Guerra, capitalismo, ecologia

Sui limiti di comprensione della filosofia ecologista



Pubblichiamo il primo di tre interventi programmati a opera di Maurizio Lazzarato sui temi della guerra in corso sulla soglia dell’Europa. Lazzarato, che ha già pubblicato lo scorso 7 marzo un testo a riguardo nella sezione «mundi» di Machina (https://www.machina-deriveapprodi.com/post/la-guerra-in-ucraina-l-occidente-e-noi), è autore del recente libro L’intollerabile presente, l’urgenza della rivoluzione. Classi e minoranze, ombre corte. Nel 2019 DeriveApprodi ha pubblicato il suo Il capitalismo odia tutti. Fascismo e rivoluzione.



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Di fronte alla guerra scoppiata in Ucraina, il filosofo ecologista Bruno Latour, è smarrito, sopraffatto dagli eventi: «Non so come tenere insieme le due tragedie», l’Ucraina e la tragedia del riscaldamento globale. L’unica cosa che afferma è che l’interesse per l’una non deve prevalere sull’interesse per l’altra.

Non riesce a cogliere la loro relazione, eppure sono strettamente legate perché hanno la stessa origine. Latour, per capirci qualcosa, dovrebbe prima ammettere l’esistenza del capitalismo, che è il quadro nel quale le due guerre emergono e si sviluppano.

La guerra tra Stati e le guerre di classe, di razza e di sesso hanno da sempre accompagnato lo sviluppo del capitale perché, dai tempi dell’accumulazione primitiva, sono le condizioni della sua esistenza. La formazione delle classi (degli operai, dei colonizzati, delle donne) implica una violenza extra-economica che fonda il dominio e una violenza che lo conserva, stabilizzando e riproducendo i rapporti tra vincitori e i vinti. Non c’è capitale senza guerre di classe, di razza e di sesso e senza Stato che ha la forza e i mezzi per condurle! La guerra e le guerre non sono delle realtà esterne, ma costitutive del rapporto di capitale, anche se da molto tempo sembra che ce ne siamo dimenticati. Nel capitalismo le guerre non scoppiano perché ci sono gli autocrati brutti e cattivi contro i democratici belli e buoni.

La guerra e le guerre che si trovano all’inizio di ogni grande ciclo di accumulazione, si ritrovano alla sua fine. Nel capitalismo provocano catastrofi e disseminano la morte in maniera incomparabile con altre epoche storiche. Ma esiste un momento nella storia del capitalismo, all’inizio del XX secolo, in cui la relazione tra la guerra, lo Stato e il capitale si annoda in tal modo che il suo potere di distruzione, che è una condizione del suo sviluppo (il suo motore, dice Schumpeter definendola «distruzione creativa»), da relativo diventa assoluto. Assoluto perché mette in gioco l’esistenza stessa dell’umanità e le condizioni di vita di molte altre specie.


La Prima guerra mondiale e la distruzione assoluta

I sostenitori dell’Antropocene dibattono sulla data del suo inizio: il Neolitico, la conquista dell’America, la rivoluzione industriale, la grande accelerazione del dopoguerra, ecc. Tutti evitano accuratamente di confrontarsi con la rottura che ha rappresentato la Prima guerra mondiale, le cui conseguenze nefaste continuano ad agire nel nostro presente. Il grande cambiamento che strutturerà la macchina bicefala Stato/capitale è avvenuto prima della crisi finanziaria del 1929, durante la guerra del 1914.

La Grande Guerra è una novità assoluta perché è il risultato di un’integrazione dell’azione dello Stato, dell’economia dei monopoli, della società, del lavoro, della scienza e della tecnica. Tutti questi elementi cooperano alla fabbricazione di una mega macchina la cui produzione è finalizzata alla guerra. Ciascuno di essi ne uscirà profondamente trasformato: lo Stato accentua il potere esecutivo a discapito del potere legislativo e giudiziario per gestire «l’emergenza», l’economia subisce la stessa concentrazione del potere politico consolidando i monopoli, la società nel suo insieme e non solo il mondo del lavoro viene mobilitata per la produzione, l’innovazione scientifica e tecnica passa sotto il controllo diretto dello Stato e subisce un’accelerazione fulminea.

