Chi pilota l’astronave-Terra?

(in coda il fumetto Utopia fra le stelle)


Gli odierni concetti di ecologia ed ecosistema, e quindi la percezione che attraverso questi abbiamo di noi stessi, del nostro posto nel mondo e dei nostri comportamenti, hanno origine nei laboratori militari e spaziali, come modellizzazione di habitat artificiali: supporti vitali. La conseguenza di ciò è la concezione degli esseri umani come di astronauti collocati su una cosmonave (all’interno di una cabina ecologica) da manutenere, da efficientare. Ma dedicandoci esclusivamente alla sua manutenzione abbiamo perso il controllo circa la razionalità dei fini del suo viaggio.

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Come in cielo, così in Terra La percezione ecologica dell’ambiente terrestre è un’invenzione piuttosto recente; il suo modello di riferimento ha origine nella complessa risoluzione di problemi legati alla persistenza prolungata dei marinai nei sottomarini. Negli anni Sessanta, per evidenti affinità, tale ricerca si legò ufficialmente al progetto kennediano di Conquista dello spazio, anche se il primo artefatto abitato di questa sperimentazione risale a qualche anno prima, al progetto sovietico BIOS-3 (1965), un modulo abitativo completamente indipendente, pensato come sistema chiuso (Controlled ecological life-support systems - CELSS), proveniente dagli studi dell’onnisciente Konstantin Ėduardovič Ciolkovskij. Tanto nel caso delle profondità marine che delle altitudini spaziali i sistemi di sostentamento non potevano che partire dalla necessità di indipendenza da un esterno che è ostile alla vita umana. Per questa strada, in Occidente l’ecologia transita dai sottomarini, alle esigenze dei bunker antiatomici sotterranei, alle capsule spaziali e poi alle stazioni ecologiche orbitanti (isole spaziali) immaginate dal fisico Gerard K. O’Neill e in seguito definite cilindri di O’Neill, capaci di mantenere in orbita un intero e autosufficiente ecosistema di grandi dimensioni. Sul finire degli anni Sessanta questa prospettiva si è già innervata con le visioni ambientaliste e tecnosociali (transumaniste – basti pensare alle prospettive contenute in In new bottles for new wine, 1957, di Julian Huxley, biologo e genetista) a essa coeve e pronte a recepire e retroagire con qualsiasi modello che ripensi la condizione umana: soprattutto se orientato al superamento degli invalicabili limiti fisiologici del corpo. In un bel lavoro sul concetto di ecologia, lo storico Peder Anker dimostra come questa transizione traslerà a sua volta dai gabinetti scientifici agli stili di vita individuali attraverso pubblicazioni di massa come il Whole Earth Catalog, 1968 – 1971, (controculturale almeno nelle iniziali intenzioni), e alla divulgazione avvenuta attraverso influenti figure dell’epoca come Richard Buckminster Fuller e il suo esemplificativo, e di estremo successo, concetto di astronave-Terra: siamo tutti astronauti ha argomentato nel suo Operating Manual for Spaceship Earth (1969). Il modello ecologico prevede che l’essere umano percepisca se stesso esattamente come un astronauta a bordo del miglior (e più ampio) cilidro di O’Neill mai realizzato: la Terra. Il giusto bilanciamento tra la sua capienza e gli occupanti sarà valutato in termini di capacità di carico. Indubbiamente questa condizione è molto più che metaforica. Lo spiega l’ecologo Howard Odum, indiscusso protagonista nonché ispiratore di quell’epoca, quando afferma: la biosfera è davvero una capsula spaziale, e la questione circa la sua capacità di carico è del tutto simile. Anker sottolinea come Odum non utilizzi il concetto di capsula spaziale al pari di una vaga analogia o metafora, ma come descrizione ontologica del mondo. Il riduzionismo messo in campo per descrivere la vita biologica, ridotta a grafici di circuiti elettrici, diviene allora la via per semplificare e gestire scientificamente la società umana. John McHale