I compagni del passato (Parte II)

L’Illuminismo sovietico tra negazione e affermazione




Riaffermazione del passato negato: riformulazione della conoscenza in termini proletari

Il lato oscuro dell’Illuminismo sovietico è molto conosciuto, ma questo quadro sarebbe incompleto se ignorassimo l’immagine di Dunaevskij. Il buon leninista Mikhail Lifshitz sa che la sua teoria aveva una caratteristica peculiare: Lenin ammirava l’arte classica e le conquiste della cultura «occidentale». Non ci sarebbe contraddizione con il concetto di operaio cosciente se si guardasse a questo problema da un punto di vista critico anti-coloniale. Tuttavia, Lifshitz cerca di chiarire il progetto leninista dell’Illuminismo dal punto di vista della comunistizzazione del passato. Partendo dall’ultimo articolo di Lenin Meglio meno, ma meglio(1923), Lifshitz ammette che qui l’autore «critica la giustapposizione astratta del nuovo al vecchio»[1]. Nel vecchio marxismo della Seconda Internazionale e negli ambienti degli artisti e degli intellettuali della sinistra post-rivoluzionaria, «è stata invisibilmente assunta la repulsione astratta dei vecchi valori o la loro trasformazione in un’altrettanto astratta competenza formale». Ciò conduce alla patetica affermazione del «nuovo astratto»[2]. La tendenza più pericolosa del nuovo astratto, secondo Lifshitz, era Lef (Fronte di sinistra delle arti), che voleva «creare qui qualcosa di simile a un’America proletaria», promuovendo «il razionalismo astratto e l’utilitarismo nell’arte»[3]. L’influenza diretta di questo formalismo e positivismo sociologico era anche un classismo proletkultista. Qua e là Lifshitz accusa Bogdanov per il volgare determinismo delle forze produttive, che porta il filosofo del Proletkul’t alla stessa abolizione del passato come Lef.

Il concetto di determinismo delle forze produttive è piuttosto estraneo al sistema di Bogdanov. Una produttiva capacità organizzativa del lavoro su un livello minimo corrisponde alla spontaneità fisica elementare degli elementi della natura. In questo sistema il lavoro non è soggetto, bensì forza che ha gradi e intensità differenti a livello biologico, fisico e sociale. Ciò presuppone il materialismo strutturale della fisica invece che il determinismo sociologico. Inoltre, la visione dell’arte di Bogdanov era, in senso stretto, l’opposto dell’utilitarismo. Bogdanov ha anche dissociato la cultura proletaria dal taylorismo e dal Not (Organizzazione scientifica del lavoro) di Alexei Gastev. Anche se in condizioni di caos nelle fabbriche, alti tassi di analfabetismo degli operai e collasso della disciplina del lavoro l’attuazione del sistema di Taylor era necessaria, Bogdanov sostiene che questa misura deve essere temporanea. Il taylorismo è un sistema di controllo e sfruttamento che intorpidisce la mente e blocca lo sviluppo intellettuale della forza lavoro. Migliora le modalità di sfruttamento invece di sviluppare le forme di produzione[4]. Il taylorismo è dunque in contraddizione con la fraterna cooperazione operaia e favorisce relazioni sociali autoritarie; tuttavia, come molti altri bolscevichi, Bogdanov sostiene criticamente il taylorismo come misura provvisoria per aumentare la produttività del lavoro. Allo stesso tempo, questo sostegno critico è piuttosto diverso dal fanatismo dell’operaio e direttore di fabbrica Gastev. Il movimento Not ha insistito sulla razionalizzazione del lavoro e sulla misurazione del tempo speso per ogni operazione di lavoro. Gli artisti d’avanguardia hanno perfino cercato di applicare l’approccio di Gastev al lavoro intellettuale[5]. Comunque, Bogdanov ha criticato apertamente il sistema «biomeccanico» di gestione scientifica e metrica di Gastev, in quanto tecnicismo unilaterale e riduzionista. Inutile dire che gli esperimenti artistici d’avanguardia con il taylorismo erano estranei a Bogdanov.