Ernst Jünger, «eroe» della Prima guerra mondiale, la descrive come «gigantesco processo di lavoro» piuttosto che come un’«azione armata». La guerra è l’occasione per coinvolgere tutta la società nell’organizzazione dell’espansione della produzione che concerneva fino allora solo un piccolo numero di imprese. «I paesi furono trasformati in gigantesche fabbriche capaci di produrre, alla catena di montaggio, eserciti per poterli mandare al fronte ventiquattro ore al giorno, dove un sanguinoso processo di consumo, sempre completamente meccanizzato, giocava il ruolo di un mercato (…)».

Il coinvolgimento di tutte le funzioni sociali nella produzione (ciò che i marxisti chiamano la sussunzione della società nel capitale) nasce in questo frangente ed è segnata, e lo sarà per sempre, dalla guerra. Ogni forma di attività «fosse anche quella di un operaio domestico che lavora alla sua macchina da cucire», è destinata all’economia di guerra e partecipa della mobilitazione totale

«Accanto agli eserciti che si scontrano sui campi di battaglia, nascono i nuovi eserciti delle comunicazioni, del vettovagliamento, dell’industria militare: in generale l’esercito del lavoro» al quale aggiungere l’esercito della scienza e della tecnica. La logistica fa passi da gigante e si dimostrerà molto più efficace delle reti commerciali del capitale.

È in questo senso che la guerra è «totale». Esige la mobilitazione dell’economia, della politica e del sociale, cioè una «produzione totale». Tra guerra, monopoli e Stato si crea un legame che non potrà più essere sciolto da nessun «liberalismo», nemmeno il neoliberalismo potrà far tornare il mercato della domanda e dell’offerta e della libera concorrenza.

La nascita di quello che Marx chiamava il «General Intellect» (la produzione non dipende solo dal lavoro diretto dei lavoratori ma dall’attività e dalla cooperazione della società nel suo insieme, dalla comunicazione, dalla scienza e dalla tecnologia, ecc.) si realizza sotto il segno della guerra. Nel «General Intellect» marxiano non c’è la guerra, mentre nella sua attuazione reale è lei che completa e integra il tutto. Il capitalismo riorganizzato dalla guerra totale è diverso da quello descritto da Marx. Hahlweg, studioso tedesco che ha pubblicato l’opera completa di Clausewitz riassume perfettamente questo mutamento del capitalismo: in Lenin le guerre hanno preso il posto delle crisi economiche in Marx. Keynes a sua volta affermava che il suo programma economico poteva essere realizzato solo in un’economia di guerra, perché solo in questo caso tutte le forze produttive sono spinte all’estremo delle loro possibilità.

Questa temibile «macchina» in cui guerra e produzione si confondono, provoca un salto nello sviluppo dell’organizzazione del lavoro, della scienza e della tecnica; il coordinamento e la sinergia delle varie forze produttive e delle funzioni sociali si traducono in un aumento della produzione e della produttività. Ma produzione e produttività sono per la distruzione. Per la prima volta nella storia del capitalismo la produzione è «sociale» e al tempo stesso, completamente finalizzata alla distruzione. Lo sviluppo delle forze produttive è indirizzata a un aumento della capacità di distruggere.

Una corsa folle si scatenerà nella ricerca/innovazione per aumentare il potere di distruzione: distruggere il nemico, il suo esercito ma anche la sua popolazione, le sue strutture e infrastrutture.

Questo processo ha il suo compimento nella costruzione della bomba atomica durante la Seconda guerra mondiale. La scienza, massima espressione della creatività e della produttività dell’essere sociale, espande radicalmente il potere di distruzione: la bomba atomica mette in gioco la sopravvivenza stessa dell’umanità.

