Controdizionario del conflitto

Un’idea di militanza in 45 voci


di Stefano Ammirato, Gianmarco Cantafio, Alessandro Gaudio, Gennaro Montuoro



A partire dal Sud, dalle sue contraddizioni e potenzialità, da tempo la redazione del progetto «Malanova» si sta interrogando sui limiti delle forme esistenti di militanza e sulle possibilità inesplorate di conflitto. Da qui nasce la costruzione di un «controdizionario», da intendersi non come una semplice raccolta di lemmi, ma come un cantiere aperto di riflessione e ricerca su nuove ipotesi politiche e orizzonti praticabili. Oggi, a partire da acqua e agricoltura, cominciamo la pubblicazione del «controdizionario», che troverà spazio in questa sezione il primo martedì di ogni mese.


Immagine: Giulio Vuillemoz, Maschera, legno di acero


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Il perché di una scelta

Scrivere un controdizionario sulla militanza non significa salire in cattedra e spiegare alcunché. Il senso di questo lavoro è assai più modesto. Da qualche anno, ancor prima che si insediasse l’attuale redazione di «Malanova» (malanova.info), ci siamo spesso interrogati sulla fase storica e sull’evoluzione di molte soggettività politiche, fino a porci alcune domande riguardo all’agire politico nella contemporaneità. Ne abbiamo ricavato spunti di riflessione, sintesi, perplessità e qualche risposta, nella consapevolezza che l’agire militante non sia sempre soddisfacente, assumendo solo la forma di campagna mediatica per questa o quella frangia di movimento o per aree sindacali più o meno radicali. Ci ha spesso colpito l’affanno e il fiato corto di molte iniziative che nascono e muoiono come meteore. Ci siamo interrogati sulle ragioni di fondo delle rivendicazioni, tentando di inquadrare il problema nella fase storica attuale e abbiamo constatato come alcune azioni mirino a procrastinare semplicemente l’inevitabile e l’inesorabile. In questi tentativi di inchiestare il territorio attraverso una prospettiva che tenti di cogliere la complessità in atto, ci siamo convinti del fatto che i territori non sono tutti uguali, ma ugualmente ambìti come terreno per mercificare ogni singola risorsa.

Capire come sia mutato l’agire politico negli ultimi venticinque anni non è semplice, soprattutto se lo si osserva dall’interno. Abbiamo quindi optato per un lavoro di disarticolazione e contronarrazione dell’agire il «conflitto», cercando quelli che, a nostro avviso, erano i capisaldi dell’idea stessa di conflittualità e analizzando tutto quello che rimbalzava nei circuiti militanti. Ci siamo chiesti quale fosse il significato e il senso che oggi assumono concetti come militanza, conflitto, radicalità e incompatibilità, bilanciando le considerazioni all’interno di uno schema che abbia come unico orizzonte l’individuazione di ipotesi o di momenti di reale rottura con il sistema dominante e valutando caso per caso, attraverso un’operazione di decostruzione narrativa, quali siano le reali traiettorie delle azioni intraprese. Al di là di un frasario altisonante e delle rivendicazioni radicali, spesso le traiettorie hanno assunto un andamento involutivo.

Abbiamo, dunque, avviato una ricognizione sistematica sul concetto di militanza, intesa non come aggettivazione generica, ma come prospettiva dalla quale traguardare la realtà e tentare di definirla. Non una definizione fondata su una generica contrarietà, bensì basata sull’analisi del sistema, essendo incompatibile a esso. Insomma, un’idea di militanza che non sia semplice «anti», riflesso meramente oppositivo. Abbiamo ricercato le ragioni di un esserci a prescindere dalla narrazione totalizzante. Tendere all’incompatibilità sottraendosi a processi di sussunzione e non cedendo alle lusinghe del qui e ora o dell’immediatezza del risultato. Abbiamo utilizzato questa chiave di lettura per sezionare le contraddizioni nelle quali siamo immersi, non cercando risposte, ma tentando di interrogare i territori con le giuste domande, di seguire fili che arrivano da lontano, che si perdono nel groviglio del mercato globale. Nella convinzione che certe latitudini siano fuori dai circuiti del business «che conta» non ci si accorge che quel tipo di affarismo va a caccia proprio di aree e territori con caratteristiche specifiche. Queste aree si configurano come banco di prova di strategie predatorie che vengono poi articolate anche altrove, fasi sperimentali che interessano i Sud del mondo, condizioni di squilibrio permanente e di fragilità socio-economica che forniscono l’ambiente ideale per testare nuove strategie di riproduzione capitalista e che consentono di testare nuove forme speculative o estrattive.

