Chi salvò il liberalismo da se stesso

Una lettura di Ordoliberalismo di Adelino Zanini (Seconda parte)




Ordoliberalismo ed economia sociale di mercato sono concetti politici ed economici che tendono a essere identificati, oppure relegati a una fase specifica del Novecento. In realtà, come ci spiega Adelino Zanini nel suo Ordoliberalismo. Costituzione e critica dei concetti (1933-1973) (Il Mulino, 2022), si tratta di sviluppi teorici e pratici distinti che arrivano fino alla crisi degli anni Settanta e continuano a essere importanti per comprendere, e dunque per criticare, la costituzione dell’Europa. In questa attenta e approfondita lettura del volume, Lauso Zagato ci consente di analizzare genealogia e attualità di questi concetti, prima di Foucault e oltre Foucault. Pubblichiamo oggi la seconda parte del saggio.


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Il paesaggio intellettuale-politico di riferimento della seconda parte del volume (corrispondente al terzo capitolo) si modifica profondamente, spostandosi alla Germania del dopoguerra. È qui che il sistema economico ideato dai maestri dell’ordoliberalismo viene messo alla prova, conoscendo insieme una significativa espansione ma anche una correzione di rotta. A differenza di quanto ha fatto con Eucken e Böhm, Zanini nel paragrafo iniziale discute con le diverse scuole di pensiero che si sono misurate con l’ordoliberalismo, orientandosi nel senso che non è mai stato in discussione il sostanziale continuismo teorico-politico all’interno di tale filone; quanto piuttosto la dimensione delle modifiche che ne accompagnano il ridefinirsi quale «economia sociale di mercato», destinata a grande fortuna nel circolo magico costruito dal ministro dell’economia (e futuro cancelliere) Erhard, il comitato scientifico consultivo. Né vi può essere dubbio sulla profondità delle modifiche che intervengono, ove si rifletta sul fatto che il caposcuola, Eucken, oltre a non utilizzare mai l’espressione «economia sociale di mercato», ne abbia anche preso le distanze, affermando che tale concetto per lui «rappresentava un andare alla deriva» (p. 322 in nota, dal testo di una lettera di Eicken a Von Beckerath del 3 febbraio 1950, riportata da Oswalt).

Venendo ai due primi esponenti considerati, Röpke e Rüstow, Zanini constata una forte accentuazione sociologica dell’utilizzo del termine «sociale» da parte di entrambi, particolarmente evidente rispetto alla connotazione giuridica che l’espressione ha in Eucken e (soprattutto) in Böhm. Il loro intento è quello «di de-proletarizzare la società tramite una politica di ri-ruralizzazione della popolazione, di de-radicazione nel senso proprio del termine» (p. 325), e in generale di definizione di una nuova cornice politico-morale istituzionale. Röpke in particolare inserisce la propria assoluta convinzione nella libertà di mercato sorretta dall’interventismo dello Stato in un quadro pessimistico sugli effetti dell’esasperata divisione del lavoro e della massificazione tecnologico-organizzativa della grande fabbrica. Critica radicale del collettivismo e allo stesso tempo del laissez faire, propri degli ordoliberalisti in genere, si mischiano in lui ai timori per la decadenza della famiglia e, soprattutto per la crisi dei valori cristiani più autentici. La soluzione possibile sta nella ricerca di un autentico liberalismo costruttivo. Le conseguenze che egli ne trae sono pesanti: a parte la durezza con cui attacca esponenti dell’intelligentia (Thomas Mann) e teologi (Teilhard de Chardin) per il loro sottrarsi alla generale chiamata alla lotta contro il comunismo, Röpke cavalca il volto più truce della tradizione reazionaria europea, esprimendosi con fortissimo accento razzista, dimostrando anzi aperta simpatia per il regime dell’apartheid sudafricano (Zanini cita Slobodian, «a racialized worldview was at the heart of Röpke’s postwar philosophy of society and economy», p. 331). Né va dimenticato come nel suo progetto di ri-ruralizzazione giochi un ruolo importante l’elasticità dei salari (verso il basso, si intende). Non è il caso di soffermarsi oltre su un personaggio tanto inquietante, autodefinitosi conservatore liberale, ma che attacca frontalmente il principio della sovranità popolare veicolato dal giacobinismo, che avrebbe origine in una idea (agli occhi di questo studioso mostruosa) di democrazia fondata sul principio dell’eguaglianza invece che della libertà. È peraltro quanto consente di leggere in Röpke una effettiva differenza di tono rispetto ad altri ordoliberalisti. Se la critica all’economia di mercato idealizzata dai vecchi liberali è tratto comune della scuola di pensiero in analisi, tale critica assume profili radicali in Röpke. In particolare la concorrenza, pur in sé elemento «d’odine e di moderazione nel ristretto ambito di una economia di mercato» (p. 341), può tuttavia, in determinati contesti, risultare più un elemento destabilizzante più che di unificazione. Per controbilanciare la mancanza di potere di integrazione della concorrenza propone un interventismo liberale di ampio respiro (anche sul piano delle misure materiali: parla di imporre un principio obbligatorio di assicurazione privata).