Günter Anders osserva a questo proposito: se fino alla Prima guerra mondiale gli uomini erano individualmente mortali e l’umanità immortale, dalla costruzione della bomba atomica l’identità di produzione e distruzione perfettamente incarnata dalla scienza, minaccia di estinguere l’umanità. Per la prima volta nella sua storia, la specie umana è in pericolo di estinzione, grazie all’azione di una parte degli uomini (i capitalisti e gli uomini di Stato, le classi possidenti, ecc.) che la compongono.

Questo salto nell’organizzazione politico-economica della macchina bicefala Stato-capitale è una risposta al pericolo del socialismo che incombeva sull’Europa e una azione di prevenzione delle guerre di classe, di razza e di sesso che il socialismo conteneva nel suo seno (malgrado le organizzazioni che lo strutturavano) e che si sarebbero sviluppate durante tutto il Ventesimo secolo.


La grande accelerazione

L’azione di questa nuova organizzazione della macchina Stato-capitale non si fermerà con la conclusione dei combattimenti, poiché la «mobilitazione totale» per la «produzione totale», la gestione dell’emergenza, la concentrazione del potere esecutivo ed economico, si trasformano in norme ordinarie della gestione capitalista. Gli ecologisti chiamano il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, la grande accelerazione, all’interno della quale si ritroverà intatta l’identità di produzione /distruzione radicata nel quotidiano del lavoro e del consumo del «boom» economico.

La macchina produttiva integrata non è stata smantellata, ma investita nella ricostruzione. Diventerà poi evidente che la riparazione dei danni causati dalla guerra determinerà una nuova e ancora più formidabile distruzione: con la grande accelerazione abbiamo fatto un grande passo verso il punto di non ritorno nella degradazione dell’equilibrio climatico e della biosfera.

Il capitalismo del dopoguerra continua a sfruttare l’integrazione della mega macchina generando tassi di crescita e produttività straordinari cui corrispondono tassi di distruzione delle condizioni di abitabilità del pianeta altrettanto straordinari. La specie umana è minacciata di estinzione una seconda volta. Non è più la «natura» che «minaccia» l’umanità, ma certe classi e il loro sistema economico e politico.

L’identità di produzione e distruzione continua a dispiegarsi nel quadro di una «pace» le cui condizioni di possibilità sono sempre determinate dalla guerra, fredda al Nord e molto calda al Sud dove si concentra la «guerra civile mondiale» annunciata contemporaneamente da Hannah Arendt e Carl Schmitt nel 1961. Soltanto un punto di vista eurocentrico può concepire i Trenta gloriosi come un periodo di pace.

La grande accelerazione è inconcepibile senza il consenso del movimento operaio, che rafforza la sua integrazione con il capitalismo e lo Stato iniziata con il voto dei crediti per la guerra del 1914. Nel Nord del mondo, il compromesso fordista del dopoguerra tra capitale e lavoro si basa su un non detto: l’identità di produzione e distruzione che la «mobilitazione totale» per la «produzione totale» ha ormai lasciato in eredità al funzionamento del capitalismo. Il movimento operaio si limiterà a chiedere salari e diritti dei lavoratori, lasciando il pieno potere alla macchina Stato-capitale di decidere il contenuto del lavoro e gli obiettivi della produzione. Il compromesso agisce come se l’identità di produzione e distruzione riguardasse solo il periodo della guerra, mentre interroga in modo radicale il concetto di lavoro e di lavoratore. Gunter Anders abbozza una prima revisione di questi concetti alla luce della nuova realtà del capitalismo.

«Lo status morale del prodotto (lo status del gas velenoso o quello della bomba all’idrogeno) non influisce sulla moralità del lavoratore che partecipa alla produzione». È politicamente inconcepibile «che il prodotto alla cui fabbricazione si lavora, anche il più ripugnante, possa contaminare l’opera stessa». Il lavoro, come il denaro di cui è la condizione, «non ha odore». «Nessuna opera può essere moralmente screditata dal suo obiettivo».