Non fa eccezione il meridione d’Italia, quindi la Calabria, dove è in atto la continua rappresentazione offerta da una classe politica nel teatro di una regione squassata da mille criticità. La politica nazionale, con l’avallo di quella locale e di ciò che resta dei sindacati, sta portando avanti questo piano di meschina retribuzione del consenso oppure, non meno subdolamente, scimmiotta quei pochi che dissentono dalla rappresentazione del capitale e della proprietà privata, in modo da depotenziarne definitivamente l’azione conflittuale. Dal canto suo, la borghesia, che tiranneggia in lungo e in largo sull’intero territorio, cerca in ogni modo di conservare una posizione di prevaricazione sociale ed economica, ai danni della collettività. La leva del ricatto occupazionale − giocata sull’aspettativa di un lavoro che puntualmente non arriva mai − è una delle principali forme di questo dominio di classe. Questa tattica controrivoluzionaria è stata mutuata nei modi e nelle forme da una classe politica fisiologicamente incapace, tanto localmente quanto globalmente, di svolgere il compito del governo della cosa pubblica dal momento che da tale gestione essa trae tanto la giustificazione della sua perpetuazione, quanto il procrastinarsi del sistema di interessi che ne rende possibile la stessa ragion d’essere.

Il sistema delle rappresentanze è in mano a chi ha la capacità di agire sull’opinione pubblica, sia in chiave di propaganda, sia facendo leva sui bisogni materiali; nell’attuale contesto storico, non si ottengono risultati elettorali solo perché si è bravi oratori: bisogna avere i giusti sponsor, che siano essi rappresentati da cordate di interessi industriali, finanziari o criminali, a seconda di quali siano gli scrupoli del candidato. A questo processo è quasi impossibile opporsi giocando sullo stesso piano; qui dovrebbe innestarsi il ragionamento su cosa sia il conflitto e su quali basi esso debba fondarsi.

«Malanova», progetto indipendente di informazione e approfondimento nato in Calabria nel 2012, sta introducendo da tempo nel dibattito politico una serie di concetti, espressioni, parole chiave e tematiche che connotano l’impianto teorico-metodologico della redazione, ponendo in essere la formula militante della narrazione politica e culturale attraverso l’inchiesta e la conricerca quali strumenti capaci di rendere le soggettività e le comunità in lotta veri e propri soggetti narranti protagonisti della vita dei luoghi.

Per declinare tali questioni, per chiarirne la piega locale in relazione a un senso più globale, è sorta l’esigenza di una loro sistematizzazione che reagisse con un tempo così critico e consentisse una maggiore definizione. Si è pensato che un dizionario potesse fare al caso nostro, anche se ci siamo resi conto prestissimo che la direzione delle voci, precedentemente pubblicate in forma d’articolo su «Malanova», non andasse in alcun modo verso la definizione. Al contrario, esse nascono da occasioni spesso estemporanee, dalla riflessione su particolari vertenze per poi aprirsi a considerazioni più estese. Proprio per questo, le voci, quasi tutte redatte tra il 2020 e il 2021, non devono essere lette come dei lemmi e vanno a formare un controdizionario, ossia un dizionario che mette in discussione se stesso, che si modella quasi diaristicamente su una materia fluida e in continuo divenire nel tentativo di fissarne nel tempo qualche stilla. Il nostro Controdizionario del conflitto non si pone come espressione di una disciplina, ma come il prodotto transdisciplinare, e certamente non enciclopedico, di un’idea di militanza che, agendo le molteplici contraddizioni della nostra terra, sta progressivamente maturando in ciascuno di noi. Riteniamo che questa idea possa fornire un contributo che solleciti un lavoro collettivo di più ampio respiro di cui si sente sempre più l’esigenza.

