialistiche:


Il popolo vietnamita distingue sempre tra il popolo americano amante della giustizia e i governi americani che si sono macchiati di tanti crimini in questi ultimi dieci anni. Questi nemici della nostra indipendenza e della nostra libertà sono anche i nemici della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, la quale ha affermato una grande verità, «tutti gli uomini sono nati eguali» e ha riconosciuto gli inalienabili diritti della persona umana, vale a dire «il diritto alla vita, il diritto alla libertà, il diritto alla felicità» [5].


Le rivendicazioni presentate a Versailles, che miravano a costruire le condizioni perché potesse svilupparsi l’azione di preparazione delle masse annamite all’indipendenza, la loro presa di coscienza, non potevano certo essere accolte dai colonialisti francesi. Ma con la loro presentazione Nguyen Ai Quoc diviene il punto di riferimento dei patrioti annamiti che vivono in Francia. Il suo punto di forza è dato dal contatto sempre più stretto con il movimento operaio francese e l’Internazionale Comunista. Nel dicembre 1920 egli è delegato al congresso socialista di Tours ed esprime il suo voto a favore dell’adesione alla III Internazionale, sostenendo che solo essa è realmente a favore della lotta di liberazione dei popoli coloniali [6]. Nel dicembre del 1921 partecipa al congresso di fondazione del Partito Comunista Francese.

Sui giornali di sinistra francesi – «L’Humanité», divenuta organo del PCF, «La Vie Ouvriére», rivista socialista, organo della Confédération Générale du Travail, il giornale anarchico «Le Libertaire» – in articoli spesso sarcastici e partendo da casi specifici denuncia le condizioni inumane in cui versa la popolazione coloniale del Vietnam e la barbarie inumana dei colonizzatori.

Un discorso a parte va fatto per «Le Paria», che ha come sottotitolo nella testata «Organo dell’Unione intercoloniale». Questa viene fondata nel luglio 1921 a Parigi da rappresentanti di diverse colonie dell’impero francese, tra cui il Gruppo dei patrioti vietnamiti, in vista di una lotta comune per la liberazione nazionale. Nguyen Ai Quoc è segretario aggiunto. Il PCF ospita la piccola redazione de «Le Paria». L’internazionalismo viene considerato da questo gruppo come una componente essenziale della lotta per l’indipendenza nazionale dei rispettivi Paesi.

Il Manifesto dell’Unione intercoloniale viene pubblicato su «Le Paria» nell’agosto 1922 e si rivolge non solo ai popoli coloniali ingannati dai colonizzatori che li hanno usati come carne da cannone nella carneficina della Grande Guerra e li mantengono ora in un regime di servaggio e supersfruttamento, ma anche ai lavoratori della metropoli:


Fratelli oppressi della metropoli! Siete stati ingannati dalla borghesia, che vi ha usato come strumenti per conquistare i nostri Paesi. Usando la stessa politica machiavellica, la vostra borghesia oggi pianifica di usare noi per reprimere i vostri sforzi di liberazione. Contro il capitalismo e l’imperialismo, i nostri interessi coincidono. Compagni, tenete in mente l’appello di Karl Marx: Lavoratori di tutto il mondo, unitevi! [7]


La possibilità concreta di creare un fronte comune tra popoli colonizzati e proletariato francese è data dall’impiego che i colonizzatori fanno dei colonizzati come truppe di repressione degli ammutinamenti delle truppe francesi o degli operai in sciopero:


Ciò di cui dovrebbe rendersi conto la classe lavoratrice francese, è che il colonialismo fa affidamento sulle colonie per sconfiggere qualsiasi tentativo di emancipazione da parte della classe lavoratrice. Non avendo più assoluta fiducia nei soldati bianchi, i quali sono più o meno contaminati dall’idea di classe, il militarismo francese utilizza al loro posto indigeni asiatici e africani. […] Spetta ai lavoratori francesi di agire.