Il compito di Lifshitz è distinguere Lenin e liberare con ogni mezzo la sua teoria da un vecchio compagno di partito. Il buon bolscevismo di Lenin e il cattivo bolscevismo di Bogdanov devono riaffermare ancora una volta la leggenda leninista sull’assoluta incomparabilità degli ex alleati. Così, per Lifshitz «[il compito] era quello di liberare il marxismo concreto da questa astrazione, in parte scientifica e in parte volgare, per ritornare dall’astratto al concreto. Poiché la rivoluzione stessa all’inizio del suo ciclo porta con sé una negazione astratta del passato (non può essere altrimenti), essa deve riacquistare la pienezza della concretezza nella fase successiva»[6]. Inoltre, il concetto di cultura proletaria, nel suo rifiuto del vecchio, trascura una «sincera» coscienza di classe che si sviluppa «solo a partire dall’osservazione di tutte le classi della società». L’ideologia proletaria è una «conclusione dell’intera pratica del genere umano, la conclusione dello sviluppo della filosofia, dell’economia politica, del socialismo»[7].

Viene qui echeggiata la critica di Lenin alla cultura proletaria come specializzazione sottoculturale del proletariato. Invece di creare una propria sottocultura, il proletariato deve lottare per appropriarsi della grande arte borghese e riformularla in termini marxisti. A produrre una nuova cultura non sono l’esperienza proletaria e le sue modalità di autorganizzazione, ma un punto di vista marxista sulla storia. Solo il marxismo permette di sviluppare una nuova prospettiva universalista su tutta la storia umana dal corretto punto di vista comunista:

Il marxismo ha acquisito il suo significato storico mondiale, in quanto ideologia del proletariato rivoluzionario, perché, invece di respingere le conquiste più preziose dell’epoca borghese, ha al contrario assimilato e rielaborato quanto vi era di più valido nello sviluppo più che bimillenario della cultura e del pensiero umani. Soltanto il lavoro svolto su questa base e in questa direzione […] può essere riconosciuto come lo sviluppo di una cultura effettivamente proletaria[8].

La cultura proletaria deve logicamente procedere da tutto il sapere accumulato senza segregarlo come capitalistico o feudale[9]. È comprensibile il timore di Lenin che la cultura proletaria diventi una sottocultura, ma è altrettanto comprensibile che il punto di vista marxista come principio guida di una grande crociata sul passato reazionario possa finire sulla medesima stretta strada dell’ideologia leninista che, come sosteneva ragionevolmente Bucharin, mira insieme alla conquista dell’intera cultura borghese conquistando lo Stato borghese, i vecchi teatri e l’arte tradizionale[10].

Nel 1918, alla prima Conferenza della cultura proletaria di tutta la Russia, svoltasi a Mosca, Bogdanov affermava che «l’insieme delle conoscenze accumulate dalla borghesia era utile al proletariato solo se riformulato in termini proletari, come base di una “scienza organizzativa” monistica e onnicomprensiva [...] L’Università operaia deve fare per il proletariato quello che Diderot e gli enciclopedisti hanno fatto per la borghesia francese nel XVIII secolo»[11].

Bogdanov scrive della necessità di un’enciclopedia proletaria e di un nuovo programma di Illuminismo proletario[12]. Nel precedente articolo L’assemblaggio dell’uomo, sottolinea che la figura universale di un enciclopedista scompare insieme allo specialismo filosofico. Il filosofo-specialista contemporaneo presenta una visione del mondo frammentaria, mentre il capitale assume la funzione universale della filosofia e raccoglie gli operai sotto i tetti delle fabbriche, assemblando un uomo frammentato in una forma universale[13].