L’Autore ci propone di vedere nelle posizioni di questo studioso una derivazione dalla Redemptio proletariorm di papa Pio XI, che ne costituirebbe la direttrice spirituale. Lo scrivente confessa qualche dubbio. Non che le pagine della Redemptio siano proprio inni di libertà, anzi, ma stiamo comunque misurandoci con chi, nella Germania del dopoguerra, attacca con accenti scandalizzati il suffragio universale, in particolare se legato al voto proporzionale; sostenendo che la collettività deve essere organizzata secondo una «scala gerarchica naturale» (p. 344, sic!). E ancora (sulle rovine fumanti lasciate della distopia nazista) attacca Keynes con toni isterici, definendolo uno dei massimi «geisteger Ruinerer» (diciamo cattivi, cattivissimi maestri) della storia del genere umano (p. 347). Insomma…

La riflessione di Rüstov scorre parallela, distinguendosi solo per specifici profili. Rüstow condivide con Röpke non solo le idee base degli ordoliberalisti in genere, ma il particolare approccio sociologico, nel senso di necessità della costruzione di un discorso etico-politico che sostenga la libertà di mercato, non bastando a ciò, certo, le regole di concorrenza. Egli parla di Vitalpolitik, «intendendo con ciò la demolizione di qualsiasi istanza centralizzatrice», per porre al centro la famiglia/impresa, quindi i valori di solidarietà e gerarchia, e più in generale le istanze del ceto medio. Mirando a costruire una «griglia antropologica politica», Rüstow attacca a fondo i vetero-liberali, veri responsabili di ogni catastrofe successiva (della Germania, dell’Europa). Costoro «non hanno colto la necessità sociologica di inquadrare il mercato attraverso un diverso modo di integrazione, controbilanciando così la mancanza di potere d’integrazione della concorrenza. A volte, sono persino giunti a proclamare la concorrenza quale principio universale, anche per ambiti di vita al di fuori dell’economia» (p. 357). Alla loro «sub-teologica superstizione incondizionata era riconducibile l’avanzata del collettivismo antiliberale e radicale”. Vi è in lui una attenzione per le misure che il potere pubblico deve prendere in favore del ceto medio (e più in generale della famiglia e dell’autoimprenditorialità) che ne fa forse il più deciso interventista nell’ambito dell’ordoliberalismo, prima di Müller-Armack. L’Autore sottolinea peraltro come prevalga in questo studioso il legame con il liberalismo politico-culturale propugnato da Röpke; in comune i due avrebbero anche la nostalgia di un mondo rurale antico che non è mai esistito, e che ha fatto spendere a qualcuno il paragone, in realtà fuori luogo, con Ruskin.


Le radici teoriche dell’economia sociale di mercato

L’ultima parte del lavoro di Zanini, che assume rilievo decisamente attuale, porta in primo piano la figura del più giovane tra gli ordoliberalisti, Alfred Müller-Armack. Si tratta di un personaggio di notevole impatto politico nella Germania del dopoguerra, il cui lascito ha respiro europeo; personaggio che rimane tuttavia il più enigmatico, anche in virtù del rapporto giovanile, più evidente che negli altri, con l’ideologia nazista. L’Autore sceglie di dedicare corpose pagine iniziale a delineare lo sviluppo dell’antropologia filosofica müller-armackiana a partire dagli anni Trenta. Esula da questa riflessione, e più in generale dagli orizzonti teorici dello scrivente, la Spannung (tensione) tra immanentismo e trascendentalismo; peggio, detta antropologia filosofica sviluppa un discorso sul rapporto tra uomo e ambiente, nella relazione in particolare con gli altri animali, affatto irricevibile, fondata come è su una piatta contrapposizione tra unicità umana e resto del vivente (considerato quale unità indifferenziata). Non c’è neppure bisogno di richiamare, polemicamente, l’amato compost harawayano. Alla larga, semplicemente.

