Contronarrazioni. La crescita illimitata è irrinunciabile? (Parte I)


Oreste Labò, Aquario civico-Milano

Le risposte che la realtà fornisce alla domanda posta nel titolo – si può rinunciare alla crescita illimitata? – appaiono inequivocabili anche alla luce della pandemia in atto: non solo si può, ma si deve abbandonare il paradigma della crescita illimitata.

La crescente accelerazione della crisi climatico-ambientale e i disastri conseguenti, basterebbero da soli a significare un drastico mutamento di rotta. Ad essi tuttavia sono da aggiungere altri «guai di fase»: guerre, povertà e iniquità sociale, nuove migrazioni epocali, degrado e distruzione di quote crescenti di territorio, dissesti ecologici diffusi, invivibilità delle iperurbanizzazioni, riapparizione di problemi socio-culturali già sconfitti dalla storia del novecento – fascismi, razzismi, paura del diverso, disagi diffusi collettivi ed individuali. Il tutto è aggravato dalla profonda crisi delle forme politico-istituzionali che erano emerse nel novecento: se il «comunismo realizzato» è stato sconfitto innanzitutto dalle proprie rigidità e chiusure e dalle sue applicazioni burocratizzate, degenerate spesso in potere assoluto, imperiale e devastante; le democrazie liberali sono state via via stravolte dal loro degradarsi in iperliberismo, ulteriormente aggravato dalla pervasività dell’attuale finanziarizzazione globalizzata, che ha fagocitato nel tempo economia e politica.

Fino a una situazione paradossale in cui un numero limitatissimo di reali e consistenti apparati dirigenti – le direzioni delle grandi agenzie finanziarie, costituite spesso da un numero limitatissimo di soggetti gratificati – sono in grado di controllare e determinare scelte e strategie di istituzioni economiche e politiche a livello planetario. E quindi di imporre direttive generalizzate di portata globale che ricadono e condizionano i diversi contesti. Ciò comporta enormi benefici economici e sociali per i pochissimi controllori; ma i problemi ricordati in apertura per il resto della società.

2. L’evoluzione delle vicende sociali e territoriali novecentesche peraltro già indicavano chiaramente, all’approssimarsi del passaggio di millennio, la necessità di profonde svolte nelle politiche sia globali che locali, generali e di settore: ma, mentre molti esperti scientifici e le aree socialmente più sensibili o già colpite dagli effetti degli enormi problemi ricordati, le invocavano, «l’opinione pubblica» subiva un «bombardamento crescente» da parte di istituzioni politiche e mediatiche al servizio di chi gestiva il gioco: grandi istituzioni finanziarie e agenzie decisionali collegate, che descrivevano i crescenti problemi sociali, economici, politici e ambientali – sotto gli occhi di tutti – come «contraddizioni di fase», spesso dovuti ai conflitti espressi «dalle istanze della parte più retriva della società». Quindi non bisognava far altro che alimentare, consolidare, rilanciare lo stesso modello ipersviluppista «del sacro PIL», che aveva fin lì comportato i problemi e disastri generalizzati in questione. Ovviamente seguitando ad ignorare qualsivoglia regola ambientale.

Gli effetti dei disastri, climatici e sociali, si manifestano oggi in alto e in basso: l’incremento di entropia in atmosfera, dovuto agli inquinamenti prodotti dalle attività umane, comporta nuovi contributi ad alterazioni già in atto e ulteriori accelerazioni dei fenomeni degenerativi. Si assiste così al verificarsi di fenomeni catastrofici che sembravano dover appartenere soltanto a scenari fantascientifici: dallo scioglimento di poli e ghiacciai eterni, che contribuisce all’innalzamento di mari e all’erosione e sparizione di brani di costa, ai grandi inquinamenti che infliggono lo smog per mesi interi a grandi realtà metropolitane, alla cementificazione di quote crescenti di territori, contraltare dell’abbandono forzato di grandi porzioni urbane, alle deforestazioni con perdita di contesti ecopaesistici sempre più grandi; fino alla «morte dell’organismo territorio», che in quote crescenti di regioni diverse, tende a perdere la sua parte biotica. Gli effetti delle alterazioni atmosferiche si abbattono così, sottoforma di cicloni, bombe d’acqua, ovvero di ondate di calore e incendi favorite dai forti venti e da siccità prolungate, su territori sempre più fragili, compromessi dall’ipersviluppismo, con relativo consumo di suolo e diffusione del materiale-icona della «solidità dello sviluppo moderno», il cemento, che oggi invece, presente in forte eccesso, indebolisce i territori. Colpiti, in altre condizioni, dalla «desertificazione», indotta dalle scelte sbagliate per i contesti socialmente più deboli; in cui sovente è stata cancellata l’unica fonte possibile di sostentamento: il primario agroalimentare.