La nuova enciclopedia proletaria esige la socializzazione della scienza, dopo di che la produzione di conoscenza diventa uno strumento di costruzione culturale collettiva[14]. Un membro del Proletkul’t precisa questa formulazione e invoca la «proletarizzazione della scienza»: analogamente a Marx, che «proletarizzava l’economia, gli ideologi della cultura proletaria devono proletarizzare le scienze naturali e sociali»[15]. Il retroterra di classe della nuova scienza è stato definito in modo abbastanza chiaro. Bogdanov indica l’istituzione dell’Università proletaria, una «scuola dell’essere compagni» e del «sapere enciclopedico» come unico mezzo di socializzazione, cosa che non può essere fornita dalla tradizionale università burocratica, con l’«autoritarismo di professori e intellettuali»[16]. Il caporedattore della casa editrice del Proletkul’t, «Cultura proletaria», pone la questione in modo ancora più diretto: l’enciclopedia proletaria è in pratica la cultura proletaria[17].

Bogdanov sostiene che quando una persona padroneggia l’esperienza collettiva, l’autorità e il potere lasciano automaticamente il posto alla competenza e alla capacità. Tale visione mira a risolvere il dilemma della dittatura. L’esperienza collettiva può essere elaborata tanto da una persona concreta quanto dall’intera classe. Il «pensatore proletario» più competente, Marx, è solo un esempio di tale comprensione collettiva[18]. In altre parole, Marx non è superiore al collettivo. Sullo sfondo della sua attività ci sono generazioni di lavoro collettivo e di esperienza. Il collettivo, quindi, non è una folla o un gruppo, ma un rapporto particolare con le generazioni del lavoro. È l’autocoscienza di una specie particolare: un rapporto fraterno con l’umanità passata e presente; con la donna e il suo lavoro domestico; con i bambini, che sono i «futuri compagni» e non gli schiavi dei padri. È la «cooperazione delle generazioni», che la cultura proletaria deve coltivare e costruire.

La fratellanza con il passato di Bogdanov corrisponde alla riformulazione della conoscenza nei termini proletari di Lenin. Ad esempio, la seguente proposizione di Bogdanov coincide quasi con la dialettica leniniana del vecchio e del nuovo: «Creando una nuova arte, il collettivismo trasforma il vecchio e ne fa il proprio strumento formativo e organizzativo»[19]. Il proletariato non rifiuta mai la cultura del passato, ma prende degli elementi da questa cultura e li rielabora secondo i compiti del momento. L’arte è una pratica collettivista, ma questo significa solo che il collettivo fornisce i materiali, gli strumenti, le teorie, l’esperienza e la direzione per la creazione dell’opera d’arte. È essenziale che il proletariato armonizzi la propria esperienza con quella del passato. Solo in questo senso l’arte e la scienza proletarie sono universali e non mera cultura di classe. L’organizzazione dell’esperienza secondo i principi proletari presuppone la rivelazione di ciò che è già esistito come stikhiinost’, o in altre parole, in forma «inconscia».


In altre parole, l’eredità della vecchia cultura deve diventare consapevole di se stessa dal nuovo punto di vista proletario. Il motto di questa etica è formulato da Lifshitz: «Grazie alla distruzione della proprietà privata e dello sfruttamento degli uomini da parte degli uomini, tutti i grandi della vecchia letteratura non sono morti; al contrario, sono stati liberati da un guscio limitato e ristretto, hanno ricevuto una nuova vita, seria e profonda, nel cuore di milioni di persone. Puškin non è morto, solo ora comincia a vivere davvero»[20].

La commemorazione delle lotte passate nel presente ricorda l’atteggiamento di Benjamin nei confronti della storia, ma questo è un atteggiamento specificamente proletario, come dice Bogdanov, di trattare «tutti i compagni di lavoro, vicini e lontani, tutti i combattenti per una causa comune, tutta la classe, l’intero passato e il futuro dell’umanità lavoratrice come compagni, come membri di un unico, continuo insieme laborioso»[21]. È questa unità collettiva del lavoro che il proletariato industriale attua organizzando le cose e le persone, autorganizzandosi nel collettivo, cioè nel Proletkul’t, e producendo la propria cultura nel processo e, di conseguenza, diventando l’organizzatore delle idee.