Piuttosto, risulta dalle considerazioni svolte dall’Autore, come già negli anni Trenta Müller-Armack operi una lettura del capitalismo come fattore essenzialmente dinamico, ma allo stesso tempo remoto da ogni determinismo storicistico. In altre parole, Müller-Armack condivide nella loro interezza i tratti salienti della costruzione euckeniana, ma presenta fin dall’entrata in scena una sua specificità di accento. La sua diventa, con il dopoguerra, la ricerca di una soluzione costruttiva alle contraddizioni che attraversano la compagine ordoliberalista, una soluzione che vada, per così dire, in direzione della riduzione degli attriti sociali. Al cuore della erigenda costruzione, Müller-Armack individua l’«economia sociale di mercato», perché inclusiva del principio di libertà e allo stesso tempo al servizio della sicurezza sociale. Dunque, scrive nel ’45, se l’individualismo impolitico e il collettivismo impolitico sono entrambi figli della secolarizzazione: il loro superamento richiede ne venga negato il presupposto comune, rappresentato da «relativismo di valori e edificazione di idoli» (p. 408); la sua ricerca di un realismo adeguato, lo conduce all’individuazione di alcuni possibili capisaldi del discorso politico che legittimamente si possono definire irenistici. Si tratta di operare per una riconciliazione che prenda come un dato di fatto la divergenza, ma non sacrifichi a essa il possibile sforzo «per un’unità comune» (p. 411). Lo sforzo irenistico richiede di avvalersi, nella situazione tedesca del dopoguerra, del meglio offerto da tradizioni diverse: la volontà morale del socialismo, l’idea cattolica di ordo, la fraterna disponibilità all’aiuto del protestantesimo, tutte, possono rivelarsi utili «nel concorrere a forgiare un nuovo liberalismo». Di qua nasce il programma teorico dell’economia sociale di mercato, che, come principale consigliere di Erhard, Müller-Armack contribuirà a trasformare in progetto politico. Nel fare ciò, ne fosse o meno cosciente all’inizio, viene portato a misurarsi con il tema dell’ordine sociale europeo, la questione degli anni Cinquanta.

E già nello scorcio finale dei Quaranta comunque Müller-Armack, nel dar prova di doti sincretiche non indifferenti, dimostra anche di saper mantenere saldi i principi euckeniani: libertà di concorrenza (e lotta ai monopoli) e centralità del sistema dei prezzi di mercato. Seguiamo la sua diagnosi del ’47: il processo di troppo lenta dissoluzione della precedente economia di comando (modo alquanto tortuoso di significare: «nazismo») impedisce il pieno dispiegarsi dell’economia di mercato. Nella crisi economica tedesca del dopoguerra sarebbero puntualmente all’opera i residui di quel dirigismo economico che si mescolano peraltro con quelli del precedente liberismo corrotto (Weimar), il tutto sotto il peso della crisi monetaria in atto. La soluzione non può che essere una economia libera e socialmente orientata – sintesi di mercato e ineludibili domande sociali – cui doveva peraltro unirsi un forte impegno spirituale. La realizzazione dell’economia sociale di mercato in Germania richiede dunque il contemporaneo realizzarsi di «formazione di prezzi naturali fondati su solide condizioni concorrenziali, libertà di sviluppo dei poteri creativi degli agenti economici (imprenditori e lavoratori), salvaguardia della giustizia sociale». Un tale modello può davvero vincere la battaglia rispetto al contrapposto modello della pianificazione-centralizzazione, ma solo «in presenza di una cornice spirituale, politica e giuridica, ben definita e salda» (p. 417). Osserva Zanini (p. 319): «nei termini teorici compendiati da Müller-Armack l’economia di mercato rappresentava un ordinamento ovviamente privo di una prefissata regolamentazione dei processi economici, ma non di un ben stabilito ordine razionale». La critica al liberismo tradizionale non è più limitata alla passività di questo a fronte della necessità di «perequazione reddituale», ma anche dal suo essere confinata alla ristrettezza della visione economica. Müller-Armack intende liquidare così l’alternativa, ormai in via di esaurimento, tra vecchio liberalismo e dirigismo economico. L’economia di mercato è destinata a essere la struttura portante dell’ordinamento economico futuro; dovrà però trattarsi di una economia di mercato «consapevole e socialmente guidata» (p, 422).

