Jan Hus e la grande rivoluzione boema (I)




«Perciò, fedele cristiano, cerca la verità, ascolta la verità, apprendi la verità, ama la verità, di’ la verità, attieniti alla verità, difendi la verità fino alla morte: perché la verità ti farà libero dal peccato, dal demonio, dalla morte dell’anima e in ultimo dalla morte eterna»


(Jan Hus, Spiegazione della Confessione di fede, 1412)



La ferita inferta a Praga e alla Boemia tutta dalla Casa Imperiale del Lussemburgo e dalla Chiesa con il rogo di Jan Hus a Costanza, sia pur nel lontano luglio del 1415, non si è ancora chiusa e continua a sanguinare. Ancora oggi, il grande monumento a lui dedicato che da poco più di un secolo sorge maestoso a Staré Město, e di cui l’Imperial Regio Governo austriaco non volle mai con una inaugurazione ufficiale accettare l’esistenza è considerato, insieme alla Torre dell’Orloj, il centro se non geografico, almeno ideale della città. Poco discosto, le guglie magicamente gotiche della chiesa di Panna Marija pred Tynem fanno all’alzar degli occhi da cornice al Calice d’oro che ricorda la Santa Cena qui un tempo somministrata sub utraque specie, e la Betlémská, l’aula-cappella della Universitas Carolina Pragensis che fu teatro a partire dal 1402 delle prediche del giovane baccelliere proveniente da Husinec, poi Magister e Rettore dello studium, è ancora locus magnus di incontri accademici per l’intera Repubblica Ceca e la sua cultura. Sorta nel 1420 a poche leghe da Praga, la città di Tabor riesce ancora oggi a mostrare forte memoria del suo passato: quello di essere stata la Hrad přepevný, la Feste Burg, la fortezza inespugnabile di un esercito popolare e rivoluzionario, entro le cui mura avevano posto solo le leggi «religiose» dell’eguaglianza e del comune possesso di beni – e Jan il Guercio e Prokop il Pelato (ma anche il Grande) sono ancora ricordati come i condottieri gloriosi che per quasi vent’anni seppero tenere in scacco gli eserciti dello stato più potente d’Europa.


Nel bagaglio medio e scolastico delle nostre nozioni storiche la figura di Jan Hus è generalmente intesa più come quella di un «eretico» legato a una visione settaria e minoritaria della religione, che come quella di un riformatore capace di guardare ad aperture di larga o larghissima portata nei principi teologici, nella dogmatica e nell’esperienza di fede del Cristianesimo occidentale. A meglio conoscerle, le vicende di questo personaggio, o quelle che da lui si muovono, rivelano in realtà il «tutto tondo» di essere ben collocate nel loro tempo e cruciali nell’evolversi delle dinamiche politiche e sociali interne agli stati germanici e alla Boemia e in qualche modo non esterne, o meglio non estranee, all’Europa tutta. Ciò su un duplice piano: intanto quello della dottrina, della teologia e dell’ecclesiologia; ma poi anche (e di conseguenza) quello del potere, della sovranità e delle sue forme, degli ordinamenti sociali, dei diritti e dei doveri della persona e delle classi. Sullo sfondo, in ogni caso, di un processo collettivo di lungo periodo, di un dramma nel quale agiscono sempre più numerose figure di comprimari, di deuteragonisti, di figuranti e di masse corali sempre più larghe e multiformi.


L’Europa dalla Peste Nera alla Bolla d’Oro

Ricordiamocene: tra la metà del XIV e i primi anni del XV secolo l’Europa attraversa uno dei periodi di grande criticità della sua storia.

La Peste Nera ha ucciso dal 1348 almeno 20 o forse 25 milioni di persone, ed è stata fermata nel suo dilagare soltanto dalle tundre spopolate del Grande Nord e della Siberia. La Spagna è ancora divisa tra Castiglia e Leon, Aragona, Portogallo, soprattutto Emirato nasridi di Granada, con i territori della Navarra ancora legati alle Corone francesi: ben al di qua, dunque, del suo futuro di stato nazionale e di potenza mondiale. L’impero bizantino e i regni serbi e balcanici hanno già sperimentato, prima della ormai prossima caduta, la potenza d’urto degli Ottomani nella battaglia della Piana dei Merli, in Kosovo: disastrosa per la coalizione cristiana ma fonte comunque di un’epica e di un sentimento «nazionale» che diventa sempre più facilmente, nel tempo e incredibilmente sino ad anni recentissimi, vero e proprio nazionalismo. La Russia è ancora la Rus’ del Granducato di Mosca, che si avvia dopo aver battuto i Tartari nella battaglia di Kulikovo a diventare una sorta di Knyazhestvo, di Principato, incapace però di assoggettare alla sua Avtokratija gli altri stati e staterelli che lo circondano; e a considerarsi definitivamente al sicuro dalle orde mongole che premono da Oriente. L'Italia del primo Umanesimo e del rigoglio delle città vive sul filo di un equilibrio politico e sociale destinato a infrangersi presto sotto il peso delle mire d’Oltralpe.