Essi dovrebbero fraternizzare coi soldati indigeni. Dovrebbero far loro capire che i lavoratori del Paese colonizzatore e i soldati delle colonie sono egualmente oppressi e sfruttati dagli stessi padroni, che essi sono tutti fratelli appartenenti alla medesima classe e che quando suonerà l’ora della lotta dovranno, gli uni e gli altri, combattere lo stesso padrone e non i propri fratelli [8].


La denuncia dell’uso controrivoluzionario delle truppe coloniali è articolata anche nell’intervento al V Congresso del Comintern:


Le lezioni della Ruhr, quando le truppe indigene mandate a «confortare» i lavoratori tedeschi circondarono i reggimenti francesi; l’esempio delle truppe orientali, dove abbiamo visto dotare di mitragliatrici le truppe indigene «per mobilitare lo spirito» delle truppe francesi, prostrato dall’a- sprezza e dalla durata della guerra; gli avvenimenti del 1917, verificatisi in quelle località della Francia ove erano stazionate le truppe russe; la lezione dello sciopero dei braccianti agricoli nei Pirenei, dove le truppe indigene furono costrette a fare la vergognosa parte di sabotatori, e per finire la presenza nella stessa Francia di 207.000 soldati coloniali – tutto questo non è bastato a far riflettere il nostro partito, non lo ha convinto della necessità di stabilire una politica chiara e decisa nei confronti della questione coloniale [9].


Nel grande consesso dell’Internazionale, nel giugno 1924, Nguyen Ai Quoc denuncia l’inerzia e la sordità dei dirigenti del PCF di fronte alla questione coloniale:


Sono nato in una colonia francese e sono membro del Partito Comunista Francese e mi duole molto dover dire che il nostro partito non ha fatto quasi nulla in favore delle colonie. È compito dei giornali comunisti introdurre i nostri militanti al problema coloniale, risvegliare le masse lavoratrici nelle colonie, guadagnarle alla causa del comunismo, ma che cosa hanno fatto in questo senso i nostri giornali? Niente di niente [10].


Quando Nguyen Ai Quoc si reca a Mosca, per partecipare nell’ottobre 1923 al congresso del Krestintern, l’Internazionale Contadina, e poi all’appena citato Congresso del Comintern, ha compiuto gran parte della sua maturazione intellettuale e politica ed è ormai parte integrante del movimento comunista internazionale, all’interno del quale va elaborata la strategia e la linea politica per l’emancipazione delle colonie. Il patriota vietnamita scrive ora testi più articolati e analitici sulla rivista del Comintern – che esce in francese, inglese, tedesco – «La Correspondance Internationale». Qui egli riprende ed enfatizza la grande intuizione del leninismo, di una stretta unità tra proletariato delle metropoli e popoli coloniali:


Il colonialismo è una sanguisuga a due ventose, delle quali una succhia il proletariato metropolitano e l’altra il proletariato delle colonie. Se si vuole uccidere questo mostro bisogna tagliargli entrambe le ventose in una volta. Se se ne taglia una sola, l’altra continuerà a succhiare il sangue del proletariato, l’animale continuerà a vivere e la ventosa tagliata rispunterà. La rivoluzione russa l’ha compreso benissimo; per questo non si è accontentata di fare dei bei discorsi platonici e di redigere risoluzioni «umanitarie» in favore dei popoli oppressi; ma ha insegnato loro a lottare e li ha aiutati teoricamente e materialmente nello spirito delle tesi leniniste sulla questione coloniale [11].