Come accennato, il discorso sull’economia sociale di mercato è destinato dal 1948, opportunamente rielaborato, a trasformarsi in programma politico sotto la guida di Erhard. Müller-Armack ne diventerà uno dei più stretti collaboratori. È il caso di seguirlo – nella presentazione che ne fa Zanini – con attenzione.

Centrale da subito nel progetto è, per lo studioso fattosi consigliere politico/economico, l’elaborazione di una autentica politica di concorrenza. Il punto decisivo è costituito dalle misure legislative: il debito verso Böhm si fa qui, par di capire, più netto. Andando oltre la vulgata neoliberista, Müller-Armack richiama la necessità di combattere il costante riproporsi di forme oligo-monopolistiche, risultando a tal fine indifferibile la «revisione della teoria dei costi espressa dalla teoria economica ortodossa» (p. 427). Rimane ben viva in lui, sia chiaro, la diffidenza di tutti gli ordoliberalisti verso gli interventi di politica sociale che si prefiggano di intervenire direttamente sul sistema dei prezzi. Piuttosto, pensa a «una compensazione diretta tra redditi alti e bassi tramite la diretta diversione del reddito» (p. 430). Insomma, una forma di tassazione che consenta di trarre i mezzi per sussidi per l’infanzia e politiche abitative senza mettere a repentaglio i criteri del calcolo economico. Per quanto riguarda le politiche abitative egli, andando ben oltre tutti gli altri ordoliberalisti, sostiene la necessità di legare tra loro un piano generale (che comprenda criteri estetico-funzionali, igienici, economici, sociali) e iniziativa individuale. Non si poteva lasciare solo a quest’ultima la definizione di un paesaggio urbano della ricostruzione che avrebbe guidato per decenni la vita delle persone! Per quanto riguarda l’altro tema centrale, la struttura dell’impresa, terminato lo stantio dibattito sulla grande impresa pubblica o privata (con il senno del poi, l’affermazione risulta alquanto audace…), il tema decisivo diventa quello della tutela pubblica della piccola e media impresa «accompagnato da una sempre minore disponibilità ad affidarsi alla discutibile superiorità economica della grande impresa» (p. 432). Affrontando il problema della politica creditizia e monetaria, afferma poi la liceità del ricorso, quando necessario, a strumenti congiunturali che non vadano contro il quadro dell’economia sociale di mercato. Rompe, insomma, almeno tendenzialmente, il tabù comune al neoliberalismo di ogni forma e latitudine. L’economia di mercato non sarebbe una forma già stabilita una volta per tutte dalla tradizione liberale, «bensì un principio organizzativo aperto a una vasta gamma di cambiamenti» (p. 434).

Con l’uscita nel gennaio ’48 del primo numero della rivista «Ordo», la messa a punto teorica del programma è completata. Il problema che lo ossessiona è quello del come sfuggire al rischio di una politica sociale solo apparente, che ruoti attorno al doppio monopolio costituito dalle organizzazioni di massa imprenditoriale e sindacali e dell’enorme potere manipolatorio di cui queste dispongono.