I fini della produzione non devono riguardare in alcun modo l’operaio, perché, «questa è una delle caratteristiche più disastrose del nostro tempo», il lavoro deve essere considerato «neutro rispetto alla moralità (...) Qualunque lavoro si faccia, il prodotto di questo lavoro rimane sempre al di là del bene e del male».

I sindacati e il movimento operaio hanno fatto il «voto segreto» di «non vedere e non sapere quel che [il lavoro] fa», di «non avere di mira né l’eidos né il telos inerente al fare».

Nelle condizioni del capitalismo contemporaneo la situazione si è ulteriormente radicalizzata, qualsiasi lavoro (e non solo quello che produce «gas velenoso o la bomba all’idrogeno») è distruttivo; qualsiasi consumo (e non solo prendere l’aereo, sprecare l’acqua, ecc.) è distruttivo. È ormai impossibile dire se il lavoro e il consumo producano l’essere o lo distruggano, perché sono nello stesso tempo forze di produzione e forze di distruzione.

Nel capitalismo, gli individui sono «complici», loro malgrado, della distruzione poiché la producono lavorando e consumando, e vittime dello sfruttamento e del dominio poiché costretti a produrre e a consumare. Non ci sono altre alternative che rompere questi legami di subordinazione che ci fanno oggettivamente complici e sottrarsi da questi rapporti di lavoro e di consumo, vale a dire perseguire fino in fondo il rifiuto del lavoro coatto e del consumo obbligatorio.


Il sedicente «neoliberalismo»

La strategia della macchina bicefala Stato-capitale assume senza nessun complesso le parole d’ordine della «mobilizzazione totale» per la «produzione totale» che il compromesso capitale/lavoro aveva praticato ma non riconosciuto.

La matrice economica-politica è ancora quella disegnata dalla Prima guerra mondiale: l’intensificazione della finanziarizzazione, l’ulteriore concentrazione del potere economico e politico e la nuova mondializzazione non fanno che accrescere la sua dimensione produttiva/distruttiva, esaltando le sue caratteristiche autoritarie, anti-democratiche.

Il «neoliberalismo» non soltanto nasce dalle guerre civili in America Latina, ma si alimenta di tutte le guerre che gli americani e la Nato hanno dichiarato nel mondo, prima contro un nemico che avevano essi stessi contribuito a creare (il terrorismo islamico) e poi contro le potenze emerse dalla guerre di liberazione dal colonialismo (il vero obiettivo della guerra in corso è la Cina).

La mondializzazione contemporanea è molto differente da quella sviluppatasi a cavallo del XIX e XX secolo. Quest’ultima aveva come obiettivo la divisione coloniale del mondo, mentre l’attuale non può più contare su un Sud sottomesso all’Occidente. Al contrario, le ex colonie sono diventate delle potenze economico-politiche che fanno vacillare un Nord sprovvisto di ogni idea capace di stabilire la sua egemonia, se non con l’uso delle armi.

Il Sud pone due nuovi problemi: le modalità dei neo-capitalismi adottate dalle ex-colonie non fanno che aumentare l’estensione della coppia gemella produzione/distruzione, dimostrando che l’azione della macchina Stato-capitale non può essere estesa al resto dell’umanità: il capitalismo mondializzato contemporaneo porta al punto di irreversibilità la devastazione che la grande accelerazione aveva a sua volta incrementato nel dopoguerra.

L’affermazione della loro potenza (paradossalmente originata dalla globalizzazione che doveva invece assicurare l’inizio di un «nuovo secolo americano») ha riacceso gli scontri tra imperialismi che gli Stati Uniti, da anni, programmano di trasformare in guerra aperta. Accecato da un delirio guerriero, il Nord del mondo non riesce a vedere che oramai costituisce una minoranza non soltanto da un punto di vista demografico (anche nel caso della guerra in Ucraina la maggioranza dei paesi del pianeta non si è allineata alle posizioni del Nord, perché sanno che sono già stati e sono tutt’ora nel mirino dell’arroganza dominatrice yankee).