Francia e Inghilterra sono comunque tra loro inchiodate al susseguirsi di quei conflitti e di quelle campagne militari che vorranno essere ricordate come Guerra dei Cent’Anni, per di più lacerate come sono al loro interno: la Francia dalla guerra dinastica tra Armagnacchi

(gli Orléans) e i Borgognotti (gli ultimi Capétiens) per la successione ai Valois, la Francia di Giovanna d’Arc, per intenderci; l’Inghilterra, dai fermenti ereticali suscitati dalla predicazione di John Wyclef e dei suoi lollards, rapidamente diventati esteso moto rivoluzionario contadino contro la nobiltà feudale. La Chiesa è divisa e lacerata, come mai è accaduto, da quello Scisma d’Occidente che nasce come inevitabile conseguenza dei 70 anni di Cattività Babilonese del Papato ad Avignone: scisma che è arrivato a vedere ben tre sedicenti Pontefici contrapposti tra loro a rivendicare il Soglio; e che spera di trovare soluzione nella via delle assemblee conciliari che dovrebbero ridare unità e dignità all’ecumene cattolico. L’Impero mostra sempre più raramente di essere fedele all’antica vocazione di Potere Universale e si avvicina sempre più, anche attraverso riforme di grande portata come la Bolla d’Oro del 1356, a diventare ‘semplicemente’ il Sacro Romano Impero della Nazione Germanica (Heiliges Römisches Reich Deutscher Nation o Sacrum Imperium Romanum Nationis Germanicae che dir si voglia), denominazione che implica una sempre crescente importanza delle singole entità geografiche e politiche che lo compongono a scapito di un «sistema» centrale.


La Boemia, il suo Regno, la sua Capitale

È proprio nel quadro delle vicende dell’Impero che il Regno di Boemia, le cui origini sono ammantate nella leggenda della mitica regina Libuše e dei duchi-re Přemyslovci, assume un ruolo centrale: quello di stato-nazione da cui i Re dei Romani e gli Imperatori governano l’Europa centrale. Sono i Lussemburgo, a partire da Carlo IV, che fanno di Praga la loro capitale. La città cresce come non aveva mai fatto in passato, con i suoi nuovi aggregati, di qua e di là dalla Vltava, che si aggiungono alla Stare Mesto, la Città Vecchia; su una altura che domina il lato sinistro sorgono le nuove costruzioni del Hrad, che si avvia a diventare il più grande castello del mondo, e del quartiere che gli soggiace, il Hradčani. La fondazione del Carolinum crea un centro universitario e culturale che si fa subito vivacissimo, capace di guardare con estrema immediatezza soprattutto ai grandi temi teologici e filosofici, e dunque politici, che si agitano nella società del tempo.


Essì, Praga. La sua «leggenda in nero e oro» vuole che la Città sia da sempre fatalmente destinata a essere il luogo naturale in cui possano prendere, o prenderanno corpo, progetti, movimenti di riforma, rivoluzioni capaci di abbracciare tutti i grandi temi, da quelli religiosi a quelli politici, economici e sociali, e che siano, o saranno capaci di creare nuove prospettive ideali, nuovi orizzonti d’attesa e dunque nuove, o rinnovate, forme di vita e di relazioni tra

gli uomini. Anche senza arrivare a credere sino in fondo a un tale «destino», è sempre possibile constare che a Praga certe correnti di pensiero non conformiste, certi indirizzi teorici largamente antagonisti trovino largo spazio già dalla metà del XIV secolo.