L’Autore (che sottolinea la centralità del rapporto di Müller-Armack con Rüstow e la sua Vitalpolitik, oltre che con Böhm) sofferma la propria attenzione su un discorso pronunciato da Müller-Armack a Colonia alla fine del decennio della ricostruzione (1959). Qui egli, nel mentre confermava l’appartenenza del proprio pensiero (e della prassi da questo ispirata) alla tradizione ordoliberalista, rivendicava nel contempo alcuni momenti di distinzione. «Mentre la teoria neoliberale si impernia soprattutto sulla tecnica della politica di concorrenza, il principio dell’economia sociale di mercato è una esauriente idea di stile, che trova applicazione non solo nell’ambito della concorrenza, ma anche nello spazio complessivo della vita sociale, nella politica economica e del pari nello Stato» (p. 439). Egli insomma rivendica il fatto che la politica sociale di mercato si sia appropriata di un contenuto sociale di per sé estraneo all’orizzonte della originaria riflessione euckeniana, e in ciò vede la causa principale della vittoria della ricostruzione tedesca. Egli detta anche le necessità per il nuovo decennio: investire in capitale intellettuale, garantire la stabilità monetaria, legittimità dell’intervento congiunturale, tematica ambientale (vivere comune, questione edilizia in primis). Il Müller-Armack del 1959 arriva a parlare di cogestione di fatto, ben oltre quindi l’avventuroso compromesso proposto nel dopoguerra. Rivendica in altre parole l’economia sociale di mercato come «idea strategica all’interno del conflitto tra diverse finalità», ovvero «formula d’integrazione per garantire una adeguata cooperazione e superare le situazioni di attrito» riconoscendone nel contempo la legittimità (pp. 443-444). Certo, l’argomentazione non sfugge alla dura critica – e Zanini vi dà il giusto rilievo – di chi (Ulrich, 2009) osserva come nella riflessione di questo studioso sarebbe assente fin dall’inizio un’idea della problematicità del rapporto tra economia di mercato e società democratica, un rapporto qui confinato a una mera politica sociale redistributiva, a conferma di una ambiguità che richiama gli altri ordoliberalisti (e altri prima di loro peraltro se lo scrivente ricorda ancora qualcosa della buona, vecchia, cara Critica del programma di Gotha…). In ogni caso ne risultano piste o comunque suggestioni di ricerca critica ulteriori, e promettenti, su cui non ci si può ora soffermare.


La politica economica è prima di tutto politica

Va sottolineata la forza del discorso, la consapevolezza orgogliosa (e sprezzante) del maitre à penser del programma erhardiano che lo porterà a definire negli anni Sessanta l’economia sociale di mercato come il miglior ordinamento economico non solo sul piano della riuscita pratica (a suo dire ciò sarebbe inconfutabile) ma anche, e «altrettanto inconfutabilmente» (?), sul piano scientifico, in polemica aperta con il concetto di tardo-capitalismo della nuova sinistra.

Müller-Armack è più polemico che mai anche quando, con il finire degli anni Sessanta e poi con il nuovo decennio, appaiono i limiti del «suo» modello, ed emergono posizioni critiche radicali. Con i giovani dell’ultrasinistra (che chiama beffardamente Ȕberwinder, nel senso di coloro che vanno oltre) è sprezzante, anche se ne riconosce l’opposizione al comunismo totalitario. Resta che l’unica alternativa (all’economia sociale di mercato) essendo l’economia centralizzata, inevitabilmente essi cadrebbero nel dirigismo economico, socialista o comunista. Quanto al secondo nemico, i Dirigisten, il suo attacco è spietato. Dal punto di vista di chi scrive, colpisce, nella ripetizione di vari argomenti comuni a tutti gli ordoliberalisti, quello molto soggettivo secondo cui costoro non sanno riflettere sui disastri di cento anni di storia tedesca; i disastri della storia tedesca del Novecento come frutto dell’irresponsabilità dei socialdemocratici, insomma…

Ma siamo nei primi anni Settanta, si profila ormai il terzo nemico, rappresentato dai cosiddetti Futuristen. Costoro utilizzerebbero il crescere di importanza delle tematiche ambientali, e delle angosce che il tema ispira nell’opinione pubblica, per riproporre, dietro le quinte, il dirigismo economico. La differenza con i Dirigisten starebbe nel fatto che alla superficiale irresponsabilità dei socialdemocratici (il socialismo è prima di tutto inettitudine, per gli ordoliberalisti), si sostituirebbe qui una visione macabra del futuro. Insomma, quasi fosse un politico italiano, Müller-Armack sembra trattare da… iettatori quanti anticipano il disastro ambientale incombente. La durezza dei suoi toni è invero inusuale, non rispettando egli né il club di Roma, né il vertice della Commissione Ce (rappresentato all’inizio di quel decennio dall’olandese Sicco Mansholt, personaggio certo di non grande rilievo nella storia dell’apparato burocratico Ce, ma su cui gli odierni ambientalisti, talora alla ricerca di padri improbabili e fasulli, farebbero bene invece a puntare l’attenzione).