Ho Chi Minh sottolineerà l’apporto fondamentale della rivoluzione d’Ottobre e del leninismo alla causa dell’emancipazione delle colonie [12] nei suoi scritti e discorsi per tutta la vita. La prospettiva internazionalista offerta dal comunismo, inoltre, permette al giovane patriota annamita lo scatto di qualità teorico rispetto all’indipendentismo meramente nazionalista che si era lasciato alle spalle partendo dal suo Paese. In tale prospettiva, Nguyen Ai Quoc si sofferma anche sulla questione dei neri d’America, con articoli di veemente denuncia del razzismo e del Ku Klux Klan [13]. Un filo rosso lega l’emancipazione dei neri negli USA, le lotte dei lavoratori turchi per affermare il diritto ad una propria organizzazione sindacale e politica [14] e la battaglia nelle colonie [15] e semicolonie, la più grande e importante delle quali è la Cina. La colonizzazione della Cina fornirebbe al capitalismo mano d’opera assurdamente a buon mercato, causerebbe una diminuzione degli stipendi in Europa e America e consoliderebbe il potere del capitale. L’intervento contro la Cina è un attacco diretto contro la classe lavoratrice internazionale [16].

Dopo Parigi e Mosca, in cui è stata aperta l’Università dei lavoratori d’Oriente per la formazione dei quadri dei Paesi coloniali e semicoloniali e in cui lo stesso Ho Chi Minh insegnerà negli anni Trenta, la Cina costituisce per il patriota vietnamita la retrovia più importante, la base in cui coordinare le forze per avviare la rivoluzione di indipendenza nazionale del Vietnam. In quegli anni la Cina è in grande fermento e si trova nel mirino degli imperialisti inglesi, francesi e giapponesi. Nel novembre 1924 Nguyen Ai Quoc parte per la Cina come interprete di Borodin, capo della delegazione sovietica presso il Kuomintang di Sun Yat-sen. Canton, frequentata da esuli annamiti, rivoluzionari esiliati e dove Nguyen Ai Quoc è noto col nome di “compagno Vuong”, è un centro di elaborazione culturale e di fervente attività politica giovanile. Nguyen Ai Quoc, che vi arriva dopo sei anni di soggiorno a Parigi e un anno e mezzo in URSS, qui raccoglie intorno a sé un nucleo di esuli annamiti e organizza, sui resti della Tam Tam Xa, una cellula rivoluzionaria: l’Associazione della gioventù rivoluzionaria vietnamita, nota come Thanh Nien dal nome del suo giornale stampato a ciclostile, il nucleo originario del futuro Partito Comunista Indocinese. Prima che Chiang Kai-shek scateni la sua repressione reazionaria a Shanghai e a Canton, Ho Chi Minh rientra in URSS nel maggio 1927. Agli inizi del 1928, il Comintern lo invia in Europa occidentale per prendere parte ad alcuni congressi contro le minacce di guerra. Va così a Berlino, in Francia, in Svizzera e in Italia dove si ferma per una breve sosta a Milano e Roma. A fine giugno si imbarca a Napoli per il Siam. Qui, per il resto del 1928 e quasi tutto il 1929, vive in Siam dove sotto le spoglie di un monaco buddhista, «Padre Chin», e organizza le comunità vietnamite che, a ondate successive, si erano impiantate nel Paese in diverse località.

L’ancor giovane Nguyen Ai Quoc, attraverso la sua rete di relazioni con altri esponenti dell’Internazionale, i suoi molti viaggi e i suoi periodi di studio e formazione a Mosca, Canton e Hong Kong, permette al movimento patriottico vietnamita, o almeno alla sua componente proletaria e rivoluzionaria, di compiere un salto qualitativo che si rivelerà di primaria importanza durante i lunghi decenni di guerra contro gli imperialisti francesi, giapponesi e infine americani. Il suo primo grande merito, come gli riconobbe Le Duan dopo la liberazione del Vietnam, fu quello di aver collegato saldamente con abili contatti politici e duraturi rapporti di amicizia il movimento rivoluzionario vietnamita con il movimento operaio internazionale e il movimento mondiale per la democrazia e la pace [17].