I bassifondi della città in quegli anni assistono all’opera di proselitismo di Jan Milič z Kroměříž, ex canonico della Cattedrale di San Vito, tornato volontariamente semplice predicatore, che prende ad annunciare l’avvento di un Nuovo Regno in cui poveri e diseredati avrebbero trovato giustizia e uguaglianza nella messa in comune di beni materiali e di ogni altra forma di ricchezza. Chiamato ad Avignone per giustificare il suo operato, Milič muore nel 1374. La sua opera viene continuata dal suo discepolo Matěj z Janova, i cui scritti prendono però a essere conosciuti e apprezzati anche negli ambienti intellettuali della città, soprattutto quelli che fanno appunto capo al Carolinum.

Dagli stessi circoli, un’attenzione sempre più viva viene infine rivolta, inevitabilmente, ai movimenti nell’Inghilterra ereticale e ribelle di Wyclif e dei lollards. Ciò perché tra Oxford e Praga esiste un canale privilegiato di rapporti e di comunicazione: il re Riccardo II ha sposato la principessa Anna di Boemia, e numerosi studenti Praghesi l’hanno seguita nel suo nuovo paese. Molti di essi, sono diventati convinti seguaci di Wyclif, il cui pensiero sopravvive in maniera non consueta alla morte, e ne hanno tradotto le opere in boemo. Tra essi, figura di iniziale rilievo è quella di Jeroným Pražský – Gerolamo da Praga. Nel corso di un viaggio di studio a Oxford nel 1399 Jeroným ha avuto modo di leggere le principali opere di Wyclif e al suo ritorno a Praga, due anni dopo, le porta con sé. È intorno alla sua autorevole interpretazione del pensiero di Wyclif che si crea una sorta di prima, anche se informale, comunità eterodossa: a cui non mancano di aderire maestri e insegnanti di grande caratura, come Peter van Dresden, Frederich Eppingen e Nicolas Velenovice de Rosa Nera, i dresdener, come vengono comunemente appellati; o Jakoubek Mies ze Stříbra: e di cui il magister Jan Hus z Husinec non tarda a diventare, grazie al ruolo di rettore dello studium e alla sua abilità nella predicazione, la figura pubblica di spicco.


Wyclef: eretico o riformatore?

È sul pensiero di Wyclif che vale la pena per un attimo soffermarsi. Nella sua critica alla Chiesa del tempo, travagliata dalla Cattività ad Avignone e da una serie inenarrabile di deviazioni mondane, il riformatore inglese aveva rilanciato la visione di una Chiesa Apostolica, nella quale fosse possibile per il clero e per i fedeli tutti un pieno ritorno alla lettera del Vangelo, fondamento della fede e unica verità. Basata in ogni caso sulla universitas praedestinatorum, composta dagli eletti da Dio ab aeterno, portatori della grazia della predestinazione che non si poteva perdere, qualunque peccato si commettesse: una Chiesa invisibile, nella quale i predestinati erano conosciuti soltanto da Dio. Era dunque implicito in tale forza dottrinale che Papato e Gerarchie fossero un abuso non più tollerabile da parte della comunità dei credenti. E in ogni caso una qualunque gerarchia avrebbe dovuto avere i propri fondamenti nelle povertà, nell’umiltà e nella carità richieste da Cristo agli apostoli. Era anche naturale che i sacramenti, strumento di santificazione, perdessero progressivamente di importanza. La stessa Eucarestia diventava una sorta di rito commemorativo nella quale non poteva avvenire alcuna transustanziazione e nella quale la presenza di Gesù Cristo era dunque puramente spirituale. Significativo in ogni caso, in questo corpo dottrinale, era il ruolo che allo Stato si sarebbe dovuto attribuire in ambito ecclesiastico: era ai re e ai sovrani, investiti da Cristo di un potere vicariale, che spettava di governare la chiesa e le sue istituzioni e se necessario di riformarle.


La Cappella di Betlemme

Ma tornando a Praga: abbiamo detto del fervore intellettuale che animava i suoi migliori ambienti accademici. Vale la pena di fare cenno a un certo numero di circostanze, alcune in apparenza secondarie, che contribuirono non poco a trasformare questi circoli in conventicole, usiamo pure questo termine, d’eterodossia e di eresia.

La prima fra tutte è l’eredità di Matěj z Janova. Per mettere costui al sicuro da ulteriori persecuzioni e per permettergli di poter predicare, alcuni suoi seguaci avevano nel 1391 fondato una propria chiesa a Praga, la quale doveva essere esclusivamente dedicata alle prediche: la Betlémská, la Cappella di Betlemme. Nel 1402 ne diventa amministratore Jan Hus, e la cappella viene utilizzata anche come aula universitaria. Per inciso: di ciò che Jan Hus sia stato prima del suo arrivo a Praga ne1386, si dice generalmente solo l’essenziale; che era nato a Husinec, nella Boemia meridionale, probabilmente nel 1369.