Non si può ignorare il fatto che questo Controdizionario esca nel pieno di un’emergenza sanitaria senza precedenti, né che la pandemia esasperi le criticità che la Calabria ha sempre dovuto fronteggiare. La lente del Covid-19 ha fatto risaltare ancor più la necessità di riappropriarsi, ad esempio, dei beni comuni mediante un’azione conflittuale portata avanti da soggettività antagoniste finalmente consapevoli di essere agenti globali. Agevolare lo sviluppo di queste contro-soggettività, le cui aspettative risultano sempre più declassate, è, per l’appunto, il fine ultimo del nostro lavoro.


Acqua

In Calabria la quantità di acqua prelevata a uso potabile è veramente ingente. L’ultimo rapporto Istat parla di 603 metri cubi al giorno pro capite; circa la metà di questa viene dispersa per le numerose perdite idriche delle condotte, soprattutto quelle afferenti alle reti comunali. Eppure la Calabria, regione ricca d’acqua, è tra le poche a risultare quasi completamente autonoma rispetto all’approvvigionamento idrico. Soltanto per lo 0,4% del fabbisogno complessivo dipende dalla vicina Basilicata. La Calabria, infatti, è tra le prime regioni in termini di quantità di acqua erogata pro capite.

Il dato allarmante sta proprio nell’enorme differenza tra l’acqua immessa in rete e la quantità realmente erogata pro capite. Se è pur vero che nei volumi di acqua erogata per usi autorizzati sono compresi anche gli usi pubblici, quali la pulizia delle strade, l’acqua nelle scuole e negli ospedali, l’innaffiamento di verde pubblico e i fontanili, l’elemento preoccupante è che in Calabria circa il 59% dell’acqua immessa in rete non arriva a essere erogata per usi autorizzati. Questo dato, più allarmante al Sud e nelle isole, risulta però estendibile all’intero territorio nazionale.

Il vero problema, dunque, sta nelle perdite delle reti idriche. Oggi l’intero processo di distribuzione è caratterizzato da copiose perdite lungo il percorso che dai serbatoi giunge agli utenti finali. Spesso le fonti di approvvigionamento sono lontane dai luoghi in cui l’acqua è necessaria. Ciò richiede il prelievo alla fonte e il trasporto fino al punto di consegna o di utilizzo, con migliaia di chilometri di tubazioni e grandi invasi e opere di captazione e adduzione.

È stata una scelta politica ben precisa quella di puntare su queste grandi opere a discapito di una gestione più calibrata sulle esigenze dei centri abitati. Ancora oggi, con il meccanismo degli Ambiti Territoriali Ottimali unici e su base regionale e con gli accorpamenti in vaste macro-aree interregionali, si sta puntando alla creazione di pochissime multiutility (4 o 5 in tutta Italia) che si spartiranno il sistema idrico nazionale. Si tratta sempre e comunque di garantire lauti profitti al privato a discapito delle comunità locali.

Pochi e scarsi sul territorio, invece, sono stati gli interventi straordinari di manutenzione della rete idrica. Basta analizzare i dati Istat che attestano come in Calabria nel quadriennio 2012-2015 le perdite sono aumentate del 5,7%. Il dato è allarmante anche sul resto del territorio nazionale a eccezione del Piemonte e della Valle d’Aosta. L’area del Mezzogiorno è quella che presenta una maggiore dispersione nelle reti di distribuzione. La città metropolitana di Cagliari presenta le maggiori criticità dell’infrastruttura con una perdita idrica del 54,5%, ma perdite superiori alla media nazionale si rilevano nelle città metropolitane di Bari, Palermo, Catania, Messina, Napoli e Reggio Calabria.

Se spostiamo il focus sui comuni capoluogo di provincia, il dato appare ancora più chiaro. Nel solo 2016, il volume totale di acqua potabile immessa nella rete di distribuzione è stato di 2,62 miliardi di metri cubi pari a circa 394 litri per abitante al giorno. A causa però delle perdite idriche nella rete di distribuzione, l'acqua che gli enti gestori hanno effettivamente erogato agli utenti per usi autorizzati è pari a circa 1,6 miliardi di metri cubi, 240 litri per abitante residente.