Gli anni del soggiorno parigino di Nguyen Ai Quoc sono decisivi nella formazione del futuro dirigente politico, abilissimo diplomatico e comunicatore diretto e potente. Sono gli anni del suo primo contatto con gli ambienti del socialismo organizzato e soprattutto della sua scoperta del leninismo, che si rivela ai suoi occhi come la chiave di volta capace di raccordare le aspirazioni indipendentiste delle colonie con le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici della metropoli. Anche il proposito del superamento del costume patriarcale tradizionale, con la lotta per il conseguimento di una effettiva parità di diritti per le donne, passa attraverso la lezione emancipatoria offerta dalla teoria comunista – il punto «Attuare l’uguaglianza tra l’uomo e la donna» [18] è tra le dieci priorità programmatiche del Partito Comunista Vietnamita (subito dopo rinominato Partito Comunista di Indocina) appena costituitosi nel 1930.

Nel 1960, l’ormai anziano zio Ho racconterà il suo incontro con il leninismo, poco dopo il suo arrivo in Francia:


Aderii al Partito Socialista Francese perché quei “signore e signori” — così chiamavo i miei compagni in quei giorni — avevano manifestato la loro simpatia per me e per la causa dei popoli oppressi.

Ma non avevo ancora capito cosa fossero un partito, un sindacato, il socialismo, il comunismo. […] Quello che volevo sapere soprattutto — e che non veniva dibattuto alle riunioni — era: quale Internazionale sta al fianco dei popoli dei Paesi coloniali?

Sollevai la questione — la più importante per me — durante una riunione. […] Un compagno mi diede da leggere le “Tesi sulla questione nazionale e coloniale” di Lenin, pubblicate da l’Humanité.

In quelle tesi c’erano termini politici difficili da capire. Ma leggendole e rileggendole parecchie volte riuscii infine a coglierne l’essenziale. Le tesi di Lenin destarono in me grande commozione, un grande entusiasmo, una grande fede, e mi aiutavano a vedere chiara- mente i problemi. Ho persino pianto di gioia. Come se mi rivolgessi alle masse, ho gridato: «Compatrioti oppressi e miseri, questo è ciò di cui abbiamo bisogno. Questa è la strada per la nostra liberazione!» [19]


Ma lo sguardo del giovane annamita, nonostante i febbrili entusiasmi, non perde mai la lucidità: gli stessi anni Venti sono quelli in cui si rende conto delle debolezze del Partito Socialista Francese, anche e specialmente nel riguardo del modo di affrontare – o piuttosto di non affrontare a dovere – la questione coloniale. Sono gli anni in cui Nguyen Ai Quoc denuncia vigorosamente come la condizione dei popoli coloniali sia gravemente trascurata dai dirigenti delle organizzazioni comuniste europee, e dagli stessi operai politicizzati della metropoli francese. E denuncia la stessa oppressione subita dai popoli coloniali, la condizione dei lavoratori annamiti schiavizzati nei campi, il «martirio della donna indigena» [20], in una serie di scritti singolarmente potenti, per la brutale vividezza delle descrizioni dei soprusi, per la lucidità nell’analisi dell’oppressione coloniale, per il sarcasmo pungente con cui viene demistificato il mito civilizzatore dei colonizzatori. L’opera di denuncia, di analisi e di proposta politica del giovane Nguyen Ai Quoc sui temi coloniali viene affidata alla sua elaborazione della linea del partito e al suo lavoro come militante, ma anche agli articoli brevi che compaiono su «Le Paria» e altre riviste e al testo più lungo, pubblicato dalla Librairie du Travail nel 1925, Il processo della colonizzazione francese. Qui leggiamo, all’interno di una sequenza agghiacciante di torture e brutalità commesse dai francesi in Indocina ai danni di uomini e donne indigeni, l’amara constatazione: «Quando si ha la pelle bianca, si è automaticamente un civilizzatore. E quando si è un civilizzatore, si possono commettere atti selvaggi pur restando del tutto civili» [21].