Comunque la differenza tra i progetti di Illuminismo di Lenin e di Bogdanov può essere formulata come una differenza tra occidentalizzazione e proletarizzazione. Nonostante una concezione simile della riformulazione del sapere in termini proletari, nella visione di Lenin il proletariato deve espropriare pragmaticamente tutto il «valore d’uso» del passato borghese, compreso il taylorismo e la gestione di fabbrica, le istituzioni culturali e statali, l’arte classica e l’educazione. L’ideologia del raggiungimento dell’Occidente nello sviluppo economico e culturale ha assunto l’appropriazione della cultura borghese per i bisogni socialisti. Questa differenza può essere formulata anche come una differenza tra il cinema del realismo socialista di Ivan Pyr’ev, che copia Hollywood, e il cinema di Alexander Medvedkin, che usa nei suoi film il folklore contadino, la narrazione orale e altre forme storiche dei saperi oppressi. Il classismo del Proletkul’t ha resistito alle influenze dell’occidentalizzazione, trattata come un mezzo per ripristinare il capitalismo nella società post-rivoluzionaria[22]. Nella sua concezione dell’essere compagni Bogdanov va oltre Lenin. Non è sufficiente semplicemente assimilare la cultura borghese, il proletariato deve espropriare gli espropriatori, deve cioè liberare il passato dallo sfruttamento borghese. L’unico modo per farlo è produrre un’enciclopedia proletaria del sapere. Lo scopo di questa enciclopedia non è la mera chiarificazione del sapere attraverso il metodo guida o la disciplina, ma piuttosto la riformulazione della conoscenza in termini marxisti: «la decifrazione comunista dei rapporti mondiali», per dirla con Vertov[23]. Questo significherebbe la costruzione di una nuova epistemologia, il grandioso compito che corrisponde alla metafisica di Bogdanov dell’organizzazione universale.

Il progetto dell’enciclopedia proletaria non ha potuto svilupparsi a livello istituzionale e ufficiale. Nel 1920 il Proletkul’t divenne un ramo del Narkompros. La decisione fu giustificata dall’influenza dominante sul Proletkul’t degli «elementi borghesi stranieri» – «futurismo e machismo» – e di una «filosofia decadente». La dittatura del proletariato era un’ideologia ufficiale, ma la scienza e l’arte di classe erano viste come una stravaganza filosofica[24].

A mo’ di una conclusione

La nostra analisi mostra che la lotta contro la spontaneità porta l’Illuminismo sovietico alla domanda su come organizzare la conoscenza, l’esperienza storica e pre-rivoluzionaria nella forma post-rivoluzionaria. La risposta assume due diversi tipi di rapporto con il passato. Il primo modello (chiamiamolo leninista) utilizza il sapere capitalistico per scopi socialisti, mentre il secondo modello (chiamiamolo bogdanoviano) ricerca le tracce della forma comunista nell’immanenza della resistenza del lavoro, delle conoscenze e delle pratiche subalterne del passato.