direttore del Centro per gli studi integrativi presso la State University di New York nel suo The Ecological Context (1970) descrive la fusione organica dell’organismo umano con componenti cibernetiche, così da realizzare un cyborg bionico in armonia ecologica con i nuovi ambienti progettati per lo spazio e per i sottomarini. C’è quindi un’aderenza logistica tra il posto occupato dai terrestri sul loro corpo celeste in movimento, come tutti gli altri, nell’universo e una capsula spaziale. Se riportate alla mente i presupposti narrativi della serie televisiva Spazio: 1999, i terrestri allora non sono per nulla diversi dagli alphani che dimorano sulla Luna, sfuggita drammaticamente all’attrazione terrestre (e solare). La differenza tra le due astronavi sta solo nei diversi tipi di accelerazione con cui i corpi celesti solcano le profondità siderali dello spazio e che porterà i secondi a incontrare molti più mondi alieni; ma passeggeri di un cosmomezzo rimangono gli uni come lo sono gli altri. Il presupposto implicito di questa visione d’ecologia è quella che l’essere umano divenga (una volta trasformato in astronauta e la Terra in cabina spaziale) elemento di un progetto più ampio e armonico che è quello del corretto funzionamento della cosmonave. Un bellissimo esempio portato da Anke è il cyborg verde (che trova la sua compiuta realizzazione nel somigliare sempre più a una pianta) realizzato dal progettista di sistemi Mike Waters a sua volta ispirato da McHale: un essere biomeccanico cibernetico connesso perfettamente al ciclo di trasformazione e riciclo degli elementi presenti sull’astronave-Terra, la cui schematica raffigurazione trova posto tra le pagine del Whole Earth Catalog, tra altri impegnati a sponsorizzare la transizione ecologica1. Ovviamente il passo da qui all’utopia verde-bruna di James Lovelock, Gaia, è breve. Fungibilità di mondi Certo, se un problema tipicamente moderno è stato quello di detronizzare l’essere umano dal centro dell’universo, la visione ultrasemplificata dell’ecologia lo trasforma in un ingranaggio, un biosegmento del processo, i cui approdi funzionali sono quelli della sua collocazione armonica nel modo di produzione, nelle istituzioni totali e poi nei sistemi normativi e disciplinari sottili, che costituiscono il decalogo di regole per la permanenza a bordo dell’astronave. Ma c’è dell’altro: la riduzione dell’immagine della Terra (e dei suoi occupanti non solo umani) a ecosistema, rende fungibile, sostituibile, il pianeta, giacché divenuto, a sua volta, generico supporto vitale (Life Support System – un esempio è la tuta che cosmonauti e astronauti utilizzano fuori dai moduli pressurizzati) per gli esseri in esso viventi. In altre parole, la Terra è interessata da quel processo che Hannah Arendt definisce acosmismo e che è la misura dell’alienazione dell’essere umano dal proprio ambiente prodotta per mezzo dello sviluppo tecnico, in cui il viaggio spaziale ricopre ovviamente il ruolo sostanziale e metaforico più importante. Il risultato finale è Biosfera 2 (1987-1991), l’esperimento effettuato in Arizona per la costruzione di un grande complesso ecologico chiuso, prototipo per l’insediamento umano su pianeti alieni e candidato sostituto della biosfera terrestre (la biosfera 1). Il pervicace sostentamento della macchina astronave-Terra così allontanato dalla riflessione sulla razionalità dei fini (per via della scientifica messa a punto della razionalità dei mezzi, giacché la forma dell’ecosistema è completamente riassumibile mediante schemi di flussi che ricordano un diagramma a blocchi), può allora spontaneamente conciliarsi con forme di capitalismo verde, politiche del decoro, daspo, zone rosse (estendibili a piacimento e rimodulabili su arbitrarie declinazioni cromatiche), design ostile, che restringono lo spazio psichico, fisico e sociale, riducendolo sempre più alla dimensione privata della propria suit spaziale, tramutando, di