L’opera di demistificazione della «missione civilizzatrice» degli europei – e in seguito degli statunitensi – nei Paesi coloniali è tra i contributi teorici più preziosi lasciatici da Ho Chi Minh, e che ancora oggi, nel tempo delle missioni di pace esportatrici di democrazia, non ha – purtroppo – perduto attualità, se non nell’analisi delle specifiche forme di sfruttamento e oppressione economico-sociali storicamente determinate, superate e trasfigurate nelle politiche neocoloniali del neoliberismo odierno. Contributo preziosissimo insieme ad uno ancora altrettanto vitale: l’affermazione forte, teoricamente fondata e politicamente produttiva, della interconnessione delle lotte – dei lavoratori e delle lavoratrici, delle donne, dei popoli colonizzati e razzializzati – e della necessità di integrare i diversi fronti di resistenza contro l’oppressione in una prospettiva nazionale ed internazionale, anticapitalista e antimperialista.




Note [1] J. Lacouture, Ho Chi Minh. La lotta per l’indipendenza e per la rivoluzione nel Vietnam, Il Saggiatore, Milano 1967, pag. 18. [2] Ivi, pag. 15. [3] Si vedano ad esempio gli articoli: La mostruosità della civiltà (in Ho Chi Minh, Patriottismo e internazionalismo. Scritti scelti 1919-1969, a cura di A. Catone e A. Franco, MarxVentuno Edizioni, Bari 2019, pagg., 100-101); In una “grande civiltà” (ivi, pagg. 106-107); I civilizzatori (ivi, pagg. 110-111); Le glorie della civiltà francese (ivi, pagg. 142-144)); La civiltà che uccide (ivi, pagg. 175-180). [4]Ivi, pagg. 95-96. [5] Ivi, pagg. 448-449. [6] Ho Chi Minh, Discorso al Congresso di Tours, in op. cit., pagg. 97-99. [7] In op. cit., pagg. 118-119. [8] Ho Chi Minh, L’armata controrivoluzionaria, in op. cit., pagg. 120-121. [9] Ho Chi Minh, Relazione sulle questioni nazionale e coloniale al V Congresso dell’Internazionale comunista, in op. cit., pag. 145-157; pag. 149. [10] Ivi, pag. 147. [11] Ho Chi Minh, L’URSS e i popoli coloniali, in op. cit., pagg. 138-141; pag. 138. [12] Cfr. Lenin e i popoli coloniali (in Ho Chi Minh, op. cit., pagg. 131-132), L’URSS e i popoli coloniali cit., Lenin e i popoli dell’Est (ivi, pagg. 158-160), Lenin e l’Oriente (ivi, pagg. 181-183), Il cammino che mi ha portato al leninismo (ivi, pagg. 434-436); La grande Rivoluzione d’Ottobre ha mostrato al popolo la via della liberazione (ivi, pagg. 470-479). [13] Cfr. Ho Chi Minh, Linciaggio. Un aspetto poco conosciuto della civiltà americana, in op. cit., pagg. 163-168. [14] Cfr. Ho Chi Minh, Il movimento operaio in Turchia, in op. cit., pagg. 126-127. [15] Cfr. Ho Chi Minh, L’Indocina e il Pacifico, in op. cit., pagg. 133-137. [16] Cfr. Ho Chi Minh, Gli imperialisti e la Cina, in op. cit., pagg. 169-174. [17] Le Duan, La rivoluzione vietnamita, Editori Riuniti, Roma 1971, pag. 8. [18] Cfr. Ho Chi Minh, Appello in occasione della fondazione del Partito Comunista, in op. cit., pagg. 184-186. [19] Ho Chi Minh, Il cammino che mi ha portato al leninismo cit., pagg. 434-435. [20] Ho Chi Minh, Il processo della colonizzazione francese, a cura di A. Franco, con una introduzione di G. Pellerino, MarxVentuno Edizioni, Bari 2022, pag. 101. [21] Ivi, pag. 56.