In una retrospettiva possiamo avere una visione meno binaria dei due illuminismi. Dalla finestra della nostra distanza storica, il progetto di Lenin appare come un palcoscenico su cui i proletari interpretano l’arte aristocratica di Shakespeare o di Tolstoj nel teatro e nel cinema, mentre i loro figli frequentano le scuole di danza e di musica dopo le elementari. L’immagine esemplare è il film di sette ore di Sergei Bondarchuk Guerra e pace, uscito nel 1967: pretende di costruire un’immagine realistica del passato aristocratico nel migliore dei modi di Stanislavsky, ma nei fatti sovverte gli atteggiamenti, i comportamenti e i ruoli sociali dei personaggi di Tolstoj. Il film è uno spettacolo carnevalesco, in cui gli uomini e le donne sovietiche agiscono goffamente nelle decorazioni storiche dell’alta società. L’epopea di Bondarchuk confonde per realtà il suo desiderio di mostrare un’aristocrazia nel corpo proletario, ma per l’occidentalista Lenin il passato è un campo di addestramento in cui il proletariato impara a superare i nemici di classe. È comprensibile, allora, perché la gioventù romantica e ribelle di Pierre Bezukhov, e Bondarchuk interpreta Bezukhov stesso, ha il fisico di un uomo maturo e robusto, con il viso stanco. È perché Bezukhov non è un rappresentante del Novecento russo, ma la sua classe operaia sovietica contemporanea, che commemora Bezukhov nel suo stesso corpo e in questo modo combatte con le tendenze piccolo borghesi della primavera di Praga. Di conseguenza, ciò che resta da fare è mettere in scena una rievocazione totale dell’età classica e moderna. La riformulazione della cultura mondiale in termini proletari è un’esibizione con la parrucca di Mozart e Pushkin.

Preso dal suo lato proletkultista, l’Illuminismo sovietico appare come un’enciclopedia proletaria della conoscenza. Spiega la necessità di pubblicare i classici della filosofia, come le opere di Spinoza e Hegel, in milioni di copie, e le infinite critiche sovietiche all’arte, alla filosofia e alla scienza borghesi dal punto di vista socialista. In questo modo, possiamo leggere i tentativi di Ėval’d Il’enkov negli anni Sessanta di portare alla luce l’epistemologia da Das Kapital per formulare un metodo applicabile, secondo l’autore, in tutte le altre scienze[25]. In entrambi i casi, ciò che conta è la liberazione del passato da se stesso, una costruzione dell’universalismo post-storico, che conclude fruttuosamente tutto attraverso il presente sovietico. Preso dal suo lato leninista, l’Illuminismo sovietico appare anche come la filosofia lifshitziana dei classici, ls trinità della bontà, della bellezza e della verità[26]. E non importa che queste trinità possano sembrare il teatro amatoriale del Guerra e pace di Bondarchuk.


Infatti, cos’è universale se non un’esperienza storica dell’umanità? Siamo compagni di coloro che sono apparsi sul palcoscenico della storia, siamo i loro predecessori. Il passato è la nostra contemporaneità. A seconda delle preferenze politiche, ci specchiamo ancora nelle parrucche di Marx, Lenin, Luxemburg, Benjamin ecc. Interpretare il passato significa riaffermarci nel futuro. Nel romanzo di Andrej Platonov Chevengur, un contadino zoppo, capo del comitato rivoluzionario, si registra all’ufficio del partito con il nome di Dostoevskij e propone di rinominare l’intera popolazione del villaggio con lo scopo di migliorarsi[27]. Chi prenderà un nuovo nome dovrà comportarsi e vivere come il personaggio scelto. Così altri due abitanti del villaggio diventano Cristoforo Colombo e Franz Mehring. Dostoevskij riferisce al comitato rivoluzionario sui nomi scelti per determinare se Colombo e Mehring fossero persone degne di essere prese come esempi della vita che verrà o se erano muti per la rivoluzione. La divisione tra passato e futuro, il vecchio e il nuovo produce la dialettica della riaffermazione. L’umanità post-rivoluzionaria trasmette il tempo attraverso se stessa e guarda indietro per vedere come il tempo si è convertito nello spazio post-rivoluzionario.