C’è un’altra similitudine col passato che colpisce in questi giorni: la violenza che l’Europa aveva esercitato sulle colonie era ritornata sul continente con le guerre totali e il fascismo. Il poeta Aimé Césaire amava affermare che cio che era rimproverato a Hitler non erano i suoi metodi «coloniali» ma il fatto che fossero utilizzati contro i bianchi. Dopo trent’anni di guerre condotte dagli americani e dalla Nato per assicurarsi il loro potere unilaterale, la violenza ritorna in Europa, imposta dagli Stati Uniti con il consenso delle inette classi dirigenti europee completamente succubi della volontà americana (suicidio di un’Europa morente da decenni accelerato dall’inclusione voluta da americani e inglesi di Stati dell’est che non hanno niente da invidiare all’autocrazia russa). La guerra è oramai installata per durare, poiché gli americani non diminuiranno la pressione armata fino a quando non riusciranno a costruire l’impossibile Impero, progetto che possiamo già ora definire suicida e omicida. La sventura dell’umanità per i prossimi anni è racchiusa in questa frase di Biden, guerrafondaio come tutti i presidenti democratici, ma forse il peggiore: «Far sì che l’America, ancora una volta, guidi il mondo», vero programma della sua presidenza. Non a caso quello sbandierato per riassorbire la guerra civile strisciante in corso è stato progressivamente abbandonato.

Queste parole di Keynes s’adattano perfettamente sia alla tragedia della guerra che alla catastrofe ecologica: l’egemonia del capitale finanziario che aveva condotto alla Prima guerra mondiale, ai fascismi, alle guerre civili, a Hiroshima contiene una «regola autodistruttiva» che agisce su «tutti gli aspetti dell’esistenza», e che vale anche oggi. La violenza che i capitalisti e lo Stato possono scatenare contiene già la catastrofe ecologica perché pur di non perdere profitti, proprietà, potere sono «capaci di spegnere il sole e le stelle».


La guerra tra potenze e la guerra contro Gaia hanno la stessa origine

Credere che la Russia sia la causa della possibile Terza guerra mondiale è come credere che l’attentato di Sarajevo lo sia stato della Prima. Pigrizia intellettuale e politica.

Un secolo fa Rosa Luxemburg aveva già colto l’impossibilità del compimento della globalizzazione e dunque dell’inevitabilità della guerra: «Il capitale ha una tendenza a diventare una forma mondiale che si infrange contro la sua propria incapacità a essere questa forma mondiale della produzione». Non può diventare capitale globale perché dipende dallo Stato nazione tanto per la realizzazione del plusvalore e la sua appropriazione (la proprietà privata è garantita dalla sua legge e dalla sua forza) quanto per la sua «regolazione» perché, senza lo Stato, il capitale invierebbe i suoi flussi sulla Luna, dicono Deleuze e Guattari.

La macchina dell’accumulazione e la sua tendenza ad allargarsi continuamente (mercato mondiale) è costruita su una tensione tra Stato e capitale, anche se entrambi partecipano a pieno titolo al suo funzionamento. Il capitale esprime una «tendenza a diventare mondiale» che non potrà mai compiersi perché non ha né la forza militare né la forza politica necessarie alle sue ambizioni. Lo Stato, invece, esercita entrambi questi poteri ma il suo dominio è territoriale, delimitato da frontiere, confrontato a Stati rivali. È inutile opporre il capitale (con la sua immanenza tutta relativa) e lo Stato (con la sua sovranità sempre più autoritaria), poiché agiscono insieme.