A Praga si era iscritto alla Facoltà delle Arti, e aveva intrapreso la carriera ecclesiastica. Nel 1393 era diventato baccelliere in artibus, nel 1394 magister, nel 1401 Decano e nel 1402 Rettore della Facoltà. Negli stessi anni, ordinato prete, aveva iniziato la sua attività di eloquentissimo predicatore.


Ma indietro alle circostanze di cui sopra: la seconda è che si comincia a usare per l’insegnamento la lingua ceca. Compiendo anche un passo che rende la dottrina universitaria più simile a una predicazione e un ammaestramento rivolto a una platea sempre più larga di ascoltatori. Quello stesso uditorio al quale si era rivolta l’opera di un altro teologo «riformatore», Tomáš Štítný, che aveva tradotto in lingua le Sacre Scritture. Ciò anche in segno di un primo ma deciso distacco dall’ortodossia latina e tedesca degli insegnamenti teologici e filosofici ufficiali. Distacco anche suggerito dalla crescente ostilità tra il re Venceslao IV e gli stati tedeschi, appoggiati da papa Bonifacio IX, che lo avevano deposto come Re di Germania.


Si possono facilmente immaginare le conseguenze del mettere al centro di simili contingenze l’elaborazione sempre più accurata e approfondita del pensiero di Wyclif. Poco importa che alla Betlémská Hus e i suoi tengano un atteggiamento prudente su alcuni temi rilevanti sul piano dogmatico: per l’Eucarestia, per esempio, continua ad essere accettata la tesi ortodossa della transustanziazione. Per tanti, per tutti i suoi ascoltatori Hus si approssima nella predicazione sempre di più a tesi che vanno oltre l’Ordinario della Chiesa e alludono a concrete riforme, se non a una vera e propria rivoluzione.


Le prime reazioni, i primi divieti

Da qui, le prime reazioni delle Gerarchie «tedesche», come la messa sotto accusa di un seniore della Facoltà, Stanislav ze Znojma.

Alle quali Venceslao reagisce con i decreti di Kutnà Hora del 1409 che riformano il Carolinum ponendo la Nazione Boema in posizione di privilegio nei confronti delle tre altre Nazioni Straniere (Polonia, Baviera, Sassonia) che ne fanno parte. Riforma che causa l’allontanamento da Praga di quasi tutti gli studenti tedeschi e crea la spinta a che in Germania nascano nuovi, più autorevoli centri universitari. Ma oltre a ciò, la reazione dell'arcivescovo di Praga Zbyněk Zajíc di Hazmburk non si fa attendere: ottiene da Roma il divieto per Hus di predicare. Il magister e i suoi sodali si trovano di fronte al bivio di due strade che rischiano entrambe, a loro modo, di essere senza ritorno: l’obbedienza o la ribellione. La scelta cade su quest’ultima.


Come nasce una rivoluzione?