Significative sono poi le differenze tra i comuni capoluogo in termini di volumi pro capite erogati. Si va dai 138 litri giornalieri per chi risiede a Oristano ai 388 litri di Cosenza. Queste differenze nei consumi idrici su scala municipale sono ascrivibili, da un lato, ad aspetti socio-economici legati alla vocazione attrattiva del territorio e quindi alla popolazione insistente e alle attività economiche presenti su scala urbana, ma, dall’altro, alle differenti condizioni della rete di distribuzione.

La mancata manutenzione delle condotte genera differenze d’accesso a un servizio fondamentale e ancora una volta a farne maggiormente le spese sono i comuni capoluogo di provincia del Mezzogiorno che fanno registrare le più alte perdite idriche, con percentuali pari in media al 45,7%. Situazione ancora più gravosa per i grandi comuni dell’Italia meridionale, dove quasi la metà dei volumi immessi in rete (il 49,8%) non arriva a destinazione e si disperde nell’ambiente.

Anche i dati sui razionamenti disegnano un Mezzogiorno colpito dal meccanismo della riduzione della fornitura d'acqua. I capoluoghi di provincia interessati nel 2017 da misure di razionamento nella distribuzione dell’acqua per uso civile sono 11 e sono tutti nel Mezzogiorno, a eccezione di Latina. Nel 2017 Cosenza e Trapani sono risultati i comuni che hanno maggiormente sofferto il disagio della riduzione del servizio di distribuzione su tutto il territorio comunale con, rispettivamente, 245 e 180 giorni. Le situazioni di maggiore difficoltà si sono verificate in alcune zone della città di Catanzaro, Palermo e Sassari, dove la distribuzione dell’acqua potabile è stata ridotta per alcune ore della giornata (specialmente nelle ore notturne o nelle prime ore mattutine) in tutti i giorni dell’anno. Anche in alcune aree di Caltanissetta e Agrigento si sono verificate molte giornate di riduzione o sospensione del servizio (347 e 288). Critica anche la situazione di Reggio di Calabria (107), Avellino (31) e Latina (24).

Questi dati, per nulla migliorati negli anni successivi al 2017, ci restituiscono un quadro allarmante circa le reali condizioni di salute delle reti di distribuzione idrica nazionale. Come mai, dopo decenni di politiche ultraliberiste e di pensiero unico atto a sdoganare l’ineluttabilità dell’intervento privato nei servizi pubblici essenziali, non si tirano le somme e si decreta il fallimento delle privatizzazioni? D’altronde dieci anni fa, fu lo stesso popolo italiano a decretarne il tracollo con la vittoria referendaria che avrebbe dovuto allontanare lo spettro del profitto. Oggi, dunque, appare chiaro come l’unica «grande opera» davvero necessaria sia il radicale adeguamento della rete di distribuzione con un investimento nazionale che possa abbattere considerevolmente i livelli delle perdite e, nel contempo, chiudere definitivamente con la stagione dei privati. Per fare questo non basta adagiarsi sul ricordo di un referendum vinto o rivendicare una presunta «naturale» incompatibilità dell’acqua alle logiche del mercato in virtù del suo essere «bene comune», per cui tutto è privatizzabile fuorché l’acqua. Piuttosto, ripensare i beni comuni come elementi paradigmatici capaci di interconnettere le conflittualità necessarie a spezzare gli asfittici recinti della vertenzialità nei quali si sono rinchiusi molti militanti. Ripensare radicalmente l’idea di militanza, a partire dalle lotte per l’acqua e i beni comuni, come vettore necessario alla creazione di nuovi legami sociali e di un adeguato soggetto confliggente.


Agricoltura

Nel mondo dell’agricoltura intensiva e industriale qualcosa turba i sonni degli imprenditori agricoli, soggetti alle stringenti regole del mercato che vuole prezzi sempre più bassi, da ottenere attraverso la compressione dei salari ai braccianti e a discapito della qualità della produzione. Solo pochi mesi fa raccoglievamo il triste invito della ministra dell’Agricoltura a utilizzare i percettori di reddito di cittadinanza o di altri assegni come nuova manovalanza nei campi. Poco male se sono senza esperienza e se non hanno mai visto una zappa o delle forbici da potatura e se mai hanno guidato un trattore.

