Bestiario per un «altrove»

Liana Borghi legge Bestiario Haraway di Federica Timeto



All’interno, Animali che significano: note introduttive a un bestiario naturalculturale; una conversazione con Donna Haraway, Nella danza del pensare-sentire (3 gennaio 2020), 11 capitoli dedicati a specie più o meno compagne, e in appendice le note a margine di Massimo Filippi (L’amore ai tempi del coronavirus). Le illustrazioni sono di Silvia Gambrone, la cui bella immagine di copertina si intitola Spin-out (Tentacoli).

Ho letto e riletto ancora il Bestiario di Federica Timeto (Bestiario Haraway. Per un femminismo multispecie con una intervista inedita a Donna Haraway, Mimesi, Milano 2020, pp. 223), affascinata dall’ampiezza della ricerca, dall’intelligenza critica così sicura e pronta a coinvolgerci nelle figurazioni incarnate di Haraway, per poi diffrangerle in più vasti assemblaggi citando altri testi e allargandone la prospettiva con una intensa tessitura di mito, storia, antropologia, scienza, filosofia e studi delle donne. Il gioco della matassa/di ripiglino, riproposto e usato da Haraway in Chthulucene, qui non è solo descritto e discusso, ma viene costantemente riproposto per offrire, prendere, passare, cambiare e restituire nuovi fili e nuove configurazioni, per creare connessioni respons/abili, per fare mondo insieme. Si chiama in inglese Cat’s cradle, la culla del gatto, questo gioco di scambi riproposto come attante naturalculturale di un diverso ordine di parentele e affiliazioni transgenere e transpecie.

Le premesse neomaterialiste di Timeto formano la trama del discorso, con precisazioni ripetute in ogni capitolo dedicato a una delle 11 figure (primati, gatto, piccioni, oncotopo, cyborg, cane, coyote, ragno, tentacoli, microorganismi, e le Camille della Comunità del Compost) – tutt* parte della grande famiglia queer delle specie compagne e abiette che qui diventano tropi densi di interferenze: agenti sociali e figurazioni di specifiche relazioni materiali, trasposti in altri possibili habitat per articolare lotte e resistenze. Il bestiario li rimette in gioco politicamente riconoscendo loro la condivisione nelle cose viventi, la presenza attiva nella coevoluzione del pianeta, e «non solo la libertà di rispondere, ma anche quella di fare domande».


Alcuni brevi esempi: i piccioni si rivelano agenti mediatori competenti capaci di specifiche pratiche cognitive e comportamenti sociali. Oncotopo, una delle famose figurazioni di Haraway, con la sua lunga storia di topo domestico, ratto e cavia, primo animale transgenere brevettato, diventa la promessa della tecnoscienza di salvare le donne dal cancro al seno. Il cyborg, figurazione semiotico-materiale di assemblaggi umano-macchina, per quanto ci liberi dal mito dell’origine «perpetua il sogno tecno-fallocratico della creazione» senza connessione fra i corpi. I cani, prima figura delle specie compagne, sono soggetti sociali, «altri significativi, lavoratori, consumatori» con cui divenire; nelle interazioni interspecie sono congiunti dei coyote che performano i confini e figurano il rifiuto femminista di chiusure identitarie. Il ragno, il cui corpo diventa pratica e tecnica, mitica potenza vitale della trasformazione, modello di reticolarietà multinazionale, di reti informatiche, del pensiero tentacolare capace di sentire la configurazione eterogenea del mondo. I microrganismi, la cui prospettiva torbida e impura ci riporta alla finitudine dei corpi, alla terra e alle sue trasformazioni, perché «siamo compost, non siamo mai stati umani». Il Bestiario si conclude con la storia delle cinque Camille, nuovi soggetti trans-specie che in quattro secoli si evolvono tramite una nuova forma di simpoiesi creativa e incarnata, liberando le energie vitali dello Chthulucene. Così anche Timeto chiude aprendo una fabula speculativa femminista (che già nel primo Manifesto aveva il potere di rigenerare il mondo danneggiato) con cui Haraway conclude il suo ultimo libro: la creazione di un mondo composto da modelli di interferenza, un luogo fantascientifico chiamato «altrove».


Nell’intervista che apre il Bestiario, Haraway avvia una riflessione sul lutto per il nostro pianeta malato e sulle azioni di cura da intraprendere insieme. Dato che «gli umani non appaiono più come la misura (esterna) di tutte le cose, ma come parte integrante delle configurazioni materiali del mondo», riconosciamo i danni provocati dalla prospettiva antropocentrica e umanista che sfrutta animali e ambiente, che non riconosce la continua e costante configurazione eterogenea del mondo, l’entaglement di natura e cultura, la co-implicazione di osservatori, osservati e dispositivi di osservazione, la formazione di soggettività inedite in intra-azione con i corpi di altri viventi, le relazionalità transpecie. Il progetto compostista – che all’homo sostituisce l’humus – riconosce invece tutto ciò, accettando la necessità di stare nel torbido di un mondo ctonio e multispecie.