Soprattutto, come nasce e come prende corpo una rivoluzione nella Praga del 1410? Corretto metodo vorrebbe che una risposta a un tale quesito possa essere risolta enumerando i principi ideali, se non ideologici, che possano far ritenere possibili nuovi orizzonti d’attesa a determinati strati sociali e che siano capaci di causare concreti atteggiamenti politici. Troppo poco indagate sono però le modalità materiali attraverso le quali le nuove prospettive si diffondano, trovino consenso, si pongano alla base di scelte individuali e di comportamenti collettivi. Sappiamo per esempio che alla Cappella di Betlemme le predicazioni erano quasi sempre più d’una al giorno. E che la media dei presenti a ogni predica era molto elevata. E possiamo dunque supporre che gli husité diventassero di giorno in giorno sempre più numerosi. Ma sono solo immaginabili i meccanismi, razionali ma anche e soprattutto emotivi, attraverso i quali il contenuto di ogni insegnamento potesse essere accettato come veritiero da ogni uditore, e diventasse credenza e opinione. E sarebbe estremamente interessante, in ogni caso, conoscere nel dettaglio le dinamiche materiali di diffusione e di penetrazione di tali idee, in città, ma anche e soprattutto fuori gli agglomerati urbani e nelle campagne, in assenza dello strumento che negli anni a venire sarà il motore di ogni processo di cambiamento: la stampa. Resta comunque acclarato che la «predicazione hussita», anche perché in essa appaiono accanto a temi e controversie di carattere religioso e spirituale, motivi e spunti più concretamente politici e nazionalistici, raggiungesse e facesse propria una buona parte (anche se non tutta) della popolazione praghese e dei contadi più vicini alla città, nonché una certa parte della nobiltà boema e degli ambienti di Corte. I primi segni di questa «rivoluzione» si colgono intanto a partire nel rifiuto da parte di Hus, sostenuto in questo da Venceslao, di recarsi a Roma per sottoporsi al giudizio della Curia, che pur negli esiti ancora incerti dello Scisma d’Occidente continua a voler esercitare un potere centrale sulla Cristianità; e dall’intensificarsi, quasi per reazione naturale, della riflessione teologica ed ecclesiologica negli studia praghesi. Nel 1411, l’arcivescovo Zbyněk ordina il bando da Praga del magister, ordine che non viene rispettato. Hus risponde con l’affissione sul ponte Carlo di un Appello a Cristo, nel quale si sostiene che soltanto Dio può giudicare chi ama la Verità e la persegue a ogni costo. L’anno successivo arriva da Roma per Hus la scomunica, insieme a un mandato per il suo arresto e per la demolizione della Betlémská. Tali atti papali vengono promulgati nel Sinodo della diocesi praghese il 18 ottobre 1412. Hus risponde con la stesura definitiva del suo De Ecclesia, nel quale la visione di Hus sulla Chiesa sembra precisarsi in termini espliciti e quasi definitivi. Dal punto di vista strettamente teologico, vengono in ogni caso confermati principi sacramentali che appaiono non lontani dall’ortodossia di Roma: nell’Eucarestia per esempio la Transustanziazione non viene messa in dubbio e posta in discussione. Nel trattato viene però denunciata con estrema chiarezza e coerenza l’inconciliabilità esistente tra la chiesa istituzionale e la comunità dei cristiani uniti dal vincolo della fede e dell’osservanza dei precetti divini. Solo questa chiesa, che Hus, seguendo Wyclif, definisce Assemblea dei Predestinati, è santa, universale e capace di riunire nel corpo mistico di Cristo i veri credenti. In maniera più accentuata rispetto a Wyclif, quasi in corrispondenza, verrebbe da dire, con i principi dell’antico Donatismo, Hus ritiene che solo la condotta e le azioni possano mostrare chi è parte della comunità dei predestinati: solo i non peccatori possono essere a buon diritto considerati membri della Chiesa. In più, tutti coloro che occupano pur essendo in peccato una carica ecclesiastica, sia pure la più alta, quella pontificale, non possono essere considerati legittimi detentori di quei poteri, né veri cristiani: è lecito e doveroso, in questi casi, disobbedire loro e deporli. L’autorità pontificia è un’istituzione umana, che Hus, così come Wyclif, vede come contingente e temporale, sottolineandone l’origine non divina. È anche per questo che ogni Credente ha il diritto di legittimamente affermare che la Chiesa di Roma sia una congrega di peccatori: così evidenti soni i suoi mali, primi tra tutti la simonia e il mercato delle indulgenze.


È su questo spinoso ultimo tema che in qualche maniera (ma prima o poi non poteva che accadere) i rapporti tra Venceslao e i maestri del Carolinum cominciano a incrinarsi: il re vanta diritti e aggi consistenti sulla raccolta delle indulgenze e teme ogni dottrina a tale pratica ostile. Hus lascia in qualche modo Praga, compiendo un lungo viaggio in tutta la Boemia, ma non rinunciando con questo, venendo anzi a contatto con nuovi strati popolari, alla sua opera di predicazione. Nel frattempo, per quello che sta diventando un movimento al minimo eterodosso, si vanno formando i termini di una nuova ecclesiologia: al centro della quale viene posta, gesto davvero di rottura con tutta la tradizione romana, la celebrazione dell’Eucarestia sub utraque specie. Il Sacramento torna cioè a essere somministrato a tutti, e non solo ai sacerdoti officianti, con la condivisione del Pane e del Vino che commemorano la Santa Cena. Nel rito vengono cioè abolite differenze e privilegi, con l’Eucarestia che torna a essere come al tempo degli Apostoli: e il Calice diventa il simbolo di questa prima ma già decisiva riforma. È soprattutto Jakoubek ze Stříbra che spinge per questa pratica, ponendo alla nascente Comunità i termini di un radicalismo più spinto di quanto non fossero le motivazioni iniziali della rottura con Roma.


