Guarire come uccidere

Psicopolitica del crollo


Partendo da un’analisi della psicofarmacologia come strategia di implementazione del paradigma di instabilità che sottende la società occidentale, Guarire Come Uccidere indaga i crolli che definiscono il panorama psichico contemporaneo come potenziali tattiche di sottrazione nell’era della Psicopolitica.


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In ogni caso appare chiaro che,

almeno per il momento,

il capitale non può tirare avanti senza di noi.

Si dà il caso, invece, che noi possiamo farcela senza di lui.


Mark Fisher


Nel 2014, l’artista polacca Joanna Rajikoska, mischiando resina ad antidolorifici polverizzati, produce una serie di calchi di armi utilizzate negli attuali scenari di conflitto. Il progetto dal nome Painkillers, si compone di sculture come presenze bianchissime e spettrali che manifestano l’inquietante fusione fra morte e guarigione, distruzione e cura, guerra e farmacologia nella società contemporanea.

Armi


I legami fra droga e guerra sono antichissimi. L’accelerazione tecnologica e la più selvaggia sperimentazione avvengono sempre in tempo di conflitto. La guerra è l’eccezione, tempo-spazio sospeso, nel quale tutto è possibile e niente è vietato. Nel 1927 in un laboratorio della University of California viene sintetizzata una sostanza, in grado di stimolare il sistema nervoso producendo un effetto di sostanziale benessere[1]. È l’anfetamina[2]. La formulazione in breve tempo viene commercializzata, inizialmente come inalatore per curare stati di congestione e asma, poi come pillola «delle meraviglie» in grado di alleviare qualsiasi tipo di disagio; dall’obesità fino alla depressione. In Europa è la Germania per prima, nel 1938, a diffonderla sotto il nome di Pervitin come stimolante adatto a tutta la popolazione (dai dirigenti di partito fino ai bambini). Non a caso, verrebbe da pensare, l’anno successivo scoppia il conflitto mondiale. Sui soldati il farmaco trova la sua applicazione più efficace. In grado di ridurre fame, fatica e sonno esso crea super combattenti che resi incapaci di sentire i propri corpi, divengono estensioni inerti di una illimitata volontà di potenza chimicamente indotta. Gli alleati seguono. Il soldato ottimizzato, in fondo, è una questione troppo affascinante per non essere esplorata. Ma mentre in Germania gli effetti di dipendenza portano a progressive restrizioni della sostanza, questo non avviene negli Stati Uniti, dove, nei vent’anni successivi al conflitto mondiale l’uso dell’anfetamina e dei suoi derivati persiste. La guerra, in effetti, per gli Stati Uniti non è mai finita. Probabilmente non finirà mai.

Arma iatrogenica di deliri collettivi, la psicofarmacologia progressivamente si configura contraltare chimico di un’ideologia superominica che non ha ancora trovato fine.

Recentemente, Agamben ha elaborato una lettura del presente politico riprendendo il concetto greco di stasis. In greco stasis significa sia immutabilità, sia sollevazione o rivolgimento. La stasis descrive di fatto un guerra civile che non si risolve. L’obiettivo è trascinare la crisi.

Perché la crisi genera profitto[3].



Essere Ricard[4]

Nell’introduzione al suo libro The Happiness Industry William Davies nota come durante il World Economic Forum del 2014 il benessere abbia occupato un posto di rilievo nel programma di conferenze. Non soltanto; ogni mattina pare che venisse offerta la possibilità di partecipare a sessioni di rilassamento e meditazione e sembra che fossero presenti anche stand che pubblicizzavano le ultime trovate in fatto di app e dispositivi di monitoraggio dello stress e della serenità sui quali immagino accalcati i vari delegati delle élite globali per testare sulla propria pelle (proprio come Churchill fece con la metanfetamina5) ciò di cui si sarebbe trattato durante le varie sessioni di discussione: meditazione, buddismo, terapia cognitivo comportamentale e neuroscienza. Tutte le migliori tecniche per ottimizzare le funzionalità cognitive del cervello. Il WEF del 2014 ha di fatto manifestato una tendenza che è direttamente collegata a quella forma neoliberista che prevede la psiche come forza produttiva. In tale contesto aumentare la produttività significa agire sulla mente e questo sforzo di potenziamento è a carico del singolo, perché il panottico della società disciplinare è ora completamente introiettato, e plasma il dovere in desiderio. L’industria del benessere si è dunque progressivamente ampliata andando a comprendere, non solo la salute fisica, il fitness e la nutrizione, ma anche una dimensione squisitamente psichica alla quale corrispondono una moltitudine di prodotti e servizi che virtualmente aderiscono a ogni parte della vita dell’individuo e di cui lo stesso è apparentemente in totale controllo.

Un recente sondaggio di Mackinsey valuta che il mercato globale del benessere abbia un valore di 1.5 trillioni di dollari con una crescita annuale stimata fra il 5 e il 10%. A cosa si deve questa proiezione così positiva?