conseguenza, lo spazio pubblico (esterno) in ambiente alieno potenzialmente ostile. Si veda a questo proposito il progetto Micrashell suit2. La gestione politica della sindemia covid-19 segue proprio questa linea di principio restituendo a rate pezzi di spazio pubblico ostile, solo nella misura in cui indispensabile all’operatore, al cyborg, per sedere al proprio posto nel ciclo produttore-consumatore, della macchina spaziale. Alla fine del turno, quest’ultimo, si isola nel proprio supporto vitale che, virtualmente connesso, soddisfa mediatamente qualsiasi tipo di desiderio disponibile: dalle serie tv per l’intrattenimento, allo shopping on line, alle comunità virtuali avatarizzate e sessualizzate, al cibo recapitato a casa. Fungibilità del lavoro La fungibilità planetaria è un principio centrale per il capitalismo multiplanetario, ovvero per quella fase neoliberista che vede nello spazio e nelle sue risorse una possibilità di ristrutturazione ed espansione (space economy). Essa corrisponde alla creazione della fabbrica allargata, estesa a tutta la cosiddetta Zona abitabile3 in cui le condizioni per la vita umana sui corpi celesti divengono negoziabili, intercambiabili: calibrate su una media ambientale che va, per il momento, da un intorno di Venere a Marte, passando ovviamente per la Terra come valore centrale. Ma a divenire fungibile è anche la forza lavoro. Di fatto, tra ecosistema e capitale variabile non c’è alcuna soluzione di continuità, se non quella che, per ragioni argomentative, sto ponendo io. Da sempre, tale fungibilità è patrimonio portato in dote al sodalizio con le forme di dominio, dalla spontanea conformazione biopolitica che il corpo assume: dal suo essere perennemente lo stesso nonostante il suo eccellere nella pratica del mutaforma; nel mutare rimanendo se stesso lungo la storia delle varie modalità di potere che lo hanno assoggettato, trasformandolo. Al netto ovviamente di qualche, non poco significativa, discontinuità rappresentata da insurrezioni e rivoluzioni. Se negli anni Sessanta l’idea di questa sinergia corpo-astronave era immaginata nel ciclo neurovegetativo del cyborg, più di recente essa è affidata alle cure dell’ingegneria genetica e della biologia di sintesi4. L’inquadramento del corpo nell’ecosistema diviene compito dei genetisti, di cui, anche in questo caso il covid-19 con la sua suit individuale (vaccini a DNA plasmidico e vaccini a mRNA) è di nuovo logica evidenza: agire geneticamente sul corpo per normalizzarlo, scafandrizzarlo (abitacolarlo). Il biologo Harris Wang lavora, ad esempio, all’idea dell’essere umano prototropico, cioè autosufficiente nella produzione di aminoacidi essenziali, il che lo renderebbe, proprio come il cyborg verde, molto simile a una pianta, così da risolvere i problemi di nutrimento e sostentamento legati alle lunghe, o anche definitive, permanenze nello spazio. Mutano le condizioni ambientali che garantiscono il sostentamento del ciclo produttivo? Muto geneticamente il corpo, di conseguenza. Estremofilia cosmica e operaia Dicevo quindi: ricordate la serie televisiva Spazio: 1999? Se esiste un’analogia con l’idea dell’astronave-Terra, c’è anche una perfetta corrispondenza con la trasformazione della forza lavoro; e non potrebbe essere altrimenti. Dobbiamo però concentrarci sulla seconda stagione, ahimè brutta, giacché strabiliante la prima. Basta guardare la prima puntata per cogliere il nesso laddove, nell’episodio Psycon, base Alpha imbarca l’aliena (da qui in poi residente) Maya5. Maya è una mutaforma dotata del potere della trasformazione molecolare, e praticamente può assumere l’aspetto di qualsiasi essere vivente: animali terrestri, persone, spugne, mostri spaziali, esseri alieni6. Sulla capacità di trasformarsi dell’aliena, si reggerà tutta la seconda stagione che narrativamente è infatti definitivamente scadente. Tutte le complesse problematiche socio-filosofiche poste da alieni, quasi