Chi ha paura delle teorie cospirazioniste?



In questo articolo per la sezione «sintomi», Lucie Donckier de Donceel, dottoranda in scienze umanistiche, sviluppa alcune riflessioni sulle teorie cospirazioniste e sul loro impatto nonché pericolosità nella sfera pubblica.


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I discorsi cospirazionisti non sono una novità, e anche la loro analisi non denota una particolare originalità. Tuttavia, se ancora li studiamo, e ancora cerchiamo di limitare la loro presenza nello spazio pubblico, ci sarà almeno una ragione. Questa ragione è, senza essere allarmisti ma realisti, la loro pericolosità. Un discorso cospirazionista, e la sua manifestazione nella sfera pubblica, è pericoloso perché indebolisce doppiamente le nostre società. Chiaramente, il discorso cospirazionista che porta alla violenza fisica costituisce una minaccia, ma anche il discorso cospirazionista del «terrapiattista» costituisce una minaccia, sebbene, per lo più, ci porti a sorridere.

Prima di sviluppare queste riflessioni, ci sembra opportuno di ricordare alcuni dati – anche se noti – sui discorsi cospirazionisti. Primo, studiare i discorsi cospirazionisti e la loro presenza nella sfera pubblica non è sinonimo di negazione della possibilità di complotto: chi studia le teorie del complotto è cosciente della possibilità stessa di cospirazione. Secondo, anche se, come vedremo, è importante riconoscere un discorso cospirazionista e, pensiamo, provare a limitarne la diffusione, si deve riconoscere che, a volte, si fa dell’aggettivo «cospirazionista» una sorta di argomento ad hominem che squalifica qualsiasi critica posta a un governo, un istituto, una decisione (Cueille 2020).

Quindi, la maggior parte degli agenti della società civile dovrebbe provare a «lottare» contro le teorie del complotto e la loro diffusione per due ragioni principali: una potenziale violenza fisica e un rinforzo della polarità argomentativa.

La prima ragione è che, purtroppo, basta a volte un solo individuo per usare una forma di violenza fisica in nome di una teoria del complotto. La recente attualità degli Stati Uniti ci offre, tristemente, un’ennesima testimonianza di questa possibilità. Il 14 maggio 2022, Payton Gendron si reca nel parcheggio di un supermercato nella città di Buffalo e lì apre il fuoco e uccide 10 persone, tutte di origine afroamericana [1]. Spara a queste persone in nome della teoria cospirazionista del «Great Reset» [2]. Uccidere in nome di una teoria del complotto dovrebbe già essere ragione sufficiente per giustificare il tentativo di limitazione della diffusione pubblica di questi discorsi. Eppure, e in questo caso, per fortuna, alcuni potrebbero controbattere che si tratta di un’eccezione, e che la maggior parte delle persone che aderisce o diffonde una teoria del complotto, non agisce poi violentemente nella società, dato che il linguaggio non è sempre performativo (Cueille 2020, p.110). Sono d’accordo, per fortuna questi casi rimangono eccezioni, ma eccezioni che una volta tollerate possono condurre alle peggiori atrocità umane.

Però, lo dicevamo, i discorsi cospirazionisti rappresentano una duplice minaccia per le nostre società: o portano alla violenza fisica, oppure? Oppure a cosa? In effetti, quale pericolo incontriamo nei discorsi cospirazionisti che non individuano una persona o un gruppo target specifico, come ad esempio i discorsi dei «terrapiattisti»? Quale rischio ci sarebbe se qualcuno volesse pensare che la terra sia piatta? Rispondere a questa domanda ci porta a esporre la seconda ragione per la quale i discorsi cospirazionisti possono essere considerati come minacce per le nostre società.