In termini generali, se Müller-Armack ben comprende come, anche a seguito dello sviluppo del dopoguerra, nuove forze sociali e intellettuali si vengano manifestando, e ragiona sul come riportarle entro il quadro dell’economia sociale di mercato, di fronte alle tematiche ambientali si presenta invece con atteggiamento di chiusura rigida, forse perché indifeso è il suo pensiero su tale versante. L’uomo che aveva saputo liberare l’ordoliberalismo dalle più grette strettoie economicistiche, teorizzando la necessità di inquadrare il discorso economico nell’ambiente umano in senso ampio, non sa esprimere altro che fastidio di fronte alle prime uscite di nuove sensibilità ecologiche.

Il richiamo a Mansholt introduce il ruolo giocato da Müller-Armack come sottosegretario di Stato agli affari europei della Germania ovest tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Il punto è che siamo in presenza di un padre, sia pure poco noto, della costruzione europea. Non si può dubitarne: l’obiettivo a lungo termine di Müller-Armack è quello dell’unione politica dell’Europa sulla base dell’economia sociale di mercato o, comunque, della mediazione economico-politica a questa più vicina. Certo, egli riprende nel suo tragitto alcune posizioni sulla superiorità non solo del cristianesimo sulle altre religioni, quanto proprio del cristianesimo occidentale sugli altri cristianesimi, che vanno in scia con il sociologismo rustow-ropkiano; è quanto però lo guida non solo nella convinzione dell’esistenza di una grande comunità destinale dei popoli europei (occidentali), ma anche – e ciò nello stallo presente è rilevante – nella certezza del nesso inestricabile tra costruzione economica e costruzione politica europea, escludendo da quest’ultima le mega costruzioni super-statalistiche care a certo dirigismo europeista, ma anche sottolineando la decisività del superare le pulsioni sovraniste. Il suo continuo ribadire che il problema europeo non può essere meramente rappresentato a livello economico, e che la questione europea è primariamente politica, meritano apprezzamento ancora (o forse soprattutto) oggi. Müller-Armack muove con risolutezza, a partire dagli anni Cinquanta, verso l’idea una progressiva unione doganale, ma considerando il Trattato di Roma del ’56 come un punto di passaggio. Soprattutto è per lui fondamentale la fissazione di una politica congiunturale europea, per far fronte alle fluttuazioni del ciclo economico. Per questo, a parte e oltre la politica commerciale comune, egli punta sulla centralità del coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri, e quindi sul loro rafforzamento. «Rispetto alle minacce insite negli squilibri della crescita tra i diversi paesi, sarebbe stato fondamentale anticipare soluzioni efficaci e comuni. Qualora non si fosse seguita tale strada, un indesiderabile quanto inevitabile contraccolpo si sarebbe prima o poi imposto. I differenti tassi d’inflazione dei singoli paesi avrebbero finito con l’esigere una correzione dei tassi di cambio, in contrato con la logica del mercato comune, di per sé necessitante di parità fisse” (pp. 460-461). Sono parole dense di futuro, come a ciascuno è evidente. Aveva insomma la consapevolezza che la politica economica era prima di tutto politica, e che quindi la pur indispensabile costruzione economica rappresentava per l’Europa un passaggio di politicità indiretta, dice Zanini, osservando poi come Müller-Armack ragionasse, certo, in termini prima economici e poi politici. Tutto ciò, peraltro, in modo tale che «un’autonomia tra essi fosse impensabile», dal momento che «le maggiori ed essenziali domande politiche ed economiche entrano in gioco contemporaneamente» (pp. 464-465).

La crisi degli anni Sessanta, concretizzatasi nella politica della sedia vuota francese, e il rapporto bloccato con i Paesi dell’Efta, lo portarono alle dimissioni da sottosegretario di Stato; rientrate queste una prima volta, con il cambio di governo verso la fine degli anni Sessanta egli lasciò definitivamente la carica, anche se rimase impegnato a fondo nella Bei. Le sue critiche e le sue posizioni dei primi anni Settanta anticipano in parte quello che sarà il nuovo passo dell’Europa alla fine delle due crisi energetiche degli anni Settanta.

Non meno dell’uomo in generale, anche il politico è difficile da valutare: abilità tattica e capacità anticipatorie sono in lui evidenti; d’altro canto, Müller-Armack è vissuto e morto nella piena e assoluta certezza (comune agli altro ordoliberalisti), che in ultima analisi fossero i Dirigisten socialdemocratici con le loro politiche di piena occupazione e conseguente crisi inflazionistica il pericolo unico per l’economia sociale di mercato, in Germania e in prospettiva in Europa. Chissà le facce, se qualcuno avesse anticipato loro che sarebbe stato l’anarco-liberismo americano a irrompere nel continente per ri-avviare – con altre concause, ovviamente, ma sempre collegate – l’Europa verso la catastrofe. E agli anarco-liberalisti di oggi, vi è da scommetterlo, Böhm quanto meno apparirebbe un pericoloso bolscevico déguisé…!


