Corpi nomadi, etica ed estetica



La contrapposizione fra uomo selvatico e uomo civilizzato ci racconta, con il linguaggio del mito, che un altro modo di vivere è possibile ed è stato il nostro per migliaia di anni. Abele e Caino, Enkidu e Gilgamesh, Gesù e Giovanni Battista, Merlino e Artù evocano un mondo che si è voluto cancellare e che sempre nei tempi di trasformazione torna a far sentire il suo profumo.


Immagine: Chiara Susanna Crespi

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Pur restando distanti da ogni possibile verità o suggestione religiosa, il mito di Caino e Abele da migliaia di anni sembra interrogarci, silenzioso pone domande.

Il mito racconta la storia di un fratricidio (Genesi 4:3-8) racconta di istinti ancestrali – l’invidia, l’ira – entro i quali il coltivatore Caino uccide Abele, il pastore: i sacrifici di quest’ultimo più graditi al Signore l’apparente movente per il sacrilegio. Sono questi gli stretti essenziali contorni della questione di Caino e Abele, ma il mito peraltro pone domande che sono diverse a secondo dei momenti storici e delle loro necessità. Per lungo tempo è stato peccato secondo solo a quello originale (così mi pare mi sia stato ancora insegnato a catechismo); è eredità dispersa nei secoli se non millenni, dispersa cioè in un’idea di civiltà mai messa in discussione fino a ieri. Un’idea di civiltà figlia anche del pensiero greco, del logo, della razionalità e del sapere. Figlia ancora dell’hybris (presunzione, tracotanza) di cui Prometeo è mito e simbolo. Prometeo che rubò il fuoco agli Dei per donarlo all’uomo che con quel fuoco (la tecnica) si rese simile agli Dei. Il mito di Prometeo è il distacco dell’uomo dalla natura, è la consapevolezza della sua diversità tra i viventi.

Due miti solo apparentemente distanti perché il mito di Abele e Caino parla a quello di Prometeo.

Il mito biblico, centrale per l’Ebraismo come per il Cristianesimo, può essere peraltro indizio di come la cultura occidentale sia figlia di Atene come di Gerusalemme (George Steiner), perché anche nel racconto biblico relativo al fratricidio troviamo elementi che hanno a che fare con la radice stessa della nostra civiltà, almeno da circa diecimila anni...

È quello il momento in cui Caino incontra Prometeo, un cui la civiltà che viviamo, figlia dell’agricoltura e della rivoluzione neolitica, prende la sua prima forma, appena dentro i bordi incerti della preistoria. Quello il momento in cui l’agricoltura, la nuova techne, come la padronanza del fuoco, cambierà le sorti del genere umano.


Siamo nel racconto della Genesi ovvero lungo la «preistoria ebraica» in un mondo primitivo e rurale, dove le rare città, figlie dell’agricoltura, si erano a malapena affacciate all’orizzonte della storia. Un mondo primordiale, nel quale la poca considerazione da parte di Dio verso i doni di Caino sembra essere quasi una forma di premonizione e insieme la predilezione nei confronti di un diverso modo di pensare e di vedere il mondo (è in questo che i sacrifici di Abele sarebbero più graditi a Dio).

Un mondo remotissimo, eppure lo spirito ebraico già pare avvertire l’estraneità e anche il timore verso il pensiero legato all’agricoltura e a tutte le città che ne sarebbero venute. Oggi sappiamo che Caino (e la sua progenie costruttrice di città) rappresenta un nuovo modo di vivere e di considerare la natura. Il peccato del fratricidio non segnerebbe altro che il traumatico passaggio da un’umanità nomade e frugale ad una sedentaria accumulatrice di beni.


C’è del resto qualcosa di originariamente divisivo nell’agricoltura; la cura dei campi rispetto al resto dell’ambiente, quella delle sementi rispetto alle altre specie vegetali, quella di un luogo chiamato casa distinto da tutti i possibili luoghi. L’agricoltura crea per «sua condizione» delle divisioni, ci divide e ci differenza dal comune flusso di cui è costituita la vita e in cui opera la natura. L’agricoltore – e la società che ne deriva – ha poi l’ambizione di distinguere e misurare il tempo che diventa tempo organizzato, differenziato in stagioni ognuna delle quali ha i suoi frutti e i suoi lavori. Un tempo da prevedere, da programmare, da dividere...

Un mondo fatto di agricoltura e civiltà (da civitas, città) è dunque un mondo separato dalla natura ancor prima che dalle mura urbane che sarebbero arrivate.