Seconda ragione, quindi: i discorsi cospirazionisti si presentano come discorsi che hanno la pretesa di costruire un sapere, di stabilire o contestare un fatto accaduto, di valutarlo in termini di verosimiglianza e di responsabilità. Ma, paradossalmente, questa pretesa di «fattualità» si costruisce automaticamente in opposizione ai discorsi cosiddetti ufficiali e soprattutto, si costituisce ignorando la maggior parte dei modelli condivisi di valutazione del mondo nel quale viviamo. Pensiamo in particolare, sia al modello di «verità giudiziaria» (ad esempio la teoria complottista secondo la quale Mehdi Nemmouche, ignorando il risultato del processo, non sarebbe nient’altro che un mero capro espiatorio [3]) che al modello di «verità scientifica» (ad esempio la teoria del complotto lunare che è stato numerose volte smontato sul piano della scienza). Per modello di verità giudiziaria intendiamo il principio secondo il quale «res judicata pro veritate habetur» e per quello di verità scientifica ci riferiamo principalmente al criterio di falsificabilità individuato da Popper (2005) [4]. Questi discorsi, nonostante la loro pretesa di stabilire la verità, comportano il rischio, se li accettiamo, di cadere in un relativismo tinto di post-verità in cui ogni visione del mondo è ritenuta vera (Danblon 2004; 2020). Saremmo allora pienamente in quello che Marc Angenot identifica come «dialogo dei sordi»: nessuno discute veramente con nessuno, nessuno persuade nessuno e ognuno vive nella propria bolla (Angenot 2008). Questo fenomeno partecipa della polarizzazione della società e, in un certo senso, potrebbe anche essere concepito come un’accentuazione del «disaccordo profondo». La nozione di «disaccordo profondo» (deep disagreement), ispirata da Fogelin (2005) e dai pensatori della «teoria del principio epistemico fondamentale» (fundamental epistemic principle theory) (Kappel 2012; Kappel & Jonch-Clausen 2015; Lynch 2016) viene studiata e definita da Ranalli (2021) secondo 4 criteri. In primo luogo, il disaccordo deve riguardare cose che a noi possono sembrare banali (anche se non facili da confutare). In secondo luogo, entrambi gli interlocutori devono fornire le motivazioni della loro posizione in merito al disaccordo. In terzo luogo, il disaccordo a priori su una semplice questione si rivela essere solo la facciata di un disaccordo su un insieme di principi fondamentali. In quarto luogo, infine, il disaccordo deve persistere anche se in linea di principio è risolvibile razionalmente (Ranalli 2021, p. 984).

Prima abbiamo parlato dei «terrapiattisti» e, se vagliamo questa griglia, vediamo che si tratta di una questione che apre la porta a un disaccordo profondo. Anzitutto, la questione se la terra sia rotonda o piatta, a priori, non si pone più, risulta banale sebbene dimostrarlo richieda un complesso apparato scientifico. Secondo, i «terrapiattisti», come gli scienziati, sono armati di argomenti a sostegno delle loro posizioni. Terzo, i «terrapiattisti», per la maggior parte, non soltanto pensano che la terra sia piatta ma rifiutano generalmente i risultati comuni della scienza. Questo rifiuto della scienza si combina spesso con convinzioni religiose forti, e con una visione della Nasa e delle altre istituzioni scientifiche, come entità malvagie. Infine, in quarto luogo, i «terrapiattisti» continuano a credere che la terra sia piatta anche se la scienza, e i risultati ottenuti dai loro stessi esperimenti, dimostrano, razionalmente, che la terra sia rotonda [5].

Se non combattiamo contro la diffusione di questi discorsi nello spazio pubblico, permettiamo e, quindi, rafforziamo il disaccordo profondo. Lottare contro la presenza di questi discorsi significa, dunque, anche riaffermare la validità di alcuni principi fondamentali per le nostre società, come la scienza e la giustizia, significa riaffermare la validità di alcune regole che ci permettono di discutere, di argomentare e di dissentire, regole che ci permettono di essere eventualmente in conflitto ma di riconoscere all'altro una certa forma di ragione e di capacità persuasiva [6].

Per questa ragione, pensiamo che non dobbiamo neanche considerare i cospirazionisti come delle persone affette da varie patologie: possiamo e dobbiamo cercare di capire cosa le ha portate a preferire e/o aderire a questi discorsi, ma dobbiamo anche riconoscere loro una certa responsabilità (Cueille 2020). Una responsabilità civile che partecipa alla polarizzazione e al disimpegno politico ogni volta più forti nelle nostre società. Per questa ragione, il fact-checking rimane, ci sembra, uno strumento indispensabile (se non sufficiente) contro la proliferazione delle teorie del complotto nello spazio pubblico. Riaffermare la validità di certi fatti sulla base di un'epistemologia comune è essenziale per una democrazia sana.