Il concetto sovietico di Illuminismo non è finalizzato solo alle utopie dell’organizzazione razionale della società, ma presenta un ambizioso tentativo di riformulare la conoscenza in termini proletari: che cos’è il passato dal punto di vista del presente e chi siamo noi quando il passato ci illumina? Ogni elemento del passato può essere liberato dalla violenza e dalla barbarie capitalista se risorge nel presente socialista come nostro compagno comunista. Scrive Lunačarskij:

Se poniamo direttamente la domanda se Spinoza fosse un ideologo della borghesia, allora dobbiamo rispondere pienamente sì. Ma se dopo ci viene chiesto: ciò significa che daremo Spinoza in pasto agli ideologi della borghesia, che saremo spettatori indifferenti dell’inganno del grande filosofo, che con il sorriso sul volto ci laveremo le mani guardando la distorsione, la negazione, la denigrazione maliziosa di Spinoza, con cui la borghesia ha circondato il suo nome per secoli, e che con lo stesso sorriso guarderemo quei baci di Giuda, per mezzo dei quali la borghesia cerca di volta in volta, in particolare ora, di cancellare l’immagine del saggio per proclamarlo loro compagno – allora dobbiamo rispondere pienamente no[28].

L’Illuminismo sovietico è il progetto di salvare il passato dalla modernità capitalistica. L’enciclopedia comunista del sapere, perciò, non è una sistematizzazione totalitaria e il calcolo di tutto ciò che è esistito, bensì l’essere compagni con il passato.

Questo atteggiamento verso il passato indica che in un contesto in cui la rivoluzione era un’estasi volontaristica fatta dai contadini proletarizzati, che erano essi stessi una forma sociale del passato feudale, il rapporto con ciò che è vecchio e ciò che è nuovo si stabilisce nella forma di una complessa struttura dialettica. Qui, paradossalmente, il passato non è né rifiutato né padroneggiato, ma appare nella sua totalità, allo stesso tempo indietro e avanti. Circonda il presente. Per utilizzare un’analogia con la grammatica inglese, l’adesso diventa present perfect, ovvero una continua retrospettiva riflessiva con ciò che è stato fatto. Il passato invia un riscontro e partecipa attivamente all’adesso. Il passato è un compagno che insegna, educa e continua a vivere fianco a fianco con l’oggi. Così, commemorare i cento anni della rivoluzione di ottobre significa ripristinare la nostra capacità di essere compagni del passato, imparare a non dare in pasto agli ideologi della borghesia la storia, la filosofia, la formazione, la scienza e l’arte. Significa anche ripristinare un legame tra noi e l’enciclopedia proletaria dell’Illuminismo sovietico.