Il soffio ordoliberale nel presente

Nelle Conclusioni, di cui si raccomanda la lettura, Zanini non perde tempo nel tornare a riassumere quanto ha scritto; piuttosto, fornisce direttamente un esempio di come si possa utilizzare il volume ai fini del dibattito politico attuale: in altre parole per analizzare la situazione generale ed europea in cui siamo calati. È suo diritto, anzi faremo bene a seguire il suo esempio. Lo scrivente, per quanto lo riguarda, quando avrà agio di riflettere su presente e futuro del continente in modo organico, lo farà utilizzando – anche se in parte criticamente – le opinioni espresse dall’Autore nelle Conclusioni.

Per intanto egli fissa alcuni appunti: tra questi, la necessità di trovare il modo di leggere Böhm, in italiano se possibile, altrimenti in inglese. Lo scrivente dovrà inoltre tornare, dal punto di vista della storia e del (-la storia del) diritto della allora Cee, su quell’inizio degli anni Settanta che vede nel contempo la fine della sedia vuota francese, ma anche il caso Mansholt, all’epoca trattato come marginale; il tutto nel quadro della fine di Bretton Woods, di cui i contemporanei – maestri dell’operaismo a parte, questo dobbiamo concederlo ai nostri maggiori – non capirono sostanzialmente nulla… Molto invitante è anche il discorso dell’Autore sulla crescita lenta, su quello stato stazionario vigente nell’universo euckeniano, che conoscerebbe sì una evoluzione rallentata, ma non la creatività distruttiva dello sviluppo. A parte che l’evoluzione tecnica gradualistica, incrementale, costituisce il tratto distintivo dell’artigianato tradizionale e artistico più che della piccola impresa, fondandosi proprio sul radicamento, trovare questo spunto di ri-territorializzazione del capitalismo nella lettura finale di Eucken data dall’autore, è intrigante, e lascia spazio a riflessioni. Non è il caso di andare oltre in questa sede, altrimenti dovremmo finire per riconoscere una attenzione alla sostenibilità economica in capo agli ordoliberalisti e questo, «forse», sarebbe un po’ troppo…

E per concludere il punto dolente. Più volte si è accennato alle ombre sui rapporti di costoro con il nazismo. I due fondatori sono, per usare l’espressione di Canfora parlando della Atene successiva alla sconfitta nella guerra del Peloponneso, nel novero di «coloro che erano rimasti in città»[1], mentre Röpke e Rüstow erano emigrati (Röpke in particolare insegnò in Turchia e in Svizzera) tenendo comunque un profilo basso. A fine guerra e oltre vi fu chi intese difendere Eucken e Böhm sostenendo trattarsi di «esuli interni», nozione invero di difficile decifrazione, di cui per giunta sfugge la necessità, dal momento che la Germania del dopoguerra non conobbe una seria rea dei conti interna, al contrario. Peraltro, il coinvolgimento più grave era stato quello del giovane Müller-Armach: nella sua prima monografia giovanile, edita nel 1933, anno dell’ascesa al potere di Hitler, ma frutto del lavoro del biennio precedente, egli non solo cita con puntualità il Mein Kampf, ma lo richiama come fonte di autorità etico-politica, senza se e senza ma, frutto evidente di una vicinanza diciamo così spirituale (!) alla Nsdap al momento dell’ascesa al potere di questa. Va insomma ribadita la sensazione iniziale: non siamo davanti a filosofi ed economisti fuori dal mondo, che non hanno idea precisa di cosa avviene attorno a loro. Nessuno di costoro, a quanto ci racconta l’Autore, nomina mai in sede scientifica, la parola nazismo, anche a distanza di svariati anni. Vengono sempre usate espressioni sfuggenti, che richiamano «la precedente gestione dell’economia centralizzata», e si è visto come per Eucken, addirittura, siano le riforme economiche del ’36 a rappresentare la fine delle libertà: allo studioso erano sfuggiti, va preso atto, i primi tre anni di potere hitleriano.