Bibliografia

M. Angenot, Dialogues de sourds. Traité de rhétorique, Mille et Une Nuits, Parigi 2008.

J. Cueille, Le symptôme complotiste. Aux marges de la culture hypermoderne, Erès Editions, Toulouse 2020.

E. Danblon, Argumenter en démocratie, Editions Labor, Bruxelles 2004.

E. Danblon, Régimes de rationalité, post-vérité et conspirationnisme. A-t-on perdu le goût du vrai ?, «Argumentation et Analyse du Discours»n. 25, 2020, https://doi.org/10.4000/aad.4528

S. Di Piazza, F. Piazza, M. Serra, The Need for More Rhetoric in The Public Sphere. A Challenging Thesis About Post-Truth, «Versus», n. 2, 2018, www.iris.unisa.it:11386/4721869

S. Di Piazza, F. Piazza, M. Serra, Rhetorical Deliberation. A Stustainable Normativism from a Gorgianic-Aristotelian Perspective, «Paradigmi», n. 3, 2018.

R. Fogelin, The Logic of Deep Disagreement, «Informal Logic», n. 25, 2005 (or. 1985), pp. 3-11.

K. Kappel, The Problem of Deep Disagreement, «Discip Filos», n. 22, 2012, pp. 7-25.

K. Kappel, K. Jonch-Clausen, Social Epistemic Liberalism and the Problem of Deep Epistemic Disagreements, «Ethical Theory Moral Pract», n. 18, 2015, pp. 371-384.

M. Lynch, After the Spade Turns: Disagreement, First Principles and Epistemic Contractarianism, «Int. J. Study Skept», n.6, 2016, pp. 248-269.

S. Di Piazza, F. Piazza, (a c. di), Verità verosimili. L’eikos nel pensiero greco, Mimesis Edizioni, Milano 2012.

K. Popper, The Logic of Scientific Discovery (Logik der Forschung. Zur Erkennistheorie der modernen Naturwissenschaft), Routledge Editions, Oxfordshire 2005 (or. 1934).

C. Ranalli, What is Deep Disagreement?, «Topoi», n. 40, 2021, http://doi.org/10.1007/s11245-108-9600-2



Note [1] Cosa sappiamo della strage a Buffalo, «Ilpost.it», n.16, maggio 2022, https://www.ilpost.it/2022/05/16/strage-buffalo-stati-uniti/ (consultato il 13 giugno 2022). [2] La teoria cospirazionista del «“Great Reset” trova la sua origine nell’opera del francese Renaud Camus secindo cui la popolazione europea, originariamente cattolica e di tipo Caucasico, verrebbe sostituita dai popoli arabo-musulmani. Questa teoria cospirazionista trova variazioni nazionali: in Italia si incarna nella teoria della «sostituzione etnica», basata sul cosiddetto «Piano Kalergi». [3] Col caso del processo del Museo ebraico di Bruxelles, si tratta dei primi attentati islamici sul territorio belga. L’attacco è avvenuto nel maggio 2014 e il principale sospettato e accusato era Mehdi Nemmouche, che appare nei filmati di sorveglianza attivi quel giorno. Durante il suo processo (gennaio 2019), il suo avvocato ha sostenuto che Mehdi Nemmouche non era in realtà il vero responsabile di questo attacco, ma un mero capro espiatorio in una vasta cospirazione che comprendeva, tra altri, il Mossad e alcune autorità belghe. [4] Vogliamo sottolineare che nell’ambito retorico al quale apparteniamo, il concetto di «verità» viene maggiormente trattato secondo l’angolo del verosimile, dell’eikos, una nozione che si riferisce alle verità che possono essere diversamente da come sono, alle cose che sono per lo più. Di pari passo, la retorica tratta delle cose umane, delle cose sulle quali la persuasione possa essere efficace (Di Piazza, Piazza, 2012; Di Piazza, Piazza, Serra 2018). Nella presente riflessione, usiamo il termine «verità» in un’accezione divulgativa e generalizzata, senza entrare in considerazioni epistemologiche o filosofiche su cosa possa essere la verità. [5] Si veda il documentario di Netflix Behind The Curve sull'argomento. [6] Pensiamo qui al modello del «normativismo sostenibile» presentato in particolare da Di Piazza, Piazza, Serra (2018).



Immagine: Thomas Berra