Haraway riprende e chiarisce l’argomento che potrebbe animare il suo terzo manifesto (dopo quelli del cyborg e delle specie compagne), il consiglio «make kin, not babies», fate parentele, non bambini: parentele create da storie condivise e nodi di vissuto comune, che siano anomale, creative, queer, oddkin, inappropriate, «fuori categoria». Le parentele multispecie, osserva Timeto, «si fondano su una reciprocità che richiede una capacità di ascolto» che spesso non può essere formulata a parole; e allora bisogna pensare e sentire insieme, dice Haraway, aggiungendo che generare parentele, «significa assumersi la responsabilità di tutto quello che la complessità del vivere e morire condiviso comporta, nutrire e saper uccidere allo stesso tempo».


Posizionata «nel lato animale del vivente», Timeto raccoglie anche nel Bestiario le critiche fatte a Haraway, per la quale «non uccidere gli animali è in assoluto un obbiettivo impossibile». Antispecisti radicali, il cui discorso brevemente riassumo, considerano antropocentrica e «depoliticizzata» la posizione «sado-umanista» di Haraway relativa ai diritti animali perché giustifica la strumentalizzazione funzionale degli allevamenti intensivi, della sperimentazione, e persino dell’agility con i cani; il calcolo del bene utilitario rivela proprio l’eredità umanista da lei tanto criticata e decostruita. Quindi, se ci riconosciamo situati nel groviglio simbiotico intra-specie, non basta dire che bisogna uccidere bene gli animali, né sostenere che nutrirsi di corpi animali è parte del divenire materiale del mondo, né basta sentire empatia o vergogna per la sofferenza inflitta, se queste prese di posizione non portano a intervenire.

Dissentendo a varie riprese dal calcolo utilitario nel pensiero di Haraway, ma sempre in modo molto più delicato, Timeto si rammarica che la radicalità di Haraway «non si trasformi mai in una pratica antispecista altrettanto radicale», e che lei condanni soltanto relazioni strumentali «unidirezionali e predeterminate». In realtà, Haraway ritiene che siamo sempre tutt* compartecipi di azioni violente come l’uccisione di animali e la loro prigionia negli allevamenti industriali intensivi, e sentendo profondamente la responsabilità di questo sistema ingiusto e crudele, si assume anche attraverso il ricordo «il dolore dei vinti» (Eva Rodriguez), per chiarire la nostra responsabilità passata e futura, e si impegna nella giustizia riproduttiva e ambientale multispecie. Ma Haraway non si definisce «pro-life» e non ritiene che ci siano per ora soluzioni innovative e definitive. Possiamo proporre soluzioni alternative agli allevamenti intensivi, ma «come trovare cibo per tutti e per i congiunti multispecie?»

Haraway ha sempre cercato di fare una teoria capace di radicarsi nella materialità dell’esistere e rendere abitabile la conoscenza in modo da favorire la reciprocità. Da anni si occupa di animali – dalle scimmie ai cani, ai polli, topi, gatti, ragni e microrganismi e, nel suo libro più recente, nell’ultima sezione fantascientifica, di farfalle – tutti coimplicati nel processo di osservazione e descrizione che si traduce in osservazioni teorico politiche su come renderli realmente «rappresentati», dar loro voce, farli contare, rappresentare il loro habitat e i nodi material-semiotici dei loro corpi, mostrare il divenire-con di umani e non umani insieme «dove nessuno preesiste alla relazione né deriva da questa», dagli organismi transgenici ai simbionti, tutti impegnati a terraformare un’altermondialità trans-specie.

Il bestiario di Timeto si configura come una risposta reciproca e in/appropriata, un progetto di confine e di sconfinamento che trasforma il discorso fitto di interferenze nelle figurazioni suscitate e incarnate di Haraway in un ulteriore vasto assemblaggio delle storie di questi e altri attori nella tessitura multispecie del mondo. Compagne nella denuncia sia del narcisismo primario autoreferenziale dell’umano e del suo eccezionalismo, sia del fatalismo apocalittico antropocentrico, Haraway e Timeto collaborano a un progetto compostista per prendere coscienza del presente, considerare possibilità di ricostruire e articolare una mondializzazione simbiogenetica «altra».

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