Lo scacco della mondializzazione contemporanea è per molti aspetti, simile all’«insuccesso» della globalizzazione precedente (tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo) e non potrà che sfociare nella guerra, poiché, una volta che il capitale finanziario e la sua egemonia crollano, gli Stati e i loro eserciti avanzano sulla ribalta del mercato mondiale per disputarsi l’egemonia.

Il «disordine» mondiale attuale (molteplicità di centri di potere costituiti da grandi spazi ma al centro dei quali ci sono sempre gli Stati) che gli americani vorrebbero ridurre a un impossibile ordine imperiale che ha già fallito, rischia di sfociare in un caos ancora più grande, qualunque sia il vincitore.

La mondializzazione, piuttosto che il cosmopolitismo, ha prodotto delle logiche identitarie poiché il capitale, dopo il crack del 2008 ha dovuto, per non crollare e trascinare con sé la «civiltà» capitalista, rifugiarsi sotto l’ala dello Stato che vive solo di identità: nazionalismo, fascismo, razzismo, sessismo.

Nel capitalismo le differenze non producono ulteriori e imprevedibili differenze (come crede ingenuamente o in maniera irresponsabile la filosofia della differenza). Queste, invece, si polarizzano fino a consolidarsi in contraddizioni. Se le differenze non riescono a trasformarsi in opposizioni alla macchina Stato-capitale, si fissano in identità al centro delle quali c’è sempre l’uomo bianco. Le identità nazionaliste, razziste, sessiste sono le condizioni necessarie alla produzione di soggettività per la guerra. L’isteria anti-russa scatenata dai media, l’odio razzista con il quale si distinguono le guerre e le vittime (i bianchi e gli altri), sono stati preparati a lungo dal lavoro di distruzione «simbolica» delle soggettività che, da anni, sta costruendo un «divenire fascista» delle popolazioni del Nord, che le ha rese pronte a entusiasmarsi per la guerra.

Stiamo vivendo il compimento di un processo, cominciato un secolo fa e che ha conosciuto un’accelerazione, alla fine degli anni Settanta, di chiusura di ogni «spazio pubblico», di saturazione da parte della proprietà privata di ogni aspetto della vita individuale e collettiva. Altro che la dittatura sanitaria (Agamben); altro che denuncia di incostituzionalità dello Stato di emergenza (Cacciari). La riduzione progressiva della già debole democrazia è la condizione politica che deve necessariamente accompagnare l’identità di produzione e distruzione perché, dall’inizio del secolo scorso, continua a progredire radicandosi nella macchina Stato-capitale le cui promesse durano il tempo di una «belle époque». Basta anche un’analisi superficiale del capitalismo e della sua storia per capire che dopo corti periodi di euforia (la «belle époque» d’inizio XX secolo e quella di fine secolo – gli anni Ottanta e Novanta), durante i quali il capitalismo sembra trionfare delle sue contraddizioni, non gli resta che la guerra e il fascismo per uscire dalle sue impasse.

La prosperità per tutti si è rapidamente trasformata in una mostruosa concentrazione della ricchezza per pochi, in devastazione finanziaria e in lotta a morte per l’egemonia economica e l’accesso alle risorse. La salvaguardia della vita in cambio d’obbedienza che, a partire da Hobbes, lo Stato doveva garantire contro i pericoli della guerra di tutti contro tutti, è stata doppiamente smentita: dall’organizzazione dei massacri delle guerre industriali e dall’estinzione possibile della specie umana che è già sufficientemente avanzata.

La biopolitica («fare vivere e lasciare morire») svela tutto il suo contenuto «ideologico» di fronte alla realtà della macchina bicefala Stato-capitale che ha prima scatenato la violenza del secondo per in seguito lasciare libero corso alla violenza del primo. Due violenze che, congiunte, ci portano molto lontani dalla pacificazione governamentale del «lasciar vivere».