sempre rappresentati nella prima stagione da non-identificabili lucette e specchietti parlanti, nella seconda sono gestite e risolte dall’intervento spettacolare delle trasfigurazioni di Maya, mediante bruta forza. La flessibilità richiesta dal lavoro capitalistico si trasforma in totale fungibilità di forma (di trasmutazione genetica) dell’operaio al lavoro nel sistema dell’indifferenziato planetario: dall’ampliamento dei limiti dell’umano richiesti a operatori agenti in condizioni oltre l’estremo. Da sempre estremofili, perché costretti a vivere alle condizioni imposte dal capitale, con Maya inauguriamo il prototipo perfetto dell’estremofilia cosmica e operaia. Cosmonautismo Se l’astronauta nella sua capsula spaziale è il principio attorno a cui plasmiamo noi e il nostro ambiente armonizzandoci con il modo di produzione che quel principio ontologico ha generato, l’alternativa difforme a questo ciclo ideologico chiuso e autoesplicante è forse rappresentato dalla figura antagonista del cosmonauta di cui, storicamente, ci si è presto sbarazzati. Come è noto la storia della cosmonautica perviene dal movimento sorto in Russia nella metà dell’Ottocento detto Cosmismo: teosofia capace di far stare assieme arcaismi ortodossi con slanci illumino-futuristici. Il cosmonauta che ne perviene sarà il pioniere designato a raggiungere mondi su cui stanziare tutta l’umanità, letteralmente risorta per mezzo dei progressi scientifici, che avrà sconfitto definitivamente la morte. Avventurarsi per questa storia sarebbe ora troppo lungo, ma basta leggere le pagine introduttive di un manuale operativo d’autoallenamento7 realizzato per questa forza lavoro altamente specializzata, per cogliere la differenza di approccio al cosmo rispetto all’astronauta conquistatore ed eroe solitario: È il compito più arduo, quello di preparare esseri umani a far da guida, come un lume, che traccino il sentiero che poi altri percorreranno in tutta sicurezza. Questo compito inizia qui, oggi, nei gesti quotidiani, nei rapporti con i tuoi concittadini. Sii sempre un esempio di umanità, disponibilità, solidarietà per la tua comunità, perché attraverso di te essa guarda il proprio futuro. È solo uno stralcio, poche righe, di uno dei passi introduttivi che mi portano a pensare che potrebbe essere necessario ripartire dalla storia cosmonautica, come originaria scintilla cosmoanticapitalista, per cambiare la testa del manutentore dell’astronave-Terra: per ribaltare le regole dello stare a bordo. Note

1. Si veda anche: E. C. Manfred – S. K. Nathan, Cyborgs and space, «Astronautics», 1960. 2. Micrashell, vado.li/micrashell, 2020. 3. C. Pongide, Space economy. I presupposti extra-atmosferici di un discorso non inattuale sull’ecologia (parti I e II), «Machina», 30 ottobre 2020. 4. L. Nip, Come gli esseri umani potrebbero evolversi per sopravvivere nello spazio, «Ted», 2015. 5. UfoCiclismo, Trasmutazione genetica come prototipo della flessibilità dell’operaio della fabbrica multiplanetaria, vado.li/maya, 7 gennanio 2022. 6. UfoCiclismo, Per il capitalismo, siamo tutti degli intrusi, vado.li/intrusi, 7 gennanio 2022. 7. Intercosmos, Manuale d’allenamento per il cosmonauta di Terra, Roma, 2019.



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Cobol Pongide è scienziato, ufociclista e musicista. Lavora nel campo delle tecniche di mappatura dello spazio, del cicloattivismo e della definizione dello spazio extra atmosferico come terreno di conflitto. Ha pubblicato (con Daniele Vazquez) Ufociclismo. Atlante tattico ad uso del ciclista sensibile (D editore 2018); Marte oltre marte. L’era del capitalismo multiplanetario (DeriveApprodi, 2019); Cosmo anticapitalismo. Critica e conflitto nel tempo della conquista dello spazio (Novalogos, 2021).





















Per il fumetto Utopia tra le stelle, in «Robota nervoso», n. 2 , ottobre-dicembre 1977, l’editore resta a disposizione per eventuali aventi diritti.