Io credo all’istanza di instabilità di cui parla Agamben:


Di fatto il neoliberismo rende l’individuo un Dispositivo Umano (d’ora in poi DU), che del tutto ignaro della propria obsolescenza programmata, spasmodicamente desidera una versione sempre migliore e up to date di se stesso. La versione finale non esiste e al DU nemmeno interessa. L’unico scopo è il miglioramento permanente destinato a non concludersi mai. Questo desiderio senza orizzonte richiede uno sforzo estremo e porta a uno stato di sovraccarico permanente. A una instabilità, appunto, sempre a rischio di crollo. Ed è su questa instabilità permanente che si inserisce, fra le altre cose, l’economia del benessere, nella quale l’industria psicofarmaceutica si posiziona come una delle più efficaci tecnologie di attutimento di tutti quegli inevitabili crash5 psichici generati dal perenne lavorio che sottende il miglioramento senza fine che definisce il DU.


La stasis è una psicosi.


Utopia K


Il termine crash, nel gergo informatico indica il blocco o la terminazione improvvisa di un programma in esecuzione, del sistema operativo, o nei casi più gravi dell’intero computer. Spesso avviene a causa di un eccessivo surriscaldamento. Il dispositivo in questo caso si ferma o si spegne per proteggere l’integrità dell’hardware prima di danni permanenti.

Cosa succederebbe se imparassimo a concepire i nostri crash psichici alla stregua di quelli informatici? Se li considerassimo semplicemente come tattiche inconsce che ci permettono di sopravvivere nel sovraccarico costante da miglioramento continuo? Se li accettassimo davvero (non come disfunzioni da correggere ma) in quanto manifestazioni di una urgenza di sottrazione quasi biologica; autotomie[5], che dal virtuale della nostra condizione dispositivante potenzialmente ci rilanciano, inevitabilmente monchi, in un fuori dalla rete che forse non esiste più.

Cosa succederebbe se riuscissimo veramente a crollare?





Bibliografia

G. Agamben, Stasis. La guerra civile come paradigma politico, Homo Sacer, II, 2. Bollati Boringhieri, Torino 2019.

P. Andreas, Killer high. A history of war in six drugs, Oxford University Press, New York, 2020.

W. Davies, The happiness industry. How governement and big buisness sold us well-being, Verso, London 2015.

M. Fisher, Il Nostro Desiderio è Senza Nome. Scritti Politici, Minimum Fax, Roma 2020.

H. Byung-Chul, Psicopolitica. Il neoliberismo e le nuove tecniche del potere, Nottetempo, Milano 2016.

S. Plant, Writing on drugs, Faber & Faber, London 1999.

H. Steyerl, Duty Free Art. L’Arte nell’epoca della guerra civile planetaria, Johan &Levi, Monza 2018.



Note [1]. L’anfetamina è una sostanza simpaticomimetica: presentando una struttura chimica simile agli stimolanti naturali prodotti dall’organismo (l’adrenalina, la noradrenalina, la dopamina e la serotonina: i cosiddetti «ormoni della felicità») è in grado di mimarne gli effetti. [2]. L’anfetamina in realtà era stata sintetizzata per la prima volta nel 1919 in Giappone. La sua diffusione, tuttavia coincide con la vendita del brevetto statunitense all’azienda farmaceutica Smithe, Kline & French. [3]. Steyerl, Hito; Duty Free Art., L’Arte nell’Epoca della Guerra Civile Planetaria, Johan &Levi, 2018, p. 12. [4]. Il francese Mathieu Ricard è stato studiato dagli scienziati dell’Università del Wisconsin, i quali avvalendosi di 256 sensori sul suo cranio, disposto in un toner funzionale di risonanza magnetica, avrebbero mostrato un livello elevato di attività mai registrato prima nella zona del cervello connessa con l’emozione positiva: generalmente i volontari posti a questo esperimento hanno riportato valori tra + 0,3 di disperazione e - 0,3 di beatitudine, Ricard è arrivato a uno - 0,45. Tale valore gli avrebbe assicurato il cosiddetto primato di «uomo più felice del mondo». [5]. L'autotomìa è la capacità di alcuni animali di perdere una parte del corpo o di automutilarsi. Viene usata come strategia di difesa lasciando una parte non vitale (un arto la coda) al predatore. Mentre la parte abbandonata continua a contrarsi distraendo il predatore, la preda è libera di fuggire. La parte monca è destinata a ricrescere.


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Arianna Ferrari si occupa di performance. Ha presentato i suoi progetti in spazi indipendenti, gallerie, e centri culturali, sia in Europa che in Nord America. Il suo lavoro è stato incluso in pubblicazioni indipendenti (Keep it Dirty Vol.a, Punctum Books, NY; EmegencyINDEX vol. 2-8, Ugly Duckling Presse, NY) e accademiche (¡Mamá, de mayor quiero ser un cyborg! La performance como resistencia somatopolítica, Manuel Lopez Garcia, Universitat Politecnica de Valencia; The embodiment of gender identity in contemporary female performers, Felicie Kertudo, King’s College London). Attualmente sta svolgendo una ricerca sui crolli psichici contemporanei.