La scomparsa possibile dell’umanità a causa della violenza concentrata della bomba atomica che, negli anni Cinquanta, Gunther Anders annunciava, è oggi rilanciata dalla violenza «diffusa» del riscaldamento climatico, della degradazione della biosfera, dall’impoverimento dei suoli, dallo sfruttamento della terra, ecc. Due temporalità differenti, l’istantaneo della bomba e la durata della devastazione ecologica, si sono sommate perché derivano dalla stessa fonte, l’identità di produzione/distruzione. Le due minacce convivono nell’attuale guerra in Ucraina e noi siamo sottoposti sia al pericolo atomico (che non era mai scomparso) sia a quello ecologico.

Ciò che Latour non riesce a vedere, ce lo mostra l’attualità. La guerra, sarà almeno servita a rivelare l’inconsistenza di una grande parte del pensiero ecologico e dei suoi intellettuali più prestigiosi.


Post Scriptum: la crisi dell’ontologia

L’identità di produzione e distruzione segnala la crisi della concezione dell’essere di cui la filosofia afferma la potenza produttiva: l’essere è creazione, processo di differenziazione, costruzione dell’uomo e del mondo. Questa lunga storia dell’essere è sconvolta dalla Prima guerra mondiale perché l’autoproduzione dell’essere coincide con la sua autodistruzione. Le filosofie degli anni Sessanta e Settanta non riconoscono in nessun modo questa nuova situazione. Al contrario rilanciano la potenza d’invenzione, di proliferazione e di differenziazione dell’essere. Il negativo della distruzione è espulso nel momento stesso in cui l’essere diventa, con la «produzione totale», una forza «geologica» (Antropocene) capace di modificare la morfologia della terra e al tempo stesso di distruggerla. La critica del negativo si concentra sulla dialettica hegeliana, mentre non problematizza la negazione assoluta del nuovo capitalismo.

Nel momento stesso in cui l’essere sembra arricchire l’uomo e il mondo, attraverso la produzione continua di imprevedibili novità, questo si consuma, sembra esausto, minacciato di degradazione e anche di estinzione. Situazione inedita che la filosofia evita come la peste.

L’identità di produzione e distruzione ci obbliga a considerare sotto una nuova luce le categorie di lavoro e di forze produttive che si volevano eredi della potenza dell’essere.

Le guerre totali e l’accelerazione imposta dall’azione congiunta del capitale, dello Stato, del lavoro, della scienza e della tecnica hanno reso inoperante la contraddizione marxiana tra forze produttive e rapporti di produzione, perché, nelle condizioni attuali del capitalismo, le forze produttive sono al tempo stesso delle forze distruttive. Nel XIX secolo, il lavoro e la sua cooperazione, la tecnica e la scienza, sembravano costituire una potenza di creazione imprigionata dai rapporti di produzione (principalmente, la proprietà e lo Stato che la garantiva). Bisognava liberarle dal dominio di questi ultimi perché potessero sviluppare le loro potenze, frenate dal profitto, dalla proprietà, dalle gerarchie di classe.

Nelle condizioni del capitalismo il lavoro è produzione o distruzione, poiché è entrambe le cose. Ragion per cui non può esserci alcuna ontologia del lavoro; ragion per cui le modalità dell’azione politica devono essere ripensate. Lotte, rifiuto, rivolte, cooperazioni, solidarietà, rivoluzioni sono ancora all’ordine del giorno, la rottura (rivoluzione) con il capitalismo è ancora più necessaria perché la posta in gioco è la vita stessa della specie, ma in un quadro radicalmente modificato dall’esistenza della distruzione che è come l’ombra che accompagna la produzione.



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Maurizio Lazzarato, sociologo e filosofo, vive e lavora a Parigi dove svolge attività di ricerca sulle trasformazioni del lavoro e le nuove forme di movimenti sociali. Tra le sue pubblicazioni in lingua italiana: La fabbrica dell’uomo indebitato (2012) e Il governo dell’uomo indebitato (2013), Il capitalismo odia tutti (2019) pubblicati con successo presso DeriveApprodi.