3. Nel «Belpaese» abbiamo registrato eloquenti esempi di tali aporie: allorchè la crisi economica e fiscale si manifestava, all’inizio degli anni ottanta, quando finivano i «favolosi trenta», gli anni dei boom economici post bellici dell’Occidente, le prime avvisaglie dei crescenti problemi ecologici avrebbero dovuto già indirizzare le strategie economiche e territoriali verso opzioni di crescente «sostenibilità». Peraltro facilitata in Italia dalla presenza rilevante e diffusa di patrimoni enormi, paesaggi notevoli e beni artistici e storico-culturali apprezzati a livello mondiale.

Le scelte andavano in tutt’altra direzione: il Sud «in ritardo» si doveva sviluppare con i «grandi poli industriali e infrastrutturali» (di cui l’attuale drammatica situazione dell’ex Ilva di Taranto costituisce coda velenosa). Mentre andava sostenuto il modello industriale vincente di «Nord Ovest» (capitalismo monopolistico di tipo anche familistico, già in crisi nella sua parte privata, vedi FIAT, quanto in quella pubblica, vedi Ansaldo). Favorendo invece per il Nord Est il proliferare – spesso fino alla congestione e alla «auto-strozzatura» – della fabbrica piccola e media, e della collegata urbanizzazione diffusa.

Questi ultimi tentativi di politica industriale sono nel tempo miseramente falliti. I «Poli di sviluppo» al Sud hanno dimostrato tutte le contraddizioni e le problematicità di investimenti avulsi dal territorio; il modello «importazione di materia prima dal terzo mondo / basso valore aggiunto in situ / esportazione di tutto lo stesso valore aggiunto / opzioni capital e non labour intensive / alti impatti ambientali e territoriali», ha mostrato tutti i propri aspetti critici. Presto le aree produttive sono andate in crisi, diventando nel tempo aree di degrado e dissesto ambientale e poi anche drammi occupazionali. Oggi il Sud registra nuovamente fenomeni di emigrazione e desertificazione sociale epocale.

L’industria del «triangolo miracoloso» nella fase del boom economico aveva da tempo concluso il proprio ciclo: se le realtà più attrezzate come Milano e Torino «post metropolitane» riuscivano nel tempo a riconvertirsi con opzioni sempre più tendenti al terziario avanzato, altri ambiti come quelli liguri, o i contesti piemontesi più decentrati, subivano la crisi del secondario fino alla depressione sociale.

Esplodeva, soprattutto tra Veneto, Romagna e Marche il modello NEC (Nord Est Centro, cfr. Giorgio Fuà); che pure nella prima fase sembrava uno scenario socioeconomico territorializzato e vincente. Nel tempo, anche per il suo fondarsi – come sosteneva Francesco Indovina – su una «triplice evasione: ambientale, laddove non si rispettavano le regole urbanistiche ed ecologiche; sociale, con lo sfruttamento intensivo del lavoro, dapprima locale, più tardi immigrato; e fiscale, con il “nero crescente”, spesso dominante»; il modello finiva per tendere ad entrare in fase critica, anche e soprattutto per congestione.

Gli anni Ottanta si chiudevano così con la manifesta e forse irreversibile crisi del sistema industriale italiano. Che peraltro con i suoi effetti, diretti e indiretti, di ricaduta sul territorio svelava un altro aspetto fortemente negativo delle strategie in questione: l’attacco generalizzato ad ambiente e paesaggio. Il territorio consumato direttamente da scelte economiche e industriali chiaramente sbagliate e illusorie, e gli effetti legati alla crescente e conseguente urbanizzazione stavano infatti cancellando quote enormi di paesaggio, compresi contesti ecologicamente rilevanti («le meraviglie del Belpaese»), oltre che favorire degrado generalizzato del territorio.

Anche in Italia era arrivata sprawltown: anzi il nostro paese ne diventava presto il capofila mondiale. Il programma UNEP/RUTW ci dice che se l’urbanizzazione globalmente è cresciuta di 5 volte dalla seconda guerra mondiale ad oggi, quella occidentale lo è stata per più di 7 volte e mezza, quella europea per oltre 8, quella italiana per oltre 9 volte e mezza; e nelle tre regioni meridionali ad alta intensità criminale si è registrata un’iperurbanizzazione di oltre 13 volte rispetto a quella esistente nel 1945!

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