A Costanza, in trappola

Le pressioni intanto esercitate da parte di Sigismondo del Lussemburgo, Re dei Romani, sui vari tronconi in cui il Papato continua a essere diviso, portano alla convocazione del XVI Concilio Ecumenico della Chiesa cattolica, il Concilio di Costanza.

Hus rientra a Praga nel 1414, proprio quando il concilio sta per iniziare. È Sigismondo che gli impone di venire a Costanza, dove potrà mettere a confronto le sue tesi con quelle di altri autorevoli esponenti della dottrina cristiana. Al Concilio sono presenti infatti personaggi come Pierre d’Ailly, Guillaume Fillastre, Francesco Zabarella, Poggio Bracciolini, Jean Gerson.

Hus viaggerà protetto da un salvacondotto reale. Il magister acconsente, e parte per la città della Germania sud-occidentale. Nessuno pensa a un complotto, a una trappola. Hus arriva

a destinazione il 3 novembre. Il 27 dello stesso mese è in carcere.

Il suo processo è annunciato come imminente. E il Concilio, che non riesce peraltro nel suo intento di dirimere lo Scisma ancora in atto con ben tre pontefici che si contendono la suprema carica della Chiesa, ha tutta l’intenzione di mostrare la sua autorità con un gesto di forza. La notizia non tarda a raggiungere Praga. Jeroným Pražský parte alla disperata per cercare di convincere i padri conciliari a liberare il suo maestro e compagno, ma viene anch’egli arrestato dopo aver passato il confine con la Germania.


Il processo e il rogo

Il processo a Hus comincia a metà maggio del 1415. A Hus viene chiesto immediatamente di abiurare, ma il magister rifiuta di farlo. Il dibattimento è a senso unico, l’accusa è duramente sostenuta dai cardinali Zabarella e D’Ailly, e dallo stesso Sigismondo, aiutati dal praghese Štěpán Páleč, che ben conosce il pensiero di Hus, da lui condiviso almeno sino al 1412. L’accusa viene formalizzata attraverso 30 diverse proposizioni tratte dalle sue opere, e considerate eretiche. La sola difesa che rimane a Hus è quella di poter dimostrare che quasi tutte le tesi attribuitegli sono state manipolate e non corrispondono al suo pensiero. Ma solo a tratti l’imputato riesce a difendersi. All’accusa di aver negato ogni presenza divina nell’Eucarestia, Hus risponde che ha sempre creduto nella Transustanziazione – intanto il Concilio ha condannato la Santa Cena sub utraque specie; all’accusa di essersi proclamato «quarta persona della Divinità», perde la calma e urla di sdegno contro i giudici. La sua condanna comunque è già stata scritta. Alla sentenza segue nell’immediato il rito crudelmente teatrale dell’esecuzione sul rogo. Hus, che ha ancora una volta rifiutato ogni abiura, viene spogliato di ogni dignità ecclesiastica e viene consegnato al braccio secolare. Gli viene messa in testa una corona di carta sulla quale sono disegnati dei diavoli che danzano. Viene fatto passare accanto a una pila di suoi scritti che stanno bruciando. Incatenato al palo, riesce a pregare ad alta voce e a cantare due inni sacri. Muore soffocato da fumo. Il suo corpo semibruciato viene smembrato dal boia, perché i suoi resti non abbiano a diventare reliquie oggetto di sia pur eretica venerazione. È il 6 giugno del 1415. Ma il Concilio non si ferma: Jeroným il Praghese è in carcere, tra poco toccherà a lui. Il processo durerà più a lungo, movimentato da un’iniziale ritrattazione dell’imputato, che però ritornerà sui suoi passi e prenderà a difendersi con foga e convinzione. Anche per lui arriverà la fine, simile a quella del suo maestro e amico. Da ultimo, un gesto che sembra simbolico ma che intende avere profonde implicazioni giuridiche e politiche: John Wyclef, morto una trentina d’anni prima, verrà processato e condannato in effigie come eretico. In Inghilterra, il suo corpo verrà riesumato e bruciato, e le sue ceneri disperse. Ma intanto, le notizie di ciò che è accaduto a Costanza hanno raggiunto Praga e la Boemia tutta.