Note [1] Ivi, p. 32. [2] Ivi, p. 26. Nella parole di Lenin: «le rivoluzioni realmente grandi nascono dall'antagonismo tra il vecchio, tra la tendenza a rielaborare il vecchio e la più astratta aspirazione al nuovo, che deve essere talmente nuovo da non contenere in sé nemmeno un briciolo di antico» (V.I. Lenin [1923], Meglio meno, ma meglio, in Opere, vol. XXXIII, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 454-455). [3] Lifshitz – Sziklai, Nadoelo. V zashchitu obyknovennogo marksizma, cit., p. 34. [4] A. Bogdanov, Mezhdu chelovekom i mashinoi [Tra uomo e macchina], Mosca 1918, pp. 9–15. [5] Si veda A. Penzin, Iskusstvo i biopolitika. Sovetskii avangard 1920-kh gg. i poslerevoliutsionnye formy zhizhni [Arte e biopolitica. L’avanguardia sovietica degli anni Venti e le forme di vita post-rivoluzionarie], in E. V. Petrovskaia, a cura di, Kul’tura i revoliutsiia: fragmenty sovietskogo opyta 1920-1930 gg, RAN, Institut filosofii, Mosca 2012, pp. 47–90. [6] Lifshitz – Sziklai, Nadoelo. V zashchitu obyknovennogo marksizma, cit., p. 42. [7] Ivi, p. 318. [8] V.I. Lenin [1920], Sulla cultura proletaria, in Opere, vol. XXXI, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 301. [9] V.I. Lenin [1920], I compiti delle associazioni giovanili, in Opere, vol. XXXI, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 269-284. [10] Si veda J. Biggart, Bukharin and the Origins of the «Proletarian Culture». Debate, «Soviet Studies», XXXIX, aprile 1987, p. 234. [11] Per una sintesi del discorso si veda Fitzpatrick, The Commissariat of Enlightenment, cit., pp. 95–96. [12] Si vedano, ad esempio, i suoi scritti pre-rivoluzionari: A. Bogdanov, Kul’turnye zadachi nashego vremeni [I compiti culturali del nostro tempo], Izdanie S. Dorovatovskago i A. Charushnikova, Mosca 1911. [13] A. Bogdanov, Sobiranie cheloveka [L’assemblaggio dell’uomo], «Novyi Mir», Mosca 1910, pp. 25–28. [14] A. Bogdanov, Nauka i rabochii class. Doklad, chitannyi na konferentsii Proletarskikh Kul’turno- Prosvetitel’nykh Obshchestv goroda Moskvy 23 fevralia 1918 g. [Scienza e classe operaia. Tesi presentate alla Conferenza delle società culturali-illuministe proletarie, febbraio 1918], Izdanie Soiuza Rabochikh Potrebitel’nykh Obshchestv, Mosca 1919, p. 15. [15] M. Smitt, M 1919, Proletarizatsia nauki [Proletarizzazione della scienza], «Proletarskaia Kul’tura», 11–12, 1919, p. 31. [16] Bogdanov, Nauka i rabochii class, cit., p. 16. [17] P.I. Lebedev-Polianskii, O proletarskoi kulture. Stenogramma rechi, proiznesennoi v Moskve 20 noiabria 1920 g. [Sulla cultura proletaria. Resoconto di un discorso tenuto a Mosca il 20 novembre 1920], Donskoe oblastnoe otdelenie gos. izdatel’stva, Rostov-on-Don 1921, pp. 9-11. [18] A. Bogdanov, Elementy proletarskoi kul’tury v razvitii rabochego classa. Lektsii prochitannye v Moskovskom proletkul’te vesnoi 1919 goda [Gli elementi della cultura proletaria nello sviluppo della classe operaia. Lezioni tenute al Proletkul’t di Mosca nella primavera 1919], Gosudarstvennoe izdatel’stvo, Vserossiiskii Sovet Proletkul’ta, Mosca 1920, pp. 55–56. [19] A. Bogdanov, Nauka ob obshchestvennom soznanii. Kratkii kurs ideologicheskoi nauki v voprosakh i otvetakh [La scienza della coscienza sociale. Breve corso di scienza ideologica in domande e risposte], Kniga, Mosca 1923, p. 292. [20] Lifshitz – Sziklai, Nadoelo. V zashchitu obyknovennogo marksizma, cit., p. 340. [21] Bogdanov, Elementy proletarskoi kul’tury v razvitii rabochego classa, cit., p. 49. [22] Si veda la critica della modernizzazione capitalistica in S. Zander, Proletarskaia kul’tura i proletarskaia revolutsiia (K itogam nedavnei diskussii) [Cultura proletaria e rivoluzione proletaria (i risultati di una discussione recente)], «Gorn», 8, 1923, pp. 67–86. [23] D. Vertov, Kino-Eye, in The Writings of Dziga Vertov, University of California Press, Berkeley 1984, pp. 60-79. [24] Si veda la sintesi delle discussioni e la difesa della scienza proletaria in N. Sizov, Proletariat i nauka [Il proletariato e la scienza], «Gorn», 8, 1923, pp. 89–102. [25] Ė. Il’enkov, Dialettica Dell'Astratto E Del Concreto Nel Capitale Di Marx, Feltrinelli, Milano 1961. [26] Lifshitz, Chto takoe klassika?, cit. [27] A. Platonov, Čevengur, Einaudi, Torino 2015. [28] A. Lunačarskij, Baruch Spinoza i Burzhuaziia [Baruch Spinoza e la borghesia], Zhurnal’no-gazetnoe ob’edinenie, Mosca 1933, p. 2.

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