Tutto ciò è oltremodo sgradevole, come lo sono di massima le persone in questione. L’aspetto centrale che va rimarcato è tuttavia la totale assenza di ogni riferimento alla questione migratoria, volontaria o coatta. Consideriamo che negli anni Trenta funzionava già a pieno regime, dall’altra parte dell’Atlantico, il modello fordista dell’organizzazione per linee etniche alla catena di montaggio [2]. Di lì a qualche anno la struttura e l’assetto produttivo della fabbrica nazista, per sostenere lo sforzo bellico, sarà organizzata attorno a una variante militarizzata dello stesso modello, e d’altro canto cosa sono i «campi» dove il passare della forza lavoro in via di consumazione in tempo reale è scandita dai triangolini colorati di stoffa, che distinguono per etnia, sangue, sesso, tendenze sessuali, tendenze politiche? Dopo la guerra sarà la forza-lavoro italiana sparsa per i paesi dell’Europa occidentale a fornire la mano d’opera per la ricostruzione, e insieme il tessuto connettivo per l’avviamento dell’esperimento comunitario. Quando, con il Regolamento 1/68 sarà stabilita una (graduale) libertà di circolazione dei lavoratori, con la conseguente trasformazione degli italiani residenti negli altri Stati Cee in cittadini (bè, più o meno), l’effetto sarà la marginalizzazione dell’emigrazione italiana, ormai sempre meno discriminabile a discrezione, a favore del reclutamento in un volgere brevissimo di tempo di masse provenienti dalla Turchia (in Germania), dal Portogallo (nei paesi del Benelux soprattutto). Possibile che costoro nell’arco di quaranta anni non si siano mai accorti di nulla? Quanto poi al Sudafrica dell’apartheid tanto caro a Röpke, sulla variante del modello fordista (più simile al campo nazista) messa in atto in quel paese si sono scritte enciclopedie.

La totale assenza di ogni richiamo ai sommovimenti umani dell’Europa della ricostruzione e della stabilizzazione, lontana anticipazione di un fenomeno intensificatosi a cavallo del nuovo millennio, parrebbe affatto fuori dai radar degli ordoliberalisti. E tuttavia, a dimostrazione della quantità e qualità degli stimoli che la lettura genera, vi sono suggestioni che vanno in senso diverso.

In fondo il venir meno (certo previsto dal Trattato di Roma, ma in tempi imprecisati) del trattamento discriminatorio dei lavoratori migranti italiani (e comunque, il Reg.1/68 da cui un processo molto graduale avrà inizio, è della fine del ’68, ben dodici anni dopo la nascita della Cee) – in Europa, potrebbe collocarsi nel solco di quella «economia sociale di mercato» che nelle parole del suo profeta è legata alla comunanza ultima di destini degli abitanti dell’Europa cristiana (cattolica e protestante). Senza andare al disastro presente (ma bisognerà farlo, quando vorremo rendere attiva e fruttuosa la complessa lettura), la seconda globalizzazione (quella di fine millennio) vedrà la Ue impegnata nel sostituire, al modello di rigida gerarchizzazione della forza lavoro per linee etniche, nel controllo della forza lavoro migrante, «la giuridicizzazione del controllo, fondata […] su una accentuata pro­cedimentalizzazione», quel fenomeno cioè che si è a suo tempo provato a definire come cittadinanza a geometria variabile [3]. Vi è quantomeno la suggestione che qualcosa, del lascito di Böhm e di Müller-Armack, abbia continuato a lungo a soffiare nell’apparato Cee/Ue…


Immagine: Patrick Fontana



Note [1] L. Canfora, La guerra civile ateniese, Rizzoli, Milano 2014. [2] Cfr. H. Cruse, The Crisis of the Negro Intellectual, Apollo Editions, New York 1967; circa il rap­porto a un tempo di-casta-e-classe che caratterizza il proletariato afroamericano nei suoi rapporti con i bianchi, cfr. George Rawick, Potere nero e lotte operaie, discorso tenuto a Sociologia, Trento, il 17 novembre 1967, pubblicato una prima volta in un volume a cura di Ferruccio Gambino, e riproposto opportunamente da «Machina», 26 gennaio 2021, https://www.machina-deriveapprodi.com/post/potere-nero-e-lotte-operaie. [3] L. Zagato, Cittadini a geometria variabile, in Id., a cura di, Introduzione ai diritti di cittadinanza, Cafoscarina, Venezia 2011, IV, p. 184.