Certo, «suona strano» guardare l’agricoltura in questi termini eppure quel mondo è in pratica l’unico conosciuto oggi, mondo nel quale tutti i giorni camminiamo ma con ancora a fianco i geni del paleolitico, quelli che ci accompagnano da prima dell’invenzione dell’agricoltura. È in quel tempo remoto che c’è l’origine di molti dei nostri comportamenti, del nostro rapporto con l’ambiente, con le malattie e il benessere.

Un salto in avanti di millenni e alcuni di noi possono dire di aver intuito se non visto il tramonto di qualcosa di quel modo di vivere. Nel nostro paese accade ancora negli anni cinquanta, prima che il boom economico rivolti come un calzino l’economia come la società. Riguarda l’umanità nomade che per secoli ha travalicato gli Appennini in transumanze ricorrenti sempre inseguendo i pascoli più verdi e la fortuna del «sangue che cammina», così chiama le greggi Francesco Biamonti, scrittore finissimo dell’estremo ponente ligure, terre aspre casualmente affacciate sul mare. «Sangue che cammina» può essere associato per una conferma imprevedibile con l’etimologia di capitale: il latino capus (capo animale) ne sarebbe l’origine così come pecus (da cui pecunia) ne sarebbe ulteriore conferma.

Un ricordo che non ho vissuto ma che mi è stato raccontato da un anziano pastore degli Appennini tosco emiliani che prima della guerra aveva vissuto molte transumanze. Lui intorno al 1954, a Genova Nervi, sulla prima Liguria di Levante. Come altri anni attraversa con un gregge la Via Aurelia prima di inerpicarsi verso i magri pascoli del Monte Moro; la volta precedente doveva essere stato il 1948 o 1949 ma nel frattempo il mondo era cambiato. Quella volta, aveva visto il gregge e i cani impazzire tra automobili e belati, visi stralunati, lambrette e occhiali da sole. Lì, in quell’attraversamento diventato improvvisamente set felliniano, aveva capito che un mondo era finito.

Dei geni paleolitici e di Abele, le culture agro-pastorali sono state probabilmente l’ultima forma sociale in cui residuava qualcosa di questa lontanissima eredità, l’ultimo compromesso con i nostri geni atavici; ma soprattutto dentro quelle società, aldilà della durezza dell’esistenza, c’era un modo di vivere fatto ancora di condivisione. È forse questa la parola chiave per spiegare la preferenza del divino per Abele: se l’agricoltura è per sua natura divisiva, il modello agro-pastorale vive maggiormente di condivisione e di un atteggiamento frugale sul suolo; società che prendevano dall’ambiente secondo quanto questo offriva restando mani e piedi dentro il flusso vitale che le circondavano.

E l’afflato della civiltà appenninica, finché è durata, forse portava ancora qualcosa di questo involontario insegnamento, un respiro antico che in qualche modo contaminava, seppur timidamente, tutta la società. Con il suo periodico oscillare tra Alpe e pianura, con il suo adattarsi alle stagioni la cultura appenninica semi nomade – pastori, mulattieri, boscaioli, manovali, musichieri, contrabbandieri, venditori ambulanti – era un modello remoto ed alternativo; era un respiro periodico – lontano dagli scintillii e dalle seduzioni della modernità – che offriva un’alternativa che non poteva essere ignorata, la cui conoscenza non poteva essere evitata. Soprattutto era un’educazione, profonda quanto involontaria, perché quel modo di vivere, quelle scelte così diverse dall’agricoltura e dalla città offrivano un altro significato su cosa fossero la casa, il lavoro, il modo di passare i giorni, la vita. Finché quella società è stata in qualche modo presente, forse è stata per tutti un’educazione alla condivisione, è stata un’«estetica» e un’«etica» che facevano intravedere come la vita e la natura delle cose potessero essere un flusso vago a cui appartenere.

Un modello economico e soprattutto una povertà che gli anni del boom economico avrebbero irrimediabilmente respinto. Gli Appennini si svuotavano verso le città, finiva un mondo e se ne affermava un altro, più benevolo per il corpo, più comodo, sicuro, ricco, moderno. quello in cui viviamo. Quella società si esauriva definitivamente ma veniva meno anche quell’educazione alla libertà, alla frugalità e alla condivisione, veniva meno come pratica quotidiana, come esempio, come panorama. Oggi quasi niente resta di quell’etica e di quell’estetica.



Modificato e ampliato, l’articolo è tratto da L’ultima transumanza. Dagli Appennini appunti per il domani, Rubbettino editore, 2021