I braccianti dell’est europeo non arrivano più, diceva la Bellanova, i lavoratori «in nero» delle campagne non possono più muoversi perché, con i controlli serrati imposti dalle ordinanze contro la diffusione del Covid-19, sarebbe difficile − come ha detto la stessa ministra – voltarsi dall’altra parte, far finta che i cosiddetti clandestini non esistano. «Con il blocco delle frontiere – precisa Coldiretti − è a rischio più di un quarto del Made in Italy a tavola che viene raccolto nelle campagne da mani straniere con 370.000 lavoratori regolari che arrivano ogni anno dall’estero».

Allora, ecco la sperimentazione proposta da Coldiretti prima in Veneto e ora in tutta Italia. Il portale jobincountry prova a far incontrare la necessità delle aziende agricole con la domanda di lavoro. Nella prima settimana − afferma Coldiretti − «ben 1500 italiani con le più diverse esperienze, dagli studenti universitari ai pensionati fino ai cassaintegrati, ma non mancano neppure operai, blogger, responsabili marketing, laureati in storia dell’arte e tanti addetti del settore turistico in crisi secondo Istat, desiderosi di dare una mano agli agricoltori in difficoltà e salvare i raccolti. Il 60% ha tra i 20 e i 30 anni di età, il 30% ha tra i 40 e i 60 anni e infine 1 su 10 ha più di 60 anni».

Rispetto ai livelli retributivi e alla tipologia contrattuale, è la stessa Coldiretti a mettere le mani avanti: «Di fronte alle incertezze e ai pesanti ritardi che rischiano di compromettere le campagne di raccolta e le forniture alimentari della popolazione siamo stati costretti ad assumere direttamente l’iniziativa». Lo ha affermato il presidente Ettore Prandini sottolineando poi «la necessità di introdurre al più presto i voucher semplificati in agricoltura limitatamente a determinate categorie e al periodo dell’emergenza, senza dimenticare la ricerca di accordi con le Ambasciate per favorire l’arrivo di lavoratori stranieri che nel tempo hanno acquisito spesso esperienze e professionalità alle quali ora è molto difficile rinunciare».

Quindi, non solo si chiede di introdurre i voucher semplificati in agricoltura, limitatamente a determinate categorie e al periodo dell’emergenza, ma si pretenderebbe un’alta professionalità dei neoassunti. Ma come si fa a professionalizzare gli addetti attraverso la flessibilizzazione estrema del rapporto di lavoro e la sua applicazione ristretta ai tempi dell’emergenza?

Tutto ciò rappresenta solo una toppa momentanea sopra una falla del sistema che si regge sullo sfruttamento del lavoro bracciantile e sul depauperamento dei territori. Andrebbe fatto un ragionamento più coraggioso e sistemico per aiutare davvero la forza lavoro in agricoltura e per riuscire a farla affrancare, quanto meno, da una condizione semi-schiavistica. Oltre a rivendicare una legislazione che tuteli contadini e braccianti e li aiuti a uscire dal ricatto dei prezzi e dall’assoluta precarietà, occorrerebbe rimettere al centro il valore della cooperazione, propria del mondo agricolo. Contro il monopolio capitalistico del moderno latifondo e della grande distribuzione organizzata, bisogna iniziare a rimettere al centro del dibattito politico la lotta alla grande proprietà privata e per l’acquisizione dei mezzi per produrre, oltre al chi, cosa, come e quanto produrre. Ma il ceto politico e sindacale sembra distratto e guarda altrove. Si preferisce superare questa fase permettendo di reclutare il reclutabile − avendo in cambio qualche piccolo contentino − per poi ritornare, non appena la pandemia sarà finita, ai «clandestini» e al loro sfruttamento schiavistico nei circuiti della produzione agricola, alimentando quei processi di razzializzazione, dai caratteri intrinsecamente coloniali, che strutturano lo